A MILANO NASCE “PROTOCOLLO ZEUS”,CURARSI PER PREVENIRE ATTI PERSECUTORI, MALTRATTAMENTI E CYBERBULLISMO

Nel 2018 non si puo’ essere perseguitati per aver visto l’ex con l’amante e per aver fatto una testimonianza che è dovere di ogni cittadino. Ben vengano queste iniziative per prevenire gesti più gravi. Un modo per tranquillizzare le vittime per far capire che non si è soli. Un tentativo non punitivo ma di recupero.Tutte le persone ammonite dal Questore saranno quindi esortate a curarsi per evitare che la rabbia e la frustrazione si trasformino in violenza. Un’iniziativa nata a Milano, la prima in Italia. 



Si tratta di un  protocollo inedito, mai sperimentato in Italia. Si chiama Zeus e sancisce la collaborazione tra polizia e i criminologi del Centro italiano per la promozione della mediazione. Per la prima volta si introduce “l’ingiunzione trattamentale”
Il protocollo d’intesa “Zeus” è stato firmato in questura, a Milano, un’intesa tra la polizia e il Centro italiano per la promozione della mediazione, in materia di atti persecutori, maltrattamenti e cyberbullismo. La firma del documento con il questore Marcello Cardona, il presidente del Cipm, Paolo Giulini, e la dirigente della Divisione anticrimine, Alessandra Simone, ideatrice del progetto.



Con la firma di questo accordo, viene introdotto nei decreti di ammonimento “l’Ingiunzione trattamentale”. Questo significa che da oggi tutte le persone colpite da questo provvedimento amministrativo verranno esortate a rivolgersi al Cipm per intraprendere un trattamento per migliorare la gestione delle emozioni. 

“È il primo tentativo in Italia – spiega il Questore – volto ad una più incisiva attività di prevenzione. Enorme importanza avrà la connessione tra istituzioni e servizi che permetterà un continuo monitoraggio dei casi critici attraverso i reciproci feed-back. Il Cipm infatti, segnalerà alla polizia gli ammoniti che non intraprendono il percorso di sostegno suggerito dal questore. Questo permetterà alla polizia di intensificare la sua pressione su situazioni considerate particolarmente rischiose”.
Fonte -la Repubblica


Ulteriori informazioni QUI




Quante volte sono stata derisa da esseri superficiali perché possedevo empatia e sensibilità. E quanto erano bravi a farmi sentire sbagliata! Oggi invece le cose si sono rovesciate. La mia sensibilità è diventata forza e strumento di libertà. E ho allontanato quelle anime aride. Non permettere a nessuno di dirti che la tua sensibilità è sbagliata perché non è così. La verità è solo una: le persone ad alta sensibilità non potranno mai parlare la stessa lingua degli aridi. E se non ci si capisce che ognuno vada per la sua strada perché nessun cuore merita di essere soffocato.

(Dott.ssa Francesca Saccà)

Annamaria… a dopo

IL SENSO DEL PUDORE…DI TANTO TEMPO FA?

 

 

Sentimento di vergogna, di disagio per tutto ciò che appare moralmente sconveniente, specie per tutto ciò che concerne il sesso e la sessualità

(Enzo e Ducky)

Ducky:        La farfallina, Enzo!

Enzo: Duc,  calma,  andiamo a disquisire…

Ducky:        Fermo, prof,  il lupo perde il pelo e tu non ti  togli il vizio di usare parole inconsuete.

Enzo: …per il “disquisire? Eh come la fai lunga…lo sanno tutti  il significato.

Ducky:        Qua se c’è qualcuno che la fa lunga sei tu. Non ti allargare troppo con quelle parole  altolocate – tipo rottorico  ratterica –  o come cavolo si chiama…

Enzo: Si dice “retorica”.  Ok, scusa,  non faccio storie, però se mi capita dò la spiegazione. Ora che ci siamo chiariti…partiamo sì ma su che cosa  esponiamo?

Ducky:        …del sentimento del “pudore”. Che ne dici?

Enzo: Che ne dico? Argomento frizzante, interessante e delicato; c’è tanto da dire. Tu ed io e tante persone assistono a scene spudorate.

Ducky:        Ti riferisci a scene di sbaciucchiamenti, toccate, carezze e anche spudoratezze moralmente inaccettabili.

Enzo: Ne ho viste tante e se ne vedono ancora. Ora ti racconto l’ennesimo episodio avvenuto a Londra. A bordo di un autobus,una coppia, in pieno giorno,  non si tratta di normali carezze, toccamenti di media routine,  sta facendo sesso su un sedile in mezzo ai passeggeri allibiti.

 

O.B            Sono andata a cercare la notizia e visto la viralità con cui si condividono queste notizie (filmate) mi pare un bombardamento disinibito pubblico dell’io di chi non prova timore e vergogna ad esporsi. Da perfetta “pudorata” dico che viviamo un’epoca, cari Enzo e Ducky , in cui siamo sotto l’effetto dei reality inchiodati allo schema dell’effetto “grande fratello.Tutti lì a vedere cosa accade . Non discorsi filosofici e culturali interessanti, ma…culi e tette sotto la doccia , pettorali, baci e sesso, magari nell’armadio. E cosi finiscono tutti per volere la vetrina , essere protagonisti mandando bellamente a quel paese il pudore..

 

Ducky:        Uh, quando è troppo è troppo.

Enzo: Questa scena di ordinaria follia è stata immortalata da un video, divenuto virale a gennaio.  Non sappiamo se i protagonisti fossero ubriachi   o sotto l’effetto di stupefacenti, ma certamente una situazione di questo genere fa scalpore persino in una società senza quasi più tabù come la nostra.  Il pudore verso ciò che è normalmente privato e intimo, infatti, resiste ancora:  la maggior parte di noi non farebbe mai sesso nel bel mezzo di un autobus per il semplice senso di imbarazzo e vergogna, prima ancora che per non infrangere la legge. Il pudore è una sorta di protezione psicologica volta a difendere se stessi, spiega ad Airone  Francesca Fiore, psicoterapeuta e docente presso la Sigmund Freud University di Milano.

Ducky:        Eh!

Enzo: Che vuoi significare con questo “eh”?

Ducky:        Vuol dire “Sì”…va bene, ho capito!

Enzo: A me sembra più un belato di pecora. Duc, lasciamo perdere e proseguiamo. Vado avanti!

Ducky:        E io ti vengo dietro…”buona questa, me la devo scrivere”.

 

Enzo: Veramente “buona”,  speriamo che OB non se la prenda, a volte sembra pudorata.

O.B Enzo, c’è un proverbio che dice : “Quanto è bello il pudore! Vale molto e non costa nulla.”

Ducky:        Tu dici…troppo pudore? Attenzione,  Gemè, quella è capace di comparire qui con la padella in mano. Ssst, continua con la disqui…insomma hai capito.

O.B               Giusto Duckyno, pronta! Stavolta con il calderone di bronzo…senza pudore.

Enzo: Questa emozione che protegge la nostra intimità non riguarda solo la sessualità:  anche la sola esposizione della nostra nudità, che generalmente concediamo solo a chi ci è più intimo, è oggetto di pudore.

Ducky:        Il motivo quale sarebbe?

Enzo: Ha comunque in qualche modo a che fare con l’erotismo, spiegano gli studiosi. L’antropologo inglese Desmond Morris -autore del trattato La Scimmia Nuda, spiega: “Negli altri animali i genitali sono in genere nascosti, poco visibili. E così  era anche nell’uomo, fino a quando non adottò la posizione eretta. Da allora i suoi genitali divennero visibili.  Così fu impossibile avvicinare un altro individuo senza fare una “dichiarazione” di identità sessuale”.

 

Ducky:        Chiaro, camminando a 4 zampe non si vede niente, a 2 zampe, cioè in posizione eretta, i tesori di famiglia si vedono.

Enzo: Detto nel linguaggio tuo è così. Insomma, per mitigare la forza di questi segnali i maschietti cominciarono a coprirsi con un perizoma. Duc, ora ti dico una cosa importante.  L’uomo iniziò a vestirsi per ridurre l’intensità dell’esibizione sessuale, ma così facendo gettò le basi per creare qualcosa di nuovo:  da un lato il pudore, dall’altro l’erotismo. Coprendosi, infatti,la carica erotica cresceva quando il perizoma veniva tolto.

Ducky:        Ti riferisci all’antichità, e ora quanto appare il senso del pudore?

Enzo: Quando nasce? Molto dipende da come siamo cresciuti. Il pudore si sviluppa nel momento in cui  cominciano i confronti sociali, attorno ai 4 o 5 anni e si intensifica con la pubertà.  Il pudore emerge quando il bimbo studia l’atteggiamento dei grandi nella loro sfera di intimità e , quindi imitandoli adotta le stesse strategie.  Crescendo infatti alcuni ragazzi mostrano un eccesso di pudore che sfocia nella vergogna per il proprio corpo. Come hanno scritto Loredana Cirillo e  Matteo Lancini. Secondo altri studiosi statunitensi (Michigan -Usa)  i ragazzi con minore autostima tendono infatti  a reagire in modo più aggressivo quando provano vergogna. Le situazioni fonte di vergogna costituiscono una minaccia all’io dei soggetti narcisisti immaturi e l’aggressività tende a essere una forma di difesa.

Ducky:        E allora cosa si consiglia ai genitori?

Enzo: I genitori devono fare più attenzione a non instillare nei giovanissimi un eccessivo senso del pudore  o della vergogna connessi al corpo:  potrebbe essere causa di disagio nella vita adulta e di coppia.

Ducky:        Sono d’accordo. Il troppo storpia..quanto è troppo è troppo.

Enzo: Certo, mostrare la vergogna può essere imbarazzante, ma poco possiamo fare per controllare questi segnali fisici.  La migliore soluzione è quindi accettarli come un segnale della nostra sensibilità. Del resto uno studio dell’Università della California (Usa) ha dimostrato che chi arrossisce facilmente è più incline alla generosità.

Ducky:        E sai perché, questo lo dico io, chi mostra i propri sentimenti è più empatico.

Enzo:          Io invece sono empatico e anche simpatico.

Ducky:        A dire la verità, tu sei solo simpatico.

Enzo; Però, gemè, diciamoci la verità, siamo una coppia “liberale”.

Ducky:        Ma io sono più “liberale” di te.

Enzo: Ricominciamo?  Qui rischiamo il ricovero!

Fonte: Airone

Vincenzo Liberale

Annamaria… a dopo

FRANCESCO LENA, UN PIDDINO DELUSO.

Caro Francesco pubblico volentieri le tue riflessioni.

Io, nel frattempo, osservo le …stelle.

Intanto, in anteprima, il giornale del 30 Giungo.

Penso che attualmente l’ipotesi più facile per Mattarella è trovare una Delorean, ( macchina del tempo) tornare a quando gli hanno chiesto di fare il Presidente della Repubblica e rispondere:”STAMINCHIA”. 

Annamaria

Cari vincitori, avrei voluto e desiderato, che in campagna elettorale, ci fosse stata più onestà intellettuale, nei comizi ,nell’ informazione, l’avrei voluta più reale, più corretta, esempio sulle tante cose fatte per la società, per il paese, per i cittadini e per il bene comune, negli ultimi cinque anni governati dal centrosinistra. Dall’ eliminazione di IMU e TASI sulla prima casa. Dagli 80 euro di aumento mensile ai lavoratori dipendenti, con stipendio inferiore ai 1500 euro al mese. Assunzioni a tempo indeterminato di oltre 100 mila professori nella scuola, da anni precari. Legge sulla riforma del lavoro, favorendo le assunzioni, arrivando alla creazione di un milione di nuovi posti di lavoro, più della metà a tempo indeterminato. E’ stato fatto un forte investimento nella cultura e nella riorganizzazione dei beni artistici e culturali del paese, favorendo una forte crescita di visitatori italiani ed esteri. Da voi grillini e lega ho sentito dire solo cose molto negative nei confronti del governo di centrosinistra.

In sintesi in cinque anni di governo del centrosinistra, con tenacia ci hanno tirati fuori dalla crisi che eravamo, crisi economica e sociale del paese, dopo cinque anni, in tutti i settori c’è stato un miglioramento di sviluppo economico, dall’occupazione, all’agricoltura, al turismo. Cari vincitori delle elezioni politiche, avrei voluto, una campagna elettorale incentrata sui programmi reali dei vari schieramenti, in un confronto vivace, animato, ma fatto con sincerità, esempio sulle cento e più cose fatte del governo di centrosinistra, fossero state citate, almeno le più importanti, purtroppo neanche una ne ò sentita citare da voi grillini e lega.

Un’altra cosa avrei voluto, che ci fosse stato nella campagna elettorale, più rispetto degli avversari politici, delle persone, perché per me è un grande valore, il rispetto della dignità di ogni persona. Mi hanno fatto molto male sentire nei comizi e sui mezzi d’informazione falsità, insulti, parole dispregiative nei confronti di avversari politici, che poi non fanno bene a nessuno e neanche a chi le dice. La politica se fatta bene è bella, è la più alta forma civile, culturale, sociale e democratica, però deve essere praticata con onestà, sincerità, trasparente, rispettosa e che sia al servizio del paese, della comunità, dei cittadini e per il bene comune.

Cari vincitori delle elezioni politiche 2018, il centrosinistra nei suoi limiti, hanno dimostrato non solo di aver governato bene, con serietà responsabilità e grande impegno per il bene comune, ma di essere stati corretti  e di avere grande rispetto degli avversari politici, delle persone e di tutti.

Perciò cari vincitori un invito sincero; cercate ,in futuro, di essere, più obiettivi, più sinceri, con più onestà intellettuale, più rispettosi degli avversari politici e di tutte le persone, farebbe molto bene a tutti, al paese, alla comunità, ai cittadini e anche a voi, per far si che la politica resti il grande valore umano, bello, di alta civiltà.

Francesco Lena

Annamaria… a dopo

PERCHE’ CI DIAMO TANTE ARIE?


Chi ha un’opinione troppo alta di se stesso risulta arrogante e sgradevole.

[Enzo e Ducky]

Enzo: Non ti offendere, Duc…

Ducky: Perché mi dovrei offendere?

Enzo: Dai, ammettilo, t’infiammi subito.

Ducky: Io?

Enzo: Sì, tu!

Ducky: Devo ridere o incazzarmi?

Enzo: Ecco, vedi, la parolaccia…?

Ducky: Mi è scappata….mi dici perché fai tanto il prof. Io e te non siamo tanto uguali. Ma poi che c’entra la parolaccia? Non è che con tutto questo discorssetto vuoi riferirti a qualche altra cosa eh, prof. Ormai sei un libro aperto per me. Avanti, cosa c’è?

Enzo: Anch’io ti conosco, anzi ci conosciamo “benissimo”, ma tu non ti accorgi subito che mi diverto a stuzzicarti e tu ci caschi sempre.

Ducky: A volte siamo agli antipodi, , cioè tanto diversi, altre volte, mettiamo in azione il nostr bagaglio di virtù e difetti. Ora basta, che ti frulla nella capoccia?

Enzo: Parliamo dell’altezzosità…

Ducky: …delle persone alte, ne ho conosciute tante anche in alcune chat.

Enzo: Altezzose, Duc, presuntuose, arroganti, che hanno della boria…e non quelle solo alte.

Ducky: Ho capito…quella che soffia a Trieste?!

Enzo: Non fare il comico…sto parlando della “boria” e non della bora…che è un vento impetuoso e gelido. Siamo seri, trattiamo dei tipi altezzosi, arroganti, spocchiosi “che si danno tante arie”, tipi che si atteggiano, e ce ne sono, come se avessero inghiottito un manico di scopa e si considerano alteri, tracotanti e…

Ducky: Basta, prof…mi fischiano le orecchie: ho capito. I lettori ti piglieranno per chiacchierone. Cominciamo, piuttosto,. e facciamoci capire soprattutto.

Enzo: Bene! Non ci crederai ma sono tanti. Molti di più di quanto credi. A volte si riconoscono immediatamente perché sono così pieni di sé da non poter passare inosservati, altri invece, si camuffano e, solo dopo una conoscenza più approfondita, mostrano la loro vera identità. Sono coloro che “soffrono di eccesso di autostima”: quelli che ne sanno sempre più degli altri, qualunque sia l’argomento in questione, che non sbagliano mai e che giudicano dall’ alto, da un pulpito che li erge al di sopra dei comuni mortali.

Ducky: Straordinaria l’esposizione, ti darei un calcio nel sedere, vorrei tanto esprimermi così. Sai che c’è? Ti invidio!

Enzo: Non sfottere, Duc. Ascolta piuttosto! Ho parlato di “eccesso di sé”.

Ducky: Chiarisci, se no…

Enzo: Premesso che l’autostima è l’insieme dei giudizi relativi a noi stessi, chi soffre di eccesso di autostima…

Ducky: Prima hai detto eccesso di sé…ora dici eccesso di autostima…sono due cose diverse?

Enzo: Sono sinonimi, e’ la stessa cosa, sei gemello ma capatosta.
Chi soffre di autostima ha la convinzione di non fallire mai, qualunque sia l’ambito in cui si misura, come spiega Giuseppe Riva, professore ordinario di psicologia all’Università Cattolica e responsabile delle ricerche sulle applicazioni cliniche della Cybertherapy dell’Istituto auxologico di Milano.

Ducky: Nientemeno?

Enzo: Eh sì. Il giudizio di se stesso è insomma così elevato da non prendere neppure lontanamente in considerazione l’ipotesi di un fallimento. E se qualcosa dovesse andare storto, la risposta di questo soggetto si darebbe, sarebbe semplice e immediata …E’ colpa degli altri.
L’eccesso di autostima è spesso legato a caratteristiche intrinseche al soggetto, aggiunge Claudio Mencacci, psichiatra e direttore del Dipartimento di neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano. Questi individui sono estroversi, molto attive ma non particolarmente significative per l’ intolleranza, la litigiosità e la superficialità nella conduzione degli impegni. Occorre precisare anche che quando l’autostima diventa eccessiva, viene meno un realistico contatto con il mondo reale e le relazioni con gli altri diventano faticose. In buona sostanza, e spesso, le cause sono da ricercare nell’ambito dei genitori.

Ducky: Vediamo se ho capito bene. Un padre e una madre che umiliano i figli e che si mostrano, al contrario eccessivamente ansiosi, protettivi e intrusivi, intromettendosi troppo nell’educazione dei figli, possono creare in loro dei problemi di autostima, cioè dei “palloni gonfiati”.

Enzo: Esattamente, cioè tipi tronfi.

Ducky: Come ha detto? Mi ripeti la parola?

Enzo: Persona tronfia, te l’ho già detto…arrogante. Questi individui sono talmente pieni di sé, tronfi appunto, da risultare insopportabili; si sentono unici e speciali ed esigono essere ammirati da tutti. Sai che io e te frequentiamo Facebook?

 

Ducky: Cosa c’entra Facebook?

Enzo: C’entra c’entra! Quale miglior palcoscenico della rete e dei social network, per dare sfogo a questi individui. Rete e social rappresentano un “luogo” straordinario per mostrarsi in tutta la propria magnificenza e ottenere il consenso altrui. La rete è un “bar sport” di dimensioni colossali in cui le distanze culturali e sociali scompaiono e in cui ci si può esprimere con estrema disinibizione. E’ quindi un modo economico e semplice per mettersi in evidenza e dare sfogo al proprio disagio.

Ducky: E se ci capita un tipo che si crede uno spocchioso, un “pallone gonfiato”, come dovremmo comportarci?

Enzo: Sei consigli a te e ai Lettori
-NON SOTTOMETTERSI
Non adottate atteggiamenti servili che non porterebbero a nulla, se non se sentirvi succubi rispetto al soggetto. Se avete con Lui o con Lei un rapporto professionale, mantenetelo formale e affrontatelo sempre in compagnia di altre persona.

-RESTATE “NEUTRI”
Conservate la calma anche di fronte a comportamenti aggressivi, facendovi coinvolgere il meno possibile.

-NON CONFIDARSI
Non rivelate i vostri progetti e ambizioni né tantomeno i vostri momenti di crisi e difficoltà. Lui/Lei gioirebbe.

– VERIFICARE SEMPRE
Aspettatevi che dica bugie e che tenda a esagerare.

– NON DATE CONSIGLI
Non dategli mai consigli. Non servirebbero a nulla perché chi soffre di eccesso di autostima é impermeabile a qualunque suggerimento e ritiene di non averne bisogno.

-NON ADDOSSATEVI LE SUE RESPONSABILITA’
Il tipo che ripone eccessiva stima in se stesso è estremamente abile nel dare la colpa agli altri dei suoi insuccessi e nel cercare un capo espiatorio. Non cadete nel suo tranello.

Capito tutto, Duc?

Ducky: Ti assicuro che per me è facile. Io e te abbiamo una sensibilità particolare nell’intercettare un “superman gonfiato” o
una “superlady piena di sé”.

Fonte: Airone

Annamaria…a dopo

MILANO VISTA DALL’ALTO

Milano devi aver voglia di conoscerla, devi aver voglia di scoprirla e innamorartene a poco a poco, ma quando poi ti entra nel cuore è difficile dimenticarsi della sua bellezza!

Sono siciliana di nascita (Siracusa) ma milanese di adozione e mi rendo conto di scoprire cose che non conoscevo.

Ad esempio come sia affascinante MILANO dall’alto! Penso di non essere l’unica della mia città. Con questo post di A. Marras vi offro l’occasione di scoprire i vari punti, alcuni gratuiti, dove ammirare la città dall’alto, in tutta la sua bellezza.

Milano Panoramica Project
(Francesco Langiulli)

-Terrazze del Duomo di Milano
-Passerelle della Galleria Vittorio Emanuele
-Torre Branca
-Terrazza Triennale
-Palazzo Lombardia
-Terrazze della Rinascente
-Torre Unicredit
-Terrazze del Duomo di Milano – Piazza Duomo

1) Terrazza del Duomo – Piazza Duomo

È probabilmente il punto panoramico più celebre e inflazionato, quello tra le guglie del Duomo di Milano, da cui godere di una vista pazzesca sulla piazza e oltre, persino fino a scorgere in lontananza i profili delle Alpi quando il cielo è abbastanza terso. Si può salire fino in cima a piedi, percorrendo ben 201 gradini al prezzo di 9 euro, oppure in ascensore, pagando 13 euro. Il momento migliore per catturarne tutta la magia è sicuramente il tramonto.

In metro: M1 – M3 Fermata Piazza Duomo
In Tram:
– Tram 15 e 23 Fermata Piazzata Fonata
-Tram 2 e 14 Fermata Via Torino
– Tram 16, 24 e 27 Fermata Via Mazzini
Prezzo del biglietto metro/tram/bus: 1,50€

2) Palazzo Lombardia – Piazza Città di Lombardia 1

Il mio affaccio preferito, quello che permette di ammirare un panorama a 360° sui tetti della città, è certamente quello dal 39esimo piano del Palazzo Lombardia. Il Palazzo della Regione è aperto gratuitamente quasi tutte le domeniche e la salita è facilitata da un’ascensore. 161 metri
di altezza per lasciarsi rapire dalla bellezza di Milano, specialmente nelle giornate di sole.

In metro: M2 Fermata Gioia, M5 Fermata Isola
In Bus: linee 43, 60
Prezzo del biglietto metro/tram/bus: 1,50€

3) Terrazza Triennale – Via Alemagna 6

Questa bella terrazza panoramica si trova all’interno del museo della Triennale.

È possibile salirci gratuitamente, fino al 2° piano, da cui ammirare i nuovi grattacieli scintillanti della zona di Garibaldi da un lato e il Castello Sforzesco ed il Duomo dall’altro. Sicuramente l’altezza non è elevata ma vi assicuro che ne vale la pena, specialmente per un buon aperitivo con vista, presso il bar della terrazza.

In metro: M1 M2 Fermata Cadorna-Triennale
In bus: linea 61 Fermata Triennale
Prezzo del biglietto metro/tram/bus: 1,50€

4) Torre Branca – Parco Sempione

Torre Branca si trova all’interno di Parco Sempione, alle spalle del Castello Sforzesco e fu realizzata in occasione della 5° mostra triennale. Alta 108,6 metri, è stata restaurata per bene e oggi è dotata di un moderno impianto di ascensore che permette di raggiungere il belvedere coperto sulla cima. La vista è mozzafiato da lassù e vale sicuramente i 5 euro del ticket d’ingresso.

In metro: M1 – M2 Fermata Cadorna-Triennale
In bus: linea 61 Fermata Triennale
Prezzo del biglietto metro/tram/bus: 1,50€

5) Torre Unicredit – Piazza Gae Aulenti

Una menzione a parte la merita l’elegantissima Torre Unicredit, il grattacielo più alto di Milano ma anche di tutta Italia. Essa rappresenta un caso a parte perché viene aperta solo in particolari occasioni ma se siete così fortunati da venire a Milano durante una di queste occasioni straordinarie, vi consiglio assolutamente di approfittarne. La visuale dai suoi 231 metri di altezza è semplicemente sensazionale e di certo non la dimenticherete facilmente.

In metro: M2 Fermata Garibaldi
In bus: Linea 43 fino alla Stazione Garibaldi
Prezzo del biglietto metro/tram/bus: 1,50€

 

 

 

Passerelle della Galleria Vittorio Emanuele

Altro skyline, sopra il salotto della Galleria Vittorio Emanuele” Highline Galleria”, permette di fare una passeggiata di ben 250 metri con alcune baie che ospitano un museo legato alla storia di Milano, nel periodo in cui fu costruita la Galleria, la cui cupola ispirò la Tour Eiffel del 1889 e il Palazzo di Cristallo di Londra del 1851.
Oltre la cupola si puo’ ammirare uno scorcio della piazza del duomo e i tetti milanesi e…i fumi e gli odori dei vari ristoranti.

Per tutti gli altri consigli sui collegamenti a Milano e nelle principali città d’Europa, visitate la pagina di GoEuro : https://www.goeuro.it/viaggi/milano

 

Annamaria… a dopo

MUTAMENTI DEMOGRAFICI E OVER 60 ON LIN

RICERCA DI GRETA D’AMATO

By Special Age https://www.specialage.com/

(Amicizia, sostegno, esperienza e condivisione per “diversamente giovani”)

 

CAPITOLO 1 – MUTAMENTI DEMOGRAFICI E RAPPORTI INTERGENERAZIONALI

1.1 L’anzianità oggi

In Italia a partire dagli anni ’90 si sono verificati mutamenti di carattere economico, sociale, culturale e sanitario che hanno portato all’invecchiamento generale della popolazione e che hanno contribuito a modificare non solo la composizione della stessa, ma anche la struttura interna alla famiglia. Si può infatti affermare chein quel periodo sia avvenuto un vero e proprio ribaltamento in termini di composizione generazionale: la percentuale degli anziani è aumentata in maniera esorbitante fino a rappresentare il 16% della popolazione, superando così la percentuale dei giovani quindicenni italiani, pari a circa il 14% (Gambini, 2007). Dai recenti dati Istat riguardanti l’anno 2016, si rileva un ulteriore aumento del numero degli anziani nel territorio italiano. Gli individui con una età maggiore ai 65 anni superano i 13.5 milioni e gli ultraottantenni i 4.1 milioni, mentre la stima degli ultranovantenni raggiuge i 727mila abitanti e gli ultracentenari i 17mila (Istat, 2016).
Oggi si ha qualche difficoltà nel dare una definizione univoca al termine “anzianità” in quanto nel giro di pochi decenni l’allungamento della durata media di vita di circa trent’anni ha portato alla necessità di scandire diversamente le fasi di vita dell’individuo. Il miglioramento delle condizioni igienico sanitarie è stata senza dubbio una delle cause principali dell’incremento della longevità che ha conseguentemente portato allo slittamento in avanti delle tappe evolutive (Togliatti & Lavadera, 2013).
Nel periodo pre-industriale, infatti, il passaggio da una età all’altra era scandito in maniera chiara: la maggiore età segnava il passaggio dell’adolescente all’età adulta ed il pensionamento invece era simbolo dell’ingresso nella terza età, mentre oggile soglie ed i confini tra fasi di sviluppo sono molto sfumati proprio a causa dello slittamento in avanti delle tappe evolutive. Tra i principali fattori determinanti tale fenomeno, vi sono l’aumento della durata del percorso scolastico e formativo che ha generato una posticipazione dell’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, l’indipendenza economica la quale è sempre più ritardata nel tempo e questo ha comportato un incremento dell’età nella quale gli individui si uniscono per formare una coppia e una famiglia, e la posticipazione dell’età pensionistica (Gambini, 2007). Sicuramente il raggiungimento della pensione è un momento chiave nel processo di invecchiamento individuale, ma oggi tende anch’esso ad avere una soglia di flessibilità sempre maggiore in quanto può essere anticipata o posticipata a seconda delle scelte politiche e delle richieste emergenti nella società (Togliatti & Lavadera, 2013).
Secondo Gambini (2007)i medesimi cambiamenti hanno inciso sul significato del termine anzianità che oggi più che mai comprende un lungo periodo temporale della vita del singolo che inizia a partire dai 65 anni e può durare una trentina di anni. Proprio per questo motivo, quando ci si riferisce all’anzianità, non si fa riferimento solo alla “terza età”, come avveniva in passato, ma anche alla “quarta età”. Con la prima si identifica il periodo di vita che va circa dai 65 ai 74 anni, in cui solitamente l’individuo è ancora autosufficiente, in grado di investire piacevolmente il proprio tempo ed in grado di occuparsi dei più giovani e di orientarsi attivamente verso la “generatività sociale”. Con quarta età si definisce invece l’ultima fase di vita dell’individuo, caratterizzata da una diminuzione delle facoltà psicofisiche e dalla diminuzione dell’autosufficienza, spesso identificabile dai 75/80 anni in poi (Gambini, 2007). Possiamo dunque affermare che si sia aggiunta una nuova fase nel ciclo di sviluppo necessaria per andare incontro all’allungamento della speranza di vita di circa trenta anni rispetto a qualche decennio fa. È interessante inoltre come molti studiosi contemporanei abbiano cercato di superare l’idea di una soglia fissa per l’ingresso nell’anzianità e abbiano deciso di cambiare ottica, punto di vista. Secondo questi autori l’età non deve più essere indagata in maniera retrospettiva, analizzando il tempo ormai trascorso, ma essa deve essere considerata un’età prospettiva, in grado di proiettarsi in avanti, nel futuro, facendo riferimento a quanti anni restano ancora da vivere in salute (Colombo & Carlo, 2015).

1.1.1 Il dissolversi del rapporto tra generazioni

Studiare il rapporto trafamiglia e società è utile per comprendere come alcuni fenomeni riscontrabili primariamente all’interno del contesto familiare abbiano poi delle ricadute a più ampio raggio nella società nel suo complesso. Non è un caso infatti che la diminuzione dei rapporti intergenerazionali si sia verificata a livello micro all’interno delle famiglie e successivamente a livello macro in tutta la società (Gambini, 2007).
Due importanti processi socio culturali che hanno agevolato le trasformazioni dei rapporti intrafamiliari ed intergenerazionali sono identificabili con il fenomeno di secolarizzazione, che consiste nella diminuzione dell’influenza religiosa nel regolare i rapporti tra generazioni, e soprattutto con la trasformazione dei valori nella società postmoderna (Zanatta, 2008). La secolarizzazione è il processo iniziato nel XIX secolo in cui le istituzioni sociali hanno raggiunto una propria indipendenza svincolandosi dal potere ecclesiastico. Tale autonomia ha visto l’emergere di nuovi valori e la messa in discussione del potere patriarcale e del modello tradizionale di famiglia sostenuto prima dalla Chiesa. Tra i nuovi valori emergenti, di notevole influenza sulla società sono l’autorealizzazione, l’assoluta autonomia del singolo, la libertà individuale e il raggiungimento della felicità personale (Zanatta, 2008). La cultura dell’individualismo sempre più marcata nelle nostre società ha influito nei rapporti tra persone e tra generazioni e sempre di più si fa spazio la concezione secondo cui le risorse relazionali dell’individuo debbano essere utilizzate solo per contrastare le proprie difficoltà o come chance per migliorare le proprie condizioni di vita.
A questo proposito possiamo richiamare la concettualizzazione di ZygmuntBauman, filosofo e sociologo, che spiega i rapporti sociali e generazionali come rapporti basati su “legami liquidi”, fragili, instabili, spesso strumentali (Fantozzi, P., Licursi, S., & Marcello, G., 2013). È come se l’individuo fosse stato portato dalla società a svincolarsi sempre di più dai rapporti intergenerazionali, i quali sembrano perdere il valore che prima era loro attribuito.
Sino al secolo scorso gli anziani infatti svolgevano un ruolo fondamentale, sia all’interno della famiglia che nella società; essi erano rispettati, considerati insostituibili per saggezza ed esperienza. Nelle famiglie era compito degli anziani occuparsi della trasmissione dei valori culturali, dei miti e delle credenze sociali; essi inoltre non tralasciavano l’importanza di creare un legame tra le generazioni, unendo il presente con la storia e le origini della propria famiglia. Gli scambi generazionali erano visti dunque come indispensabili per garantire il benessere elo sviluppo della persona in termini sociali, relazionali, emotivi e conoscitivi (Newman, 2008).
I cambiamenti economici degli ultimi tempi hanno invece favorito lo scemare dei legami tra giovani e anziani già all’interno dei nuclei familiari. Da diversi studi è emerso come il cambiamento della natura e della disponibilità lavorativa abbiano inciso notevolmente sulla struttura e l’organizzazione della famiglia, tanto da comportare spesso trasferimenti in termini geografici e territoriali che necessariamente hanno causato, col passare del tempo, una significativa riduzione dei rapporti intergenerazionali tra genitori e figli, e tra nonni e nipoti (Newman, 2008). Le richieste lavorative hanno infatti portato gli individui a trasferirsi in territori distanti dalla famiglia di origine. Sebbene la lontananza dettata dalle esigenze lavorative non sia l’unica causa influente e determinante l’affievolirsi dei rapporti intergenerazionali, si può sostenere che la medesima condizione abbia diminuito le opportunità di scambio, supporto e apprendimento tra generazioni, tanto che oggi molti nipoti incontrano solo di rado i propri nonni e non hanno dunque l’occasione di scoprirne i pregi e i difetti, la fragilità e nello stesso tempo la forza, né tantomeno di godere del supporto reciproco, cogliendo i sentimenti, la psicologia e l’essere dell’altro. Tale fenomeno a livello societario ha comportato un notevole decremento dei rapporti intergenerazionali tra giovani e anziani e l’assenza del contatto ha favorito l’emergere di una moltitudine di stereotipi e pregiudizi rivolti alla fascia d’età anziana (Storm&Storm, 2015).
Sicuramente il tutto è stato accentuato anche dall’immagine che i mass media hanno divulgato, trasmettendo l’idea di una giovinezza assoluta e indissolubile che può essere fonte di sollievo per una società che ha paura di invecchiare, che teme il dolore, che nega la morte, tanto da voler riproporre una immagine quasi caricaturale dell’anziano che ne impedisce la percezione veritiera (Umphrey& Robinson, 2007).

1.1.2 Tra perdita di ruolo e maltrattamento

Il malessere psicologico dell’anziano è spesso dovuto dal fatto di non essere più apprezzato dalle generazioni più giovani, ma soprattutto dal non ricoprire un ruolo chiaro e determinato all’interno della società.
Tombolesi (2012) sottolinea la presenza di due fenomeni in continua evoluzione all’interno delle società occidentali odierne: una marcata infantilizzazione dell’individuo anziano e l’incremento degli abusi attuati dalle generazioni più giovani ai danni dei più anziani. Il fenomeno dell’infantilizzazione può rappresentare un vero e proprio abuso nei confronti dell’anziano, poiché si manifesta soprattutto quando quest’ultimo diventa vulnerabile e viene incoraggiato a perdere gradualmente la propria autonomia, diventando dipendente da altre persone.
Con il termine abuso, tuttavia, l’autrice vuole intendere qualsiasi tipo di maltrattamento di natura fisica e psicologica, insieme a situazioni di abbandono e trascuratezza ai danni dell’anziano, solitamente attuate da parte delle persone più vicine che dovrebbero prendersene cura (Tombolesi, 2012). Dai dati statistici infatti emerge che il 90% degli abusi su anziani avviene proprio all’interno della famiglia, e nel 75% dei casi l’abuso è attuato dal caregiver principale, che spesso vive in una situazione di elevato stress psicofisico (ISTISSS, 2008). Ancora una volta possiamo notare come casi di incuria e maltrattamento nei confronti di generazioni anziane attuate in contesti intrafamiliari, successivamente divengano un fenomeno rilevante e problematico a livello societario.
Tombolesi (2012) spiega il fenomeno dell’abuso richiamando la perdita e la confusione di ruoli nella società. Il suo studio sottolinea tre differenti modelli psicologici che offrono una specifica lettura dell’abuso. I primi due modelli sostengono che la quarta età sia il periodo in cui si presentano maggiori condizioni di rischio per l’anziano. Secondo i sostenitori del primo paradigma dello scambio sociale, infatti, gli anziani hanno una maggiore probabilità di diventare vittime proprio nella quarta età, quando perdono le proprie capacità di autogestione e quando divengono dipendenti e vulnerabili dagli altri. Il secondo paradigma, quellosituazionale, afferma in maniera complementare al precedente modello che l’abuso è perpetuato nel momento in cui vi sono condizioni di rischio che aumentano la probabilità che esso si verifichi. Sono fattori di rischio, per esempio, i problemi fisici che portano ad essere dipendenti da un punto di vista psicologico ed economico, o ancora la presenza di sintomi di stress psicofisico del caregiver principale (Tombolesi, 2012). Secondo il terzo paradigma, quello dell’interazionismo simbolico, sostenuto dall’autrice, tale fenomeno viene invece spiegato partendo dal presupposto che l’abuso avvenga in mancanza di dialogo, di reciprocità e di condivisione tra generazioni. Una buona qualità di scambio tra generazioni, però, può avvenire solo quando è resa possibile una negoziazione di significati condivisi nel corso del tempo, che è facilitata quando due o più persone assumono un ruolo ben determinato all’interno di una relazione e si impegnano in uno scambio dettato dalla logica del dare e ricevere. L’abuso ed il maltrattamento deriverebbero dunque dalla mancata definizione di ruolo che ha facilitato il crearsi di vittime e abusanti (Tombolesi, Santini, Greco, & Lamura, 2012).
Instaurare un dialogo tra le generazioni potrebbe in questo caso essere di notevole importanza, in quanto potrebbe comportare una sensibilizzazione dei giovani sulla tematica del maltrattamento e la promozione dello scambio intergenerazionale.

1.1.3 Stereotipi e pregiudizi rivolti all’anzianità

Un’altra grave conseguenza dettata dalla mancanza di relazione intergenerazionale tra giovani e anziani è data spesso dallo sviluppo di stereotipi e pregiudizi spesso rivolti alla generazione anziana.
Il termine stereotipo ha una derivazione greca e significa stereos= “rigido” e typos= “impronta”. Gli stereotipi possono definirsi come un insieme di valutazioni, di idee e di pensieri mai verificati o documentati nella realtà, le cui caratteristiche sono la rigidità e la ripetitività. Gli stereotipi costituiscono delle attribuzioni generalizzate, positive o negative, rivolte ad avvenimenti, oggetti, persone o gruppi e spesso sono prodotti da falsi pensieri che tuttavia non comportano una forte attivazione emotiva nell’individuo che li utilizza. I pregiudizi, invece, pur essendo simili agli stereotipi, differiscono da questi ultimi proprio per l’intensa reazione emotiva che provocano. Sono fenomeni cognitivi ed affettivi in grado di produrre idee profonde e radicate nell’essere umano, tanto da influenzare la predisposizione comportamentale del singolo nel rapporto con gli altri (Brondino, 2015).Sia gli stereotipi che i pregiudizi hanno una funzione di natura economico-difensiva in quanto aiutano a mantenere un determinato status quo attuando delle semplificazioni della realtà sociale complessa. Sono funzionali, per esempio, per il mantenimento dell’organizzazione sociale e della cultura.


Il rapporto intergenerazionale spesso è ostacolato dalla presenza di un insieme di stereotipi attribuiti dai giovani agli anziani. In questo caso specifico si può parlare di “stereotipo sociale”, ovvero di idee e pensieri condivisi all’interno di un gruppo sociale che vengono generalizzate e attribuite ad un outgroup, cioè ad un altro gruppo percepito come esterno e diverso rispetto al proprio (Brondino, 2015).
Negli ultimi decenni molteplici studi hanno cercato di individuare i pregiudizi più frequenti attribuiti agli anziani. Tali stereotipi possono insorgere a causa della mancanza di contatto tra le generazioni e la riduzione di occasioni di conoscenza reciproca, o ancora, dall’immagine dell’anziano che viene presentata dai mass media. Nelle società occidentali, infatti, la generazione anziana non di rado viene descritta, anche mediante le narrazioni trasmesse nel nucleo familiare, come infelice, debole e poco efficiente sul piano cognitivo ed intellettivo o, al contrario, nel contesto pubblicitario e televisivo, viene raffigurata come atletica, giovanile, fisicamente impeccabile, come se lo scopo sotteso fosse la negazione delle reali condizioni dell’essere umano in tale fase di sviluppo (Umphrey& Robinson, 2007).
Robinson (1995) evidenzia che a partire dal 1975 negli Stati Uniti la presenza di un anziano in televisione, sia esso un conduttore o una figura di comparsa, è sempre più rara. In un campione di 1228 personaggi televisivi, infatti, solo il 2.8% di essi sono anziani con una età superiore ai 65 anni, mentre il 16.3% risulta avere una età compresa tra i 50 e i 64 anni. La restante percentuale è occupata da figure giovanili che non di rado ricoprono ruoli importanti. Inoltre è da evidenziare come tale percentuale diminuisca ancora dopo una decina di anni, ed insieme l’importanza del ruolo ricoperto dagli anziani all’interno dei programmi televisivi. È rilevante riportare questi dati poiché il modo e la frequenza con cui un gruppo di persone viene rappresentato in televisione è indice dello status sociale ad esso attribuito dalla società nel suo complesso (Robinson & Skill, 1995).
Non possiamo dunque trascurare il ruolo dei mass media nell’insorgenza di una serie di stereotipi e pregiudizi che influenzano le percezioni, le aspettative e i comportamenti dei giovani verso le generazioni più anziane.
Si potrebbe infatti ipotizzare che l’approccio sostenuto dai media in questo ambito possa portare anche ad un incremento nei giovani dell’ansia di invecchiamento, ovvero dell’ansia derivata dalla paura di un futuro incerto, poco definito, ma che sicuramente porta con sé qualcosa di negativo, in cui non si riescono ad intravedere nuove possibilità (Drury, Hutchinson, &Abrams, 2016).
L’ansia di invecchiamento, accentuata anche dalla paura di scoprire ciò che comporta l’avvicinarsi alla morte, sarebbe una delle variabili in grado di portare i ragazzi all’evitamento di relazioni con le generazioni anziane e alla stereotipizzazione degli stessi (Willims&Garrett, 2012).
Probabilmente il fenomeno delle attribuzioni di percezioni negative da parte dei più giovani non può essere determinato solo ai mass media, e bisogna tenere in considerazione anche altre variabili che influenzano la percezione degli anziani. Una di queste è la diminuzione dei rapporti tra generazioni sia all’interno che all’esterno dei nuclei familiari.La variabile del contatto viene infatti indagata da molti studiosi poiché considerata fondamentale per l’abbattimento di stereotipi e pregiudizi negativi riguardanti gli anziani. Holmes, per esempio, in una pubblicazione del 2009, rileva come anche i bambini piccoli di età compresa tra i 3 e i 5 anni, nel momento in cui non viene data loro la possibilità di conoscere o di entrare in relazione con gli anziani, siano portati ad avere una immagine negativa degli stessi tanto da considerarli come individui malati, deboli, incapaci e poco disponibili (Holmes, 2009).
Pare infatti che i bambini nell’infanzia siano naturalmente portati a distinguere gli anziani esclusivamente per l’aspetto fisico e non per le loro caratteristiche comportamentali o intrinseche, e questo dato porta a due deduzioni. La prima è che i processi di attribuzione negativi insorgano conseguentemente a fenomeni di influenza sociale, e dunque a narrazioni, idee e pensieri appartenenti a figure significative per il bambino che sono in grado di suggestionarlo se pur in maniera involontaria. La secondaè che le attribuzioni possano derivare dal sentimento di diffidenza e paura rivolto a ciò che non si conosce (Holmes,2009).
Gli stereotipi possono dunque nascere fin dalla tenera età se risulta raro il contatto che i bambini hanno con le altre generazioni o se tale contatto risulta spiacevole.
Hall ha dimostrato, inoltre, come bambini frequentanti il terzo anno della scuola primaria abbiano un concetto molto variabile e flessibile degli anziani tanto da cambiare la propria opinione in merito di conseguenza ad un periodo di condivisione di storie e narrazioni tra generazioni. Se inizialmente i bambini definivano gli anziani come lamentosi, deboli e malati e la loro vita come passiva e trascorsa dormendo, dopo il momento di condivisione con i volontari anziani, essi li definivano come attivi, disponibili e utili per la società e per i ragazzi(Hall & Batey, 2008).
Risulta inoltre interessante approfondire il tema dell’incremento dei pregiudizi in età adolescenziale, in quanto dalle ricerche sembra emergere che l’assimilazione di immagini prototipiche e la presenza di pregiudizi, benchè possa avvenire già a partire dall’infanzia, frequentemente si consolida nel periodo adolescenziale (Williams &Garrett, 2012).
In questo periodo, infatti, cresce il bisogno dell’adolescente di sentirsi appartenere ad un gruppo e di demarcare i confini tra ingroup ed outgroup, attribuendo caratteristiche negative a tutto ciò che è esterno al proprio gruppo. L’outgroup viene percepito come negativo, a volte pericoloso, estraneo, diverso e poco conosciuto, e per questo genera la così detta ansia intergruppo che impedisce ancor di più all’individuo di entrare in relazione con l’outgroup (Williams &Garrett, 2012).
In conseguenza alla presenza di aspettative negative da parte dei giovani, vi sarà dunque una maggiore probabilità di riscontrare ansia e assenza di contatto intergenerazionale, e di conseguenza poca volontà di impegnarsi nella relazione con gli anziani in futuro (Drury, Hutchinson, & Abrams, 2016).
Ancora una volta il contatto tra generazioni si denota come una modalità opportuna nel gettare le basi per una armoniosa relazione.
Sicuramente è importante la frequenza di contatto che si intrattiene nel corso del tempo, ma non solo. Una esperienza negativa di contatto, infatti, provocherebbe l’ansia intergruppo, proprio come si verifica con la totale assenza di contatto.
Per questo motivo è da tenere in considerazione non solo la frequenza, ma anche la qualità di contatto (Drury, Hutchinson, &Abrams, 2016). Secondo alcuni autori, come per esempio Allport (2010), affinchè si crei una relazione piacevole, essa deve istituirsi in una situazione di pari dignità in cui i soggetti collaborano per il raggiungimento di obiettivi comuni(Hutchison, Fox, Laas, Matharu, & Urzi, 2010). Altri studiosi invece parlano di una soddisfacente qualità di contatto dove si presenti uno scambio informativo ed esperienziale, o dove sia presente un coinvolgimento emotivo tra i soggetti comunicanti (Hutchison, Fox, Laas, Matharu, &Urzi, 2010).

1.2 Le potenzialità dell’invecchiamento

1.2.1 Plasticità neuronale e anzianità

Gli studi sull’invecchiamento dimostrano che gli anziani non possono essere identificati come un gruppo omogeneo di persone incapaci e senza possibilità di ampliare il proprio bagaglio conoscitivo. Tutto dipende dalla capacità di mettersi in gioco e di impegnarsi in attività che possono favorire l’incremento della resilienza e del benessere psicofisico del soggetto (Baschiera, 2012).
Fino a pochi decenni fa si pensava che le strutture cerebrali cessassero di evolversi nelle prime fasi di sviluppo e dunque che, una volta terminato questo periodo, esse si mantenessero stabili e quasi immutabili nel corso di tutta la vita. Questo contribuiva a creare l’immagine di un corpo e di una mente che dopo una certa età erano destinati ad un inevitabile declino (Cohen, 2007).
A partire dagli anni 50 del Novecento, invece, valide ricerche dimostrano che il declino di alcune delle facoltà cognitive, soprattutto quelle influenzate dall’apprendimento culturale, sia quasi nullo fino ai 65 anni e moderato sino agli 80 anni (Baschiera, 2012).
Inoltre recenti teorie si oppongono alla definizione dell’ immutabilità cerebrale del soggetto, e si espandono gli studi riguardanti la plasticità neuronale. Con questo termine si intende la capacità del cervello di modificare le proprie strutture e le funzionalità delle stesse sulla base di stimoli provenienti dall’esterno (Baschiera, 2012).
Le funzioni mentali infatti non sono del tutto determinate a livello biologico e genetico, in quanto i fattori ambientali ed esperienziali possono giocare un ruolo portante e contribuire alla loro ristrutturazione o modifica nell’arco di tutta la vita, anche nel periodo dell’anzianità (Baschiera, 2012).
Il concetto di neuroplasticità rende esplicito come le connessioni neuronali si modificano con l’apprendimento nell’ambiente circostante. Tutti in questo senso possono sviluppare nuove connessioni e nuove capacità mediante l’esperienza, anche coloro che presentano gravi lesioni a livello cerebrale. È come se il cervello umano fosse programmato per la creatività, per l’adattamento, e per la “riparazione”. I processi riparativi si verificano soprattutto in età senile e sono fondamentali perché permettono di supplire le funzioni in diminuzione o quelle andate perdute attraverso un aumento delle ramificazioni cellulari e la creazione di circuiti nuovi e alternativi(Doidge, 2007).
Questi processi permettono dunque l’incremento di alcune facoltà cognitive mentre altre vengono meno ed è per questo necessario porre una distinzione tra quella che vienedefinita “intelligenza fluida” e“l’intelligenza cristallizzata” (Boncori, 2014).
Dalle ricerche emerge che la prima, responsabile di facoltà come l’attenzione, la memoria, la concentrazione, l’astrazione, l’assimilazione e la rapidità di ragionamento, è destinata ad un progressivo declino. Ciò che rimane invariata o che aumenta è l’intelligenza cristallizzata, la cui crescita è correlata al bagaglio conoscitivo e informativo del soggetto. Essa dipende anche dall’educazione e dalla cultura dell’individuo e permette di compensare in età senile la perdita delle facoltà proprie dell’intelligenza fluida (Boncori, 2014).
Goldberg, inoltre (2005) afferma che, mentre il cervello invecchia, la mente si sviluppa attraverso nuove competenze, tra le quali anche quella dell’expertise. Essa è caratterizzata dall’integrazione di modelli cognitivi che il soggetto ha assimilato e sviluppato mediante l’apprendimento nel corso di tutta la vita e che consentono di reagire adeguatamente ad un problema. L’expertise è dunque la capacità del cervello di riconoscere e categorizzare gli stimoli, integrando pensiero, razionalità, emotività ed intuizioni di fronte a situazioni complesse(Goldberg, 2005).
Queste teorie e i risultati sperimentali emersi negli ultimi decenni contrastano radicalmente lo stereotipo di un anziano destinato ad un lento e doloroso declino, dimostrando al contrario come sia possibile considerare la vecchiaia un periodo di crescita e apprendimento.
Indagare e diffondere ai giovani le nuove scoperte in campo neuronale e scientifico potrebbe essere una strategia per promuovere l’abbattimento degli stereotipi negativi.

1.2.2 Tra generatività sociale e benessere individuale

La conoscenza dell’anziano si rivela una strategia fondamentale per consentire l’abbattimento degli stereotipi negativi spesso attribuitigli dai giovani. La conoscenza comporta il riconoscimento dei punti di debolezza e di forza, delle potenzialità, dei bisogni e desideri più profondi dell’individuo (Baschiera, 2012).Quando ci si riferisce all’anzianità, uno dei bisogni che tipicamente emergono, è il bisogno di trasmettere e lasciare qualcosa di sé alle generazioni future (Rossi, Bramanti, & Moscatelli, 2014).
Il concetto di generatività sociale viene utilizzato per la prima volta negli anni Cinquantanella teoria dello sviluppo psicosociale dello psicologo Erik Erikson. Egli sostiene che la vita dell’individuo possa essere suddivisa in fasi, ognuna caratterizzata da bisogni il cui soddisfacimento è condizione per il superamento della medesima fase ed il passaggio alla fase di sviluppo successiva. Secondo Erikson il bisogno di generatività è costitutivo del periodo dell’adultità e, nel caso in cui non venisse sodisfatto, l’individuo si ritroverebbe in una fase di stagnazione, di regressione e di senso di vuoto interiore (Erikson, 1982). La generatività non si manifesta solo tramite la procreazione biologica dei figli, ma attraverso una produttività estesa in molteplici ambiti della vita, tra cui quello professionale, morale, familiare e sociale (Palmonari, 2011). Oggi il concetto di generativitàviene esteso anche al periodo dell’anzianità, periodo in cui spesso la persona sente il desiderio di contribuire nella società e di rivolgere il proprio sguardo verso l’avvenire, in modo tale da prendersi cura di ciò “che è stato generato per amore, necessità o caso”(Magatti&Giaccardi, 2014). La generatività sociale è caratterizzata da quattro elementi che sono in continua relazione tra loro. Il primo è l’aspetto del “desiderio”; il secondo è rappresentato dalla “spinta verso il futuro” che porta con sé il far nascere e dar inizio a qualcosa di nuovo che prima era inesistente; il terzo è “il prendersi cura” ed il quarto è “il lasciar andare”, proprio perché mettere al mondo qualcosa vuol dire riconoscere la nuova identità come altra da sé (Magatti&Giaccardi, 2014).
A questo proposito Snarey (1993) propone di sostituire il termine “generatività” con “genitorialità”, individuandone tre tipologie. La prima è la genitorialità biologica, caratterizzata dalla procreazione di figli. La seconda è la genitorialità genitoriale, presente ogni qualvolta ci si impegni in attività educative. Infine la terza è la genitorialità sociale, quella descritta anche da Erikson come la capacità di contribuire al benessere della società (Snarey, 1993).
Da molte ricerche emerge una marcata correlazione tra il benessere psicologico dell’individuo e la sua capacità di essere procreativo. Pare infatti che il benessere psicologico sia influenzato e sostenuto da un insieme di fattori, tra cui le condizioni di salute fisiche e mentali del singolo e quelle socio-economiche (Morselli & Passini, 2015).
È emerso che chi possiede tali caratteristiche ha una maggiore probabilità di essere produttivo all’interno della società (Keyes, 1998). Anche se il fattore economicopotrebbe sembrare irrilevante rispetto alla generatività, vi sono alcune teorie che spiegano questa correlazione.
I sostenitori della teoria motivazionale di Abraham Maslow (1954), per esempio, affermano che la generativitàfaccia parte dei bisogni di autorealizzazione, quelli chepossono essere raggiunti dall’individuo solo dopo aver soddisfatto i bisogni primari fisiologici e di sicurezza, e successivamente quelli di appartenenza e stima. Secondo questa visione, chi ha un reddito inferiore sarebbe portato a raggiungere con più difficoltà i bisogni di autorealizzazione, essendo impegnato a procurarsi il necessario per la sopravvivenza (Schacter, Gilbert, &Wegner, 2014).
Tuttavia, se la produttività può realmente portare ad un incremento del benessere del singolo, risulta importante scoprire le variabili in grado di predire l’attitudine sociale dell’individuo,ovvero la sua propensione a rivolgersi al futuro e alle nuove generazioni. Morselli e Passini (2015) sostengono che per misurare la generatività, intesa come il coinvolgimento e responsabilità della persona relative alla crescita di sé e degli altri, sia necessario valutare la presenza di due fattori: l’inclusione e il dominio sociale.
Il criterio dell’inclusione fa riferimento alla considerazione dell’outgroup come un “altro” ricco di risorse con cui istaurare una relazione costruttiva, ed è legato alla volontà di impegnarsi personalmente per il raggiungimento del benessere comune.L’inclusione viene inoltre definita come una delle attitudini proprie dell’essere umano, poiché si ritrova, per esempio, in una delle attività principali del caregiver, che decide solitamente in modo spontaneo di includere il nascituro in una relazione investita affettivamente.
Il dominio sociale, invece, si presenta nel momento in cui l’outgroup viene percepito come estraneo, pericoloso, diverso, e dunque come un nemico su cui prevalere.
Si può affermare, secondo questa visione, che più vi sarà inclusione e tolleranza verso gli altri gruppi sociali, maggiore sarà la generatività sociale della persona in età avanzata (Morselli & Passini, 2015).
Appare fondamentale quindi creare delle opportunità per favorire la generatività sociale in età anziana, così da incrementare il benessere psicologico dell’individuo e della società.

1.2.3 L’invecchiamento attivo

Oggi spesso si parla di invecchiamento attivo.
Il Consiglio d’Europa definisce l’invecchiamento attivo come “un processo in cui le opportunità di salute, la partecipazione e la sicurezza sono ottimizzate per migliorare la qualità della vita delle persone che invecchiano” (European, 2012).
L’obbiettivo fondamentale dell’invecchiamento attivo è dunque quello di permettere alla persona anziana di incrementare il proprio benessere in termini di salute fisica, psicologica e sociale, così da consentire alla stessa di essere produttiva all’interno della società fino a quando le condizioni lo consentono (European, 2012).
Secondo alcuni autoril’activeageingè influenzato da quattro dimensioni che richiamano il concetto di generatività (Rossi, Bramanti, & Moscatelli, 2014). La prima riguarda la “competenza integrativa” e le risorse dell’anziano, ovvero il grado di disponibilità nel dare aiuto agli altri perseguendo obiettivi rivolti al benessere comune. Questa dimensione comporta l’integrazione tra gli obiettivi e i valori del singolo, attraverso i quali la persona attribuisce un senso alle azioni che svolge, e le risorse a sua disposizione in termini di salute, status sociale e reddito. La seconda riguarda il tipo e l’ampiezza delle reti sociali dell’anziano. La rete sociale è una risorsa fondamentale in grado di rappresentare un forte supporto per l’anziano quando si trovi in condizioni di difficoltà, senza che l’aiuto si trasformi in controllo o sottomissione. La terza dimensione riguarda la trasmissione intergenerazionale di esperienze, valori e tradizioni. Gli anziani più attivi sembrano aver superato adeguatamente la fase del “nido vuoto”conseguente all’uscita dei figli da casa, e sembrano pronti ad instaurare una relazione soddisfacente con le generazioni più giovani attraverso la dinamica del “dare e ricevere”. L’ultima dimensione è caratterizzata dalla presenza di alcuni elementi predittivi e positivi che facilitanol’activityed il benessere nell’anziano. Tra questi il sentimento di simpatia, fiducia e solidarietà nei confronti delle generazioni più giovani, e la presenza della responsabilità reciproca tra esse (Rossi, Bramanti, & Moscatelli, 2014).
Bramanti (2014) ha condotto una ricerca in cui ha ripreso questa tematica individuando cinque cluster o categorie di anziani che si differenziano proprio sulla base dell’integrazione di alcune delle dimensioni sopraelencate. L’autore sostiene in particolare che la differenziazione tra cluster sia principalmente dovuta alla presenza o alla assenza di relazioni significative familiari, amicali o virtuali, e non tanto alle risorse degli individui in termini di salute, status e reddito (Bramanti, 2014).
Dalla ricerca infatti emerge come i profili degli anziani che riportano maggior benessere siano quelli definiti come i “socievoli” e “gli impegnati”. I primi raggiungono una condizione elevata di benessere tramite relazioni amicali o parentali emotivamente significative, mentre i secondi attraverso l’esistenza di ampie reti sociali all’interno delle quali assolvono impegni supportivi e partecipativi. Presentano delle problematicità invece sono coloro che si ritrovano in una condizione di solitudine ed isolamento relazionale, oppure coloro che investono tutte le risorse, spesso con un eccessivo carico emotivo, all’interno della famiglia. Essi vengono categorizzati all’interno dei tre clouster definiti “donne precocemente vecchie”, “pensionati in coppia” e “famiglie lunghe e supportive”. Il dato piuttosto preoccupante rilevabile dalla ricerca è che circa il 60% della popolazione anziana si dimostra poco orientata alla socievolezza e agli obblighi verso gli altri e quasi totalmente disimpegnata rispetto a funzioni di cura o di supporto rivolte alla propria famiglia o alle nuove generazioni (Bramanti, 2014).
Sembra necessario allora riuscire a trovare delle strategie per superare le barriere che ostacolano i rapporti intergenerazionali, così da incrementare il benessere dell’individuo rispondendo al suo bisogno generativo. A questo proposito l’utilizzo della tecnologia e delle piattaforme online potrebbe rappresentare un mezzo innovativo in grado di promuovere l’invecchiamento attivo, poiché utile nel consentire all’anziano di migliorare la propria qualità di vita, sentendosi attivo, utile, al passo con i tempi, e generativo (Rossi, Bramanti & Moscatelli, 2014).

CAPITOLO 2 – LE GENERAZIONI E LA TECNOLOGIA

2.1 I nuovi anziani

2.1.1 Come gli anziani percepiscono se stessi

L’anzianità è un periodo che comporta diverse sfumature e a seconda di come viene vissuta, può essere percepita come condizione di debolezza e fragilità, o al contrario, come risorsa sociale attiva. L’individuo può definirsi “anziano” e in realtà non sentire di esserlo o addirittura può non definirsi tale pur avendo una età cronologicamente avanzata. Solitamente si trovano in questa condizione coloro che si percepiscono come risorse attive per la società e che preferiscono fornire agli altri il proprio supporto oltre che riceverlo (Colombo & Carlo, 2015).
Dai dati ricavati dalla ricerca “Non mi ritiro” pubblicata da Fausto Colombo nel 2015, emerge una interessante differenza di genere in rapporto alla richiesta e all’offerta di aiuto fornita dagli anziani. All’interno del campione reclutato, composto da novecento anziani di età compresa tra i 65 e i 74 anni, l’84% degli uomini e il 71% delle donne riferisce di sentirsi poco anziano o di non sentirsi tale.Inoltre le donne risultano maggiormente disposte a fornire aiuto senza ricevere nulla in cambio, mentre per gli uomini si sottolinea anche la necessità di ricevere supporto. L’immagine che appare dalla medesima ricerca è quella di una fascia d’età ancora molto attiva e ricca di scambi sociali e di rapporti con l’esterno.
Gran parte degli anziani che invece si sente e si definisce tale, ha un’età superiore ai 75 anni e dunque vede includere coloro che hanno una maggior probabilità di sperimentare disagi in termini di salute psicofisica e che vedono diminuita la propria capacità di azione e di autonomia.
Potremmo domandarci quali siano i fattori che incidono sul sentirsi o meno anziani. Tra i principali emersi dalle ricerche, da tenere in considerazione è il benessere fisico dell’individuo, tanto che si rileva una marcata correlazione tra la percezione che la persona ha di sé e le condizioni di salute in cui viene a trovarsi.
Non è da mettere in dubbio che la percezione che l’anziano ha di se stesso dipenda dal suo livello di salute, sia essa fisica o psichica.
Secondo Gaggioli e collaboratori (2014), il benessere psichico dell’anziano è correlato a diversi fattori: alla qualità di vita del singolo, al suo livello di autostima percepito, alla sua capacità di raggiungere gli obiettivi prefissati, ed infine al grado di solitudine percepita. La qualità di vita identificata dall’anziano dipende dalla percezione che egli ha del proprio ruolo all’interno del contesto in cui vive e della propria adeguatezza e adattabilità alle norme, alle aspettative e agli obiettivi proposti dalla società (Gaggioli, et al., 2014).
La solitudine percepita dall’anziano, invece, può essere emotiva e può dunque riguardare il senso di vuoto interiore del singolo, oppure può essere sociale e legata alla rete relazionale e al supporto ricevuto, sia esso reale o percepito.Pare sia proprio il livello di solitudine percepita ad influenzare l’autostima che l’anziano ha di sé e di conseguenza la sua capacità di mettersi in gioco e di proporsi nel raggiungimento di obiettivi importanti per la propria vita (Gaggioli, et al., 2014).
Altri fattori di incidenza che incrementano la percezione positiva del sè sono la presenza di attività piacevoli in cui la persona si intrattiene quotidianamente, siano esse culturali, sociali, sportive o hobbies, e, da non sottovalutare, la presenza di contatti che l’anziano intrattiene con le generazioni più giovani o con i propri nipoti.
Inoltre, un impatto rilevante soprattutto per il genere maschile è dato dal tempo occupato in attività professionali e dal fatto che l’individuo sia o meno in pensione, come se la presenza di una occupazione riconosciuta socialmente aiutasse l’individuo a sentirsi apprezzato ed utile. Non è un caso infatti che aumenti sempre più la percentuale di coloro che decidono di continuare a lavorare dopo il pensionamento offrendo il proprio contributo, e di coloro che investono il tempo libero in attività coinvolgenti e mai sperimentate precedentemente, come per esempio partecipando a corsi espressivi, di disegno, musica o a corsi formativi e didattici (Colombo & Carlo, 2015).
Il pensionamento, tuttavia, potrebbe avere un impatto negativo se non disastroso nel momento in cui l’individuo avesse plasmato e costruito la propria identità esclusivamente sulla base del ruolo investito in ambito lavorativo. In questi casi, infatti, l’uscita dal mondo del lavoro potrebbe essere interpretata come una perdita di ruolo e di valore personale, accompagnati da un sentimento di nullità, solitudine e marginalizzazione (Gambini, 2007).
Tuttavia pare che molte persone anziane tendano a definirsi come attive, curiose, disponibili al dialogo, pronte a trasmettere conoscenze e competenze ai più giovani e desiderose ad abbattere gli stereotipi ed i luoghi comuni rivolti alla loro fascia d’età attraverso un confronto con le nuove generazioni.
Barbara Baschiera, in “La dimensione formativa e generativa dello scambio intergenerazionale”, pubblicata nel 2011, riporta i risultati ottenuti attraverso la somministrazione di un questionario riguardante le percezioni di sé ad un campione di 87 anziani aventi una età superiore ai 64 anni. Dai dati emersi si può evidenziare come gli anziani si rappresentino come persone dinamiche, divertenti, affidabili, amichevoli, curiosi, flessibili e disponibili allo scambio intergenerazionale(Baschiera, 2011).

2.1.2 Promuovere l’incontro tra generazioni

Come esplicitato nel precedente capitolo, il bisogno generativo è costitutivo del periodo dell’anzianità e il suo soddisfacimento concorre ad incrementare il benessere psichico dell’anziano (Hernandez & Gonzalez, 2008). È dunque importante individuare le strategie con cui possa essere consentito alla persona anziana di soddisfare il proprio bisogno generativo. È stato suggerito che una modalità efficace per farlo sia la promozione del dialogo e dell’incontro intergenerazionale (Stevens &Patel, 2014). L’incontro tra generazioni consente infatti ai giovani e agli anziani di instaurare una relazione all’insegna della reciprocità, attraverso cui promuovere uno scambio informativo ed emotivo. Oggi tale reciprocità sembra venir meno, tanto che il filosofo Natoli, in “Guida alla formazione del carattere” del 2008, afferma: “Una delle ragioni più tragiche della perdita di qualità nella vita contemporanea è stata la rottura tra vecchi e giovani; la continuità dell’esperienza è stata interrotta e quindi ognuno deve cominciare daccapo. I vecchi, non sapendo più a chi comunicare il loro patrimonio di esperienza, inaridiscono; mentre i giovani non crescono o crescono male, perché non hanno un’esperienza con cui confrontarsi” (Natoli, 2006).


Se pur le parole qui riportate del filosofo Natoli possano sembrare estreme, esse offrono un importante spunto di riflessione riguardo alla tematica in questione. Riappropriarsi del dialogo e della reciprocità tra generazioni sembra essere una necessità al giorno d’oggi, non solo per gli anziani, ma anche per i giovani, in quanto consente un apprendimento condiviso e un soddisfacimento reciproco dei bisogni, tra cui quello legato alla generatività sociale.
In riferimento a tale argomentazione Sally Newman, in Intergenerationallearning and the contributions of olderpeople (2008) reputa fondamentale favorire una relazione intergenerazionale caratterizzata da produttività e costruttività. Egli individua uno specifico modello di intervento proprio del paradigma di apprendimento intergenerazionale. I tre elementi principali del modello, che secondo l’autore bisogna tenere in considerazione poiché fondamentali nella creazione della relazione, sono: i benefici, la reciprocità e l’empowerment.
I benefici rappresentano i vantaggi che le due generazioni possono ottenere a breve o a lungo termine mediante lo scambio. Tra questi per esempio l’accettazione dell’altro, il rispetto e la valorizzazione delle reciproche competenze, la creazione di significati condivisi. La reciprocità è rappresentata invece dal continuo scambio conoscitivo tra generazioni attraverso cui può avviarsi il processo di apprendimento condiviso. Ai giovani è così permesso il contatto con i valori, le esperienze di vita e le tradizioni culturali, mentre agli anziani viene data la possibilità di entrare in contatto con nuove forme di valori emergenti o nuove modalità comunicative, tra cui quelle relative all’utilizzo dei socialnetwork. Infine con il termine empowerment si intende la possibilità, sia per i giovani che per gli anziani, di avere un maggior accesso alle risorse societarie mediante l’apprendimento intergenerazionale. Tenere in considerazione questo paradigma, può essere utile anche per il superamento di alcune problematiche odierne, tra cui una di spicco è rappresentata dalla diminuzione di punti di riferimento per i giovani che vengono sempre più sottoposti a vere e proprie pressioni di natura lavorativa, emotiva ed affettiva. Basti pensare all’aumento di giovani che devono scontrarsi con il divorzio o la separazione dei genitori, o a quanti sono costretti per motivazioni economico-lavorative a cambiare continuamente residenza e luogo territoriale di riferimento (Newman, 2008).
In un clima di questo tipo ricostruire la relazione tra le generazioni appare di fondamentale importanza in quanto facilita nei giovani la costruzione di una identità più stabileed aiutaa comprendere e ad accettare l’invecchiamento come una fase naturale di sviluppo dell’individuo in quanto essere umano, con le sue potenzialità e fragilità.
Inoltre mediante la relazione intergenerazionaleviene data anche agli anziani la possibilità di ottenere una maggiore comprensione e supporto delle altre fasce d’età e di provare gratificazione per aver offerto il proprio contributo alle generazioni più giovani e alla società (Tombolesi, Santini, Greco, & Lamura, 2012).

2.1.3 L’abbattimento degli stereotipi

Diversi autori sostengono cheil contatto e la relazione intergenerazionale sono utili per l’abbattimento degli stereotipi. Una delle ricerche a sostegno di tale tesi è il progetto di ricerca sperimentale “Rigeneriamoci” condotto da Santini e collaboratori nel 2014, su un campione di 23 soggetti di un’età compresa tra i 14 e 15 anni. I dati emersi mostrano che il contatto intergenerazionale all’interno dei nuclei familiari viene a diminuire proporzionalmente alla crescita dei nipoti e all’avanzare dell’età cronologica degli stessi, forse perché nella fase adolescenziale i ragazzi tendono a cercare una propria individualizzazione diventando sempre più autonomi anche in quelle attività che fino a qualche anno prima erano caratterizzanti il rapporto con i nonni. Tra queste, fare i compiti o giocare insieme, essere accompagnati a scuola o ad altre attività extrascolastiche.
Tuttavia, secondo la ricerca, l’80% dei ragazzi definisce i propri nonni, soprattutto quelli materni, come figure significative molto importanti per la propria vita. Inoltre è interessante sapere come i ragazzi percepiscono gli anziani esterni alla propria famiglia d’origine e come questa percezione può variare nel tempo in base alle esperienze di vita. È stato chiesto loro a quale età circa, secondo il proprio punto di vista, una persona possa essere definita “anziana”. Si può rilevare una notevole differenza tra le misure dei ragazzi nel tempo T0, preliminare al progetto, T1, contemporaneo all’attuazione del progetto, e il tempo T2, successivo alla conclusione del progetto. In T0, il 43% dei ragazzi definisce “anziano” colui che ha una età superiore ai 60 anni. Nel corso del progetto, in cui è prevista una interazione e una conoscenza reciproca, tale percentuale scende al 17% mentre aumenta la percezione secondo cui l’anziano è colui che ha più di 70 anni (66% delle risposte). In T3 aumenta il numero delle persone (22%) che definisce “anziani” coloro che hanno una età superiore agli 80 anni. Successivamente sono state indagate le percezioni dei ragazzi riguardanti il ruolo attivo degli anziani all’interno della società e viene chiesto loro fino a quale età sia possibile ricoprire un ruolo di rilievo all’interno del proprio contesto socio-culturale di riferimento. Prima dell’attuazione del progetto solo una piccola percentuale dei ragazzi (30%) riteneva possibile un impegno sociale della persona con una età superiore ai 60 anni, mentre alla fine del progetto tale percentuale aumentava notevolmente fino a raggiungere il 74%. Inoltre se all’inizio gli anziani erano percepiti come ostinati e con una mentalità molto rigida, al termine del progetto essi vengono descritti come simpatici, intelligenti, con potenzialità cognitive e soprattutto preziosi per la società. È stata indagata anche l’opinione che i ragazzi avevano riguardo i rapporti intergenerazionali con le persona anziane. In un primo tempo, essi lidefinivano come conflittuali mentre al termine del progetto come solidali e fondamentali per la presa di consapevolezza riguardo tematiche importanti, come quelle dell’individuazione, dell’autonomia, della crescita personale. Questo progetto evidenzia dunque l’importanza del contatto intergenerazionale nella creazione, nel mantenimento e nel cambiamento delle percezioni generazionali (Santini, Tombolesi, Greco, & Lamura, 2014).

2.2 Il ruolo della tecnologia

2.2.1 Gli anziani e la tecnologia

Negli ultimi anni, date le poche opportunità di incontro tra generazioni, sono state prese in considerazione modalità alternative per promuovere il contatto tra giovani e anziani.
A tal proposito l’utilizzo degli strumenti tecnologici può rappresentare un canale privilegiato per consentire alle generazioni di instaurare una relazione di reciprocità, se pur a distanza, garantendo di conseguenza l’incremento del benessere di ognuno (Gunkel, 2003).
Nell’ottica di promuovere il contatto intergenerazionale tramite la tecnologia, bisogna tenere a mente anche il boom tecnologico avvenuto a partire dagli anni ’70/’80, che ha creato delle differenze tra generazioni nell’utilizzo degli strumenti digitalizzati. Fino a qualche decennio fa si sosteneva una visione dicotomica secondo cui da una parte vi erano i giovani, i “nativi digitali”, definiti così perché nati e cresciuti in una epoca che prevede l’utilizzo di internet,che sono in grado di utilizzare al meglio le tecnologie, e dall’altra gli anziani, definiti anche “digitalimmigrants”, che hanno delle difficoltà nella comprensione dei nuovi mezzi. Recenti ricerche hanno criticato questo approccio deterministico, dopo aver osservato che vi sono molti anziani competenti nell’utilizzo delle tecnologie. Tali ricerche hanno misurato diversi fattori in grado di influenzare l’uso degli strumenti digitali da parte degli anziani. Tra questi il sesso e l’età degli individui, il reddito, i contesti relazionali e sociali, il livello di istruzione e il lavoro professionale svolto (Carlo, 2014).
Da uno studio di Carlo (2014) è emerso che siano principalmente gli uomini tra i 65 e i 69 anni di età a far uso del computer, rispetto alle donne o a soggetti più anziani. Sono state rilevate correlazioni tra l’età del soggetto, le sue condizioni lavorative, e l’uso delle tecnologie: gli individui con una età compresa tra i 65 e i 69 anni, infatti, risultano essere inseriti professionalmente in un mercato più digitalizzato rispetto a coloro aventi un’età superiore ai 70 anni, tanto che il 49% di essi afferma di aver imparato ad utilizzare il computer in ambito lavorativo e il 19% dichiara di accedere a internet proprio nel corso delle ore lavorative. Un dato molto significativo è che il 71% degli anziani digitalizzati è costituito da “heavyusers”, che dichiarano di accedere tutti i giorni a internet e di navigare per molto tempo, circa dalle 3 alle 6 ore giornaliere, svolgendo diverse attività online. Essi infatti accedono a internet per avere delle informazioni su ciò che accade nel mondo, per mandare mail e mettersi in contatto con amici e parenti, per fare compere online, per svolgere attività legate all’amministrazione e al pagamento, e per distrarsi e trascorrere il tempo libero, per esempio sui programmi di fotografia o su social network.
È come se il nuovo mondo digitale si radicasse nella vita e nella quotidianità degli anziani che ne fanno uso(Carlo, 2014).
I percorsi di iniziazione al mondo digitalizzato e le modalità di utilizzo del computer tra gli anziani differiscono soprattutto in base alle motivazioni e alle aspettative che essi hanno sviluppato all’interno dei contesti sociali, familiari e lavorativi in cui sono venuti a trovarsi. Molti, infatti, hanno imparato ad utilizzare Internet sul lavoro intorno agli anni ’80, anni in cui si è assistito ad un notevole incremento dell’uso tecnologico in ambito impiegatizio e amministrativo, e solo successivamente hanno deciso di dotarsi di un computer nell’ambiente domestico così da metterlo a disposizione di tutta la famiglia. Altri, invece, si sono approcciati alla tecnologia nel corso dell’età pensionistica, quando ormai figli erano usciti di casa, per riuscire “a stare al passo con i tempi” e per usufruire dei vantaggi quotidiani che un uso corretto delle tecnologie comporta anche in termini organizzativi, si pensi ad esempio al il servizio dell’home banking. Gli anziani appartenenti a quest’ultima categoria, però, non supportati nell’utilizzo di internet, spesso hanno timore di commettere errori e cercano di limitare le aree di accesso al mondo digitale. La terza categoria di anziani è composta da coloro che hanno che decidono di imparare l’utilizzo per migliorare il contatto con la propria rete relazionale e familiare già digitalizzata. In quest’ultimo caso è alta la probabilità che l’avvicinamento al mondo tecnologico avvenga con la mediazione di figli o nipoti e che il risultato sia una navigazione libera e poco timorosa (Carlo, 2014).
Proseguendo l’analisi, si può inoltre notare come gli anziani attribuiscano un significato differente all’utilizzo della tecnologia sulla base alla propria modalità di gestione e di considerazione del tempo libero. Per alcuni soggetti, principalmente quelli andati in pensione in età non molto avanzata, quindi intorno ai 55 anni, il tempo non lavorativo è considerato piacevole e produttivo, e l’ uso della tecnologia spending time, ovvero come tempo libero da trascorrere con spensieratezza. Per altri soggetti, ritiratisi invece dal lavoro in tempi recenti, intorno ai 65 anni di età, il tempo libero viene maggiormente sentito come tempo di forzata inattività e di vuoto, e da qui la loro necessità di usare i mezzi digitali in maniera produttiva, per “fare” piuttosto che per “passare” il tempo (Wessels, 2011).
Non sempre infatti l’uso intenso di internet da parte degli anziani rappresenta una apertura relazionale. In alcuni casi, è presente un utilizzo eccessivo e solitario all’interno delle mura domestiche, che si configura come condizione di isolamento in cui vengono meno i rapporti con l’ambiente esterno e in cui le relazioni coniugali non vengono vissute appieno. O ancora, un uso della tecnologia nocivo per l’individuo potrebbe presentarsi nel momento in cui lo scambio tra generazioni online risulti disequilibrato, non supportivo e con poca reciprocità, rispetto e responsabilità personale, come nel caso in cui i giovani cercassero di ottenere vantaggi personali a discapito degli anziani, sfruttando solo i loro consigli e le loro conoscenze, ma disinteressandosi del benessere dell’interlocutore (Sartori, 2006).
Concludendo, si può dunque affermare che l’utilizzo di internet e della tecnologia da parte degli anziani sia influenzato da un ampio numero di fattori e sia molto differenziato, tanto da poter essere espresso in termini di ambivalenza per il singolo. Da una parte, infatti, l’uso della tecnologia può considerarsi come una risorsa in grado di facilitare il dialogo intergenerazionale, il soddisfacimento del bisogno generativo e il conseguente incremento del benessere individuale. Dall’altra parte, invece, può potenzialmente considerarsi come un rischio in termini di chiusura relazionale, ritiro o scambio disequilibrato delle risorse tra generazioni (Zanatta, 2013).
Occorre dunque porre l’attenzione sugli aspetti che facilitano il dialogo intergenerazionale in maniera adeguata, così che gli anziani diventino una vera e propria risorsa per i più giovani e per la società nel suo complesso, e considerare il modo con cui ognuno viene implicato nello scambio attraverso la dinamica del dare e ricevere. Da qui la proposta che non siano sufficienti la semplice espansione strumentale delle ICT e un invecchiamento attivo considerato esclusivamente in termini di benessere fisico o economico, ma che siano necessarie politiche inclusive in cui l’invecchiamento venga espresso in riferimento ad una buona qualità di vita accompagnata da una gratificazione sociale e un uso attento, consapevole, piacevole e generativo della tecnologia(Zanatta, 2013).

2.2.2 La tecnologia come facilitatore dello scambio intergenerazionale

La relazione intergenerazionale, sia reale che virtuale, rappresenta una delle variabili più significative in termini di invecchiamento attivo e di benessere individuale (Hernandez&Gonzalez, 2008).
Il concetto di relazione intergenerazionale viene oggi approfondito anche per superare le difficoltà insorte a seguito dei mutamenti demografici avvenuti negli ultimi decenni. L’allungamento della vita media del singolo, infatti, ha conseguentemente generato il fenomeno della convivenza di almeno tre generazioni aventi usi, credenze e bagagli esperienziali differenti. Inoltre, le nuove condizioni lavorative e gli spostamenti territoriali di alcuni membri della famiglia hanno portato alla necessità di individuare modalità di contatto adeguate al fine di consentire soddisfacenti relazioni interpersonali sia all’interno della famiglia che nella società nel suo complesso (Rossi & Bramanti, 2012). Sarebbe dunque fondamentale la creazione di un rapporto in grado di rappresentare una risorsa per i giovani e per gli anziani, e di trasformarsi in sostegno e supporto psicologico, relazionale, emotivo e materiale, incrementando le condizioni di benessere fisico, mentale e sociale di ognuno.


Come sostiene anche Cortellesi in Togetherold and young (2016), gli esseri umani hanno sin dalla nascita una naturale propensione ad agire insieme. Per questo motivo già in tenera età i bambini dovrebbero essere guidati a sviluppare capacità volte al raggiungimento del benessere collettivo attraverso forme di apprendimento intergenerazionale, superando le spinte egoistiche, competitive e individualistiche promosse spesso dalle società occidentali. La promozione del contatto tra giovani e anziani rappresenta in questo senso una grande opportunità di arricchimento per entrambe le generazioni. Essa è agevolata dalla presenza di alcuni fattori facilitanti, tra cui il lavoro comune volto al raggiungimento del medesimo obiettivo, l’aver a disposizione un tempo sufficiente per la creazione di un legame, e la presenza di uno o più mediatori, intesi come educatori o personale competente. Questi ultimi, infatti, svolgono un ruolo importante nel riconoscimento di rischi, opportunità estereotipi esistenti tra le generazioni, e promuovono la fiducia reciproca (Cortellesi&Kernan, 2016).
Negli ultimi decenni sono stati sviluppati molteplici progetti volti alla promozione del dialogo e della solidarietà tra generazioni attraverso l’individuazione di un nuovo mediatore, la tecnologia, proprio per andare incontro alle nuove esigenze della società (Dickinson & Gregor, 2006). La riflessione sul ruolo della tecnologia come facilitatore della relazione interpersonale non vuole tuttavia sottrarre importanza al contatto diretto tra le generazioni, ma vuole farsi carico delle nuove problematiche emergenti che portano gli individui ad avere difficoltà ad incontrarsi personalmente. Basti pensare alla distanza territoriale spesso esistente, al ridotto numero di attività organizzative a livello territoriale che propongono uno scambio diretto, alla riduzione dei luoghi di incontro intergenerazionale, alle vulnerabilità psicofisiche degli anziani che ostacolano il movimento e lo spostamento degli stessi e, non ultime, le nuove modalità di comunicazione dei più giovani che vedono prevalere l’utilizzo delle interfacce grafiche nella mediazione interpersonale. Il ruolo primario della tecnologia può essere dunque quello di connettere le persone a distanza indipendentemente dalle opportunità di scambio diretto presenti all’interno del contesto socioculturale, consentendo inoltre il superamento delle problematicità correlate alla mobilità fisica dell’individuo anziano (Carlo, 2014). Per tale motivazione, i mezzi considerati dagli esperti privilegiati nel facilitare il contatto, sono le piattaforme online in cui si possono condividere a distanza pensieri, esperienze ed emozioni. In alternativa, nel caso in cui è possibile anche un contatto diretto e reale tra generazioni, è interessante l’utilizzo di filmati o videoproiezioni per stimolare la discussione e il dialogo intergenerazionale, o ancora è possibile realizzare training di insegnamento per l’utilizzo del computer, che vedono l’instaurarsi della dinamica del “dare e ricevere” tra generazioni, in cui i giovani assumono il ruolo di promotori del sapere (Sànchez, Kaplan, & Bradley, 2015). Per l’anziano l’avvicinamento a queste nuove modalità comunicative può rappresentare una occasione per “stare al passo con i tempi” e per soddisfare il bisogno legato alla generatività sociale, sentendosi utile, produttivo, ed in grado di investireil proprio ruolo all’interno della società. È stato dimostrato che il tempo così sperimentato è valutato dall’anziano come tempo produttivo e fruttuoso e non come tempo da riempire (Borrero, 2016).Tra i molteplici vantaggi raggiungibili attraverso l’utilizzo delle piattaforme online, di cui possono usufruire entrambe le generazioni, vi sono la possibile riduzione dell’isolamento e del ritiro sociale, l’incremento dell’autonomia e dell’indipendenza del singolo, la valorizzazione del potenziale formativo ed il conseguimento di un apprendimento flessibile (Bardhan, Bandyopadhyay, &Mandal, 2015). Anche i giovani, dunque, potrebbero ottenere dei benefici dallo scambio mediatico con la generazione anziana. In aggiunta ai precedenti, sono stati segnalatil’abbattimento degli stereotipi negativi rivolti alla generazione anziana e la conseguente possibilità di istaurare un dialogo costruttivo di reciprocità attraverso cui condividere esperienze, storie, tradizioni, culture ed emozioni e, soprattutto, l’individuazione di nuovi punti di riferimento in grado di guidare nel percorso formativo e di sviluppo della personalità (Gammonley, Lester, Fleishman, Duran, & Cravero, 2016).


È interessante rilevare come l’ utilizzo di tali mezzi informatici consenta all’anziano di mantenersi attivo anche da un punto di vista cerebrale. Dalla ricerca “Apprendimento intergenerazionale aperto” condotta da Baschiera nel 2012 su un campione rappresentato da persone anziane, è emerso che l’attività virtuale strutturata e duratura nel tempo rende possibile un incremento delle abilità visuo-spaziali dell’individuo e che le così dette “emoticons”, spesso inserite nelle conversazioni dai più giovani, comportano una stimolazione sinaptica nell’emisfero destro, dedito anche alla sperimentazione e al riconoscimento emozionale (Baschiera, 2012).
Inoltre il superamento degli stereotipi e delle percezioni negative sperimentate dai più giovani ai danni dei più anziani, sembra essere una tematica rilevante e riscontrabile in molti dei progetti sviluppati (Bandyopadhyay, &Mandal; Baschiera, 2012; Borrero, 2016; Bardhan, 2015; Gaggioli, et al., 2014). L’ipotesi ricorrente, verificata anche in molteplici ricerche, riguarda la possibilità di modifica o abbattimento degli stereotipi mediante un relazione virtuale che soddisfi i due criteri di frequenza e di buona qualità di contatto (Willims & Garrett, 2012). È infatti riscontrabile una forte correlazione tra l’utilizzo della tecnologia come mediatore intergenerazionale, la buona qualità del contatto, il superamento degli stereotipi negativi e la creazione di una relazione soddisfacente tra generazioni (Willims&Garrett, 2012).

2.2.3 Nuovi progetti per giovani e anziani

Il contatto tra le generazioniè molto studiato in quantoappare come la variabile più incisiva nel facilitare la creazione di un rapporto collaborativo tra giovani ed anziani (Morganti, et al., 2016). Si possono identificare differenti modalità di iniziazione al contatto intergenerazionale. Esso infatti può svilupparsi spontaneamente tramite l’incontro diretto delle generazioni in ambienti informali, tramite l’utilizzo delle piattaforme virtuali che permettono un contatto a distanza, o ancora mediante la creazione di attività svoltein ambienti strutturati in cui vengono ad integrarsi il contatto reale e l’utilizzo della tecnologia (Alberici, 2002).
I progetti svolti negli ultimi anni che vengono successivamente presentati, prediligono l’ultima modalità e attribuiscono alla tecnologia un ruolo importante nella mediazione del contatto tra giovani ed anziani, in quanto utile per l’abbattimento degli stereotipi negativi dei giovani e l’incremento del benessere individuale.
Un esempio portante è il progetto “Generazioni insieme per un mondo che cambia” svolto nella scuola Don Lorenzo di Venezia tra il 2011 e il 2013. I due campioni scelti sono rappresentati da 20 anziani con un range di età compreso tra i 65 e gli 85 anni, e da 20 ragazzi con una età compresa tra gli 11 e i 13 anni.

Gli obiettivi perseguiti dal progetto erano la promozione del dialogo intergenerazionale attraverso attività in grado di favorire la partecipazione attiva degli anziani e lo sviluppo della creatività di ognuno, la valorizzazione del potenziale formativo delle generazioni, e lo sviluppo di capacità legate alle funzioni di counsuelling, tutoring e scaffolding reciproco (Baschiera, 2014). Per il raggiungimento di tali obiettivi, sono stati proposti un laboratorio di scrittura autobiografica e un cineforum intergenerazionale. Infatti da alcune ricerche scientifiche, come per esempio quella condotta nel 2012 da Baldacci et al., si dimostra che la condivisione della propria autobiografia sia importante per stabilire un contatto tra generazioni e una conoscenza approfondita delle stesse. L’autobiografia risulta uno strumento particolarmente utile in alcune specifiche fasi di vita dell’individuo, come quella adolescenziale o quella senile, in cui vi è una crisi dovuta alle trasformazioni e alle ristrutturazioni fisiche e del proprio sé (Baldacci, Frabboni, & Pinto Minerva, 2012).
La costruzione e la condivisione della propria storia, è avvenuta mediante l’utilizzo di un blog in cui ognuno pubblicava foto, video, frasi rappresentanti se stessi, la propria vita e le esperienze passate. Il blog ha costituito il setting della relazione e ha permesso ai più giovani di confrontarsi con altre realtà esperienziali, mentre agli anziani di attribuire un nuovo significato alle esperienze passate e alle relazioni. Anche la seconda attività, il cineforum, ha richiesto l’utilizzo di strumenti tecnologici per facilitare la relazione intergenerazionale. In quest’ultimo caso la visione di un film rappresentava uno strumento simbolico con cui, attraverso i processi di identificazione e immedesimazione nei personaggi, veniva stimolata la riflessione condivisa sulla propria storia personale e sui valori, in particolare quelli relativi lareciprocità e la solidarietà tra persone e tra generazioni. Tale modalità di incontro ha inoltre consentito il superamento di alcuni stereotipi rivolti alla generazione anziana esistenti prima dell’inizio delle attività, tra cui per esempio l’essere inattivi, poco disponibili alla condivisione e passivi nelle relazioni. Anche la sperimentazione riportata in “Turismo intergenerazionale e benessere psicosociale” da Antonietta Albanese e Elena Bocci e condotta in 3 differenti istituti scolastici di primo grado di Viterbo nel 2013, ha portato risultati simili. L’attività proposta consisteva nel creare coppie miste, ognuna delle quali compostada un giovane e un anziano non legati tra loro da vincoli di parentela, la cui numerosità dipendeva dai ragazzi presenti all’interno di ogni classe, e nel sottoporle ad un lavoro collaborativo in cui si richiedeva ai giovani di insegnare l’utilizzo del computer agli anziani, così da rielaborare all’interno di un laboratorio informatico le foto scattate nel corso di una esperienza autobiografica condivisa da giovani ed anziani precedentemente. La prima fase ha visto prevalere un tipo di lavoro cognitivo, orientato al compito e al raggiungimento dell’obiettivo prefissato, mentre nella fase finale si è evidenziata la creazione di un rapporto affettivo intenso che ha portato all’incremento degli aspetti empatici. Questo cambiamento è stato rilevato attraverso l’utilizzo di differenti metodologie, tra cui quello dell’osservazione diretta delle dinamiche relazionali formatisi tra giovani ed anziani, e l’attività di focus group svolta alla fine del progetto. Ancora una volta, il lavoro mediato dall’utilizzo della tecnologia harappresentato uno strumento utile nella creazione del rapporto intergenerazionale, misurato per mezzo dell’osservazione delle dinamiche relazionali, e nella riduzione di circa il 40% delle rigide attribuzioni esistenti tra generazioni, valutate con le tecniche dell’intervista semistrutturata e del questionario, somministrati sia all’inizio che al termine della sperimentazione (Albanese & Bocci, 2014). Altre ricerche si sono poste come obiettivo quello di individuare i contenuti e gli argomenti che entrambe le generazioni desiderano condividere, al fine di sviluppare un dialogo virtuale in grado di andar incontro alle richieste dei partecipanti. Da qui sono emersi i vantaggi che la reminiscenza, ovvero la condivisione del ricordo, può portare al dialogo intergenerazionale. Condividere i propri ricordi appare fondamentale in quanto in grado di promuovere un incremento dell’autostima degli anziani e la diminuzione del sentimento di solitudine. Inoltre, l’attività di condivisione dei ricordi tra generazioni sembra favorire il senso di appartenenza al gruppo, e la riduzione di sentimenti depressivi o di insoddisfazione rivolti alla propria esistenza. Infine, rappresenta una occasione per trasmettere il patrimonio autobiografico e popolare così da stimolare la curiosità, l’attenzione e la partecipazione da parte delle generazioni più giovani, disinnescando inoltre le attribuzioni stereotipate negative prima esistenti (Morganti, et al., 2016).
Per questa motivazione più studiosi hanno lavorato alla creazione di una piattaforma web-based per l’archiviazione dei ricordi di giovani e anziani. La piattaforma, il cui nome è Nostalgia Bits (Nobits) e il cui utilizzo è stato semplificato il più possibile per renderlo accessibile anche agli anziani, consente di condividere, leggere, elaborare, organizzare e completare i ricordi in categorie fotografiche o narrative a cui tutti possono apportare il proprio contributo in modo attivo e costruttivo. L’utilizzo di Nobits è rappresentativo dei benefici che si possono trarre mediante uno scambio intergenerazionale di natura tecnologica e digitalizzata. Gaggioli e collaboratori (2014), hanno infatti dimostrato che la condivisione dei ricordi mediata dalla piattaforma web porta a un incremento dell’autostima personale e ad una diminuzione della solitudine percepita, alla costruzione di un solido dialogo intergenerazionale e infine a un abbattimento consistente degli stereotipi negativi prima esistenti rispetto al gruppo di controllo (Gaggioli, et al., 2014).
Attraverso le analisi dei risultati provenienti dalla somministrazione ai giovani di un differenziale semantico (Snider&Osgood, 1969), relativo alle percezioni rivolte agli anziani, si è rilevato un notevole cambiamento negli item relativialla percezione della funzionalità, della rappresentazione sociale e dell’attitudine dell’individuo anziano (Osgood&Snider, 1969). Contrariamente a quanto affermato dai giovani prima dell’utilizzo della piattaforma, al termine dello studio prevaleva una immagine dell’individuo anziano come una persona attiva, rispettosa, forte, saggia, divertente, elegante, gradevole, sensibile e orientata al presente.
I progetti sopraelencati hanno consentito di verificare l’ipotesi secondo la quale l’utilizzo della tecnologia nel rapporto intergenerazionale possa facilitare l’incremento del benessere psichico individuale dei giovani e degli anziani, la condivisione e la diminuzione degli stereotipi negativi legati all’invecchiamento. Tuttavia alcuni dei progetti descritti hanno dei limiti, poiché sono stati condotti in brevi periodi temporali o perché gli strumenti online utilizzati, come per esempio Nobits, sono stati abbandonati e non più aggiornati al termine delle sperimentazioni. Inoltre nel progetto “Generazioni insieme per un mondo che cambia”, la ricerca è stata condotta con una numerosità campionaria molto ridotta (40 soggetti in tutto, di cui 20 giovani e 20 anziani).

Annamaria… a dopo

IL PAESE RITROVATO – VILLAGGIO ALZHEIMER MONZA

Aperto da poco ma la lista d’attesa è già lunghissima

Nasce a Monza il villaggio dell’ Alzheimer. Si chiama “Il paese ritrovato” ed è il primo villaggio in Italia studiato per la cura di persone affette da sindrome di Alzheimer e demenza senile.

Il villaggio sorge su un’area di 14 mila metri quadri, sul viale che conduce alla Villa Reale di Monza. Un progetto che porta l’approvazione della Regione Lombardia, che ha finanziato parte del progetto.Insieme alla Regione Lombardia alcune famiglie di industriali monzesi, alla Fondazione Cariplo e Fondazione della Comunità di Monza e Brianza.

 

L’idea nasce dal presidente della cooperativa «La Meridiana», Roberto Mauri, che da 40 anni si occupa di anziani. Mauri ha già inaugurato una delle prime strutture in Italia dedicate ai malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica e stati vegetativi.

«I dati sulla demenza senile sono impressionanti e le stime dicono che raddoppieranno nei prossimi vent’anni – spiega Mauri – è per loro che occorre ripensare a un modello che possa offrire autonomia e indipendenza al paziente, ma sotto l’occhio attento di personale medico e infermieristico appositamente addestrato».

Sarà la prima struttura in Italia a ospitare esclusivamente persone malate di Alzheimer, pensato sul modello già sperimentato a Weesp, in Olanda.

Le analisi del modello olandese hanno confermato che lo stress dei pazienti è sensibilmente diminuito. Anche l’uso dei farmaci è stato notevolmente ridotto, mentre è accresciuto il benessere dei familiari e della comunità.

«Il paese ritrovato» ospiterà una piazza con il bar, il teatro, un luogo di culto, un negozio di parrucchiere, un minimarket, una banca e l’ufficio postale dove gli anziani malati di Alzheimer potranno avere una vita «normale» e attiva.

Nel villaggio sorgeranno due palazzine che ospiteranno gli appartamenti per 64 pazienti e i loro accompagnatori. Ogni appartamento avrà stanze ampie e luminose, dotate di bagno, cucina e spazi comuni.

Come un piccolo paese dall’atmosfera raccolta, dove sarà più semplice non perdere l’orientamento, mantenendo le proprie abitudini e la propria autonomia senza rischi. Le persone affette da Alzheimer potranno uscire di casa, andare dal parrucchiere, entrare in chiesa, passare al supermercato.

Tutto vero, se non per un dettaglio: la parrucchiera, il barista, la cassiera del supermercato e l’addetto alle poste saranno tutti personale socio-assistenziale, appositamente formato per rapportarsi con i pazienti, con una supervisione attenta e mai invadente.

“Introdurremo il sostegno a questo progetto innovativo e ad altri, sempre dedicati a pazienti affetti da demenze – ha spiegato l’assessore al Welfare di Regione Lombardia Giulio Gallera – all’interno della delibera delle Regole di Sistema. Pensiamo, infatti, che questa piccola cittadella possa costituire un modello cui ispirarsi per trovare nuove strade che consentano ai malati di mantenere il più a lungo possibile la propria autonomia, in una situazione protetta”.

 

“Il paese ritrovato sarà il primo centro in Italia per la cura dei malati di Alzheimer – ha commentato il vice presidente di Regione Lombardia Fabrizio Sala – un progetto assolutamente innovativo e lungimirante promosso dalla Cooperativa La Meridiana di Monza. Si tratta di un esempio di efficienza che Regione Lombardia vuole sostenere e valorizzare con un accordo cui stiamo lavorando. Questo centro racchiude anche la grande attenzione dei privati e delle associazioni nel supportare iniziative legate al sociale e ai bisogni della comunità, un segno che rappresenta a pieno lo spirito di generosità della Brianza”.

By Lineaoceano

Annamaria… a dopo

LA “RETORICA”!

 …si fa conoscere con tanti nomi,

ma ci vuole impegno per apprezzarla

Enzo e Ducky

Enzo: La retorica…la retorica merita il rispetto culturale, le virgolette e il punto esclamativo.  E’ come una “signora di grandissima classe” in fatto di stile e cultura.

Ducky:        Madonna santa,  fratello caro,  qui ti ci vuole un caffè doppio. Gli argomenti sono il tuo pane quotidiano…se proprio fissato.

Enzo: Ma questo argomento, credimi, merita tutto il rispetto per i contenuti.

Ducky:        Sentiamo, intanto a che serve?

Enzo: – Serve per farsi ascoltare;

– Serve per colpire l’immaginazione di chi ci sente parlare o di chi ci legge;

        

– Come rendere convincente un argomento che non lo è;

– Totò, il grande principe della risata, ha detto “Signori si nasce”, e noi diciamo “Poeti si nasce”, ma “oratori”  si diventa;

 

 

– la retorica è tutto quello che viene dopo la grammatica: i segreti dello stile, dell’arguzia, della gestualità, del tono, dell’ironia, della drammaticità, dell’emozione nel parlare  a uno o più interlocutori o a un intero pubblico.

 Insomma ci insegna a COME PARLARE PER FARCI ASCOLTARE e aggiungo anche PER FARCI CONOSCERE CULTURALMENTE.

Ducky:        Perché dicevi che la RETORICA ha tanti nomi?

Enzo: Come media,  ha 7 nomi detti sinonimi:  ampolloso, enfatico, formale, magniloquente, pomposo, ridondante, stilistico.

I contrari sono 10, sempre in media: breve, agile, severo, incisivo, stringato, essenziale, asciutto, lapidario, sintetico, conciso.

Detto in sintesi, la retorica è l’arte dello scrivere e del parlare con eleganza, secondo precise regole codificate:  nell’antichità classica il retore era un oratore forbito e maestro nell’arte del dire. In senso spregiativo retorico si riferisce a un discorso, altisonante e al tempo stesso vuoto di significato. Da queste sintetiche spiegazioni  emerge in primo piano la sua connessione con la comunicazione e il linguaggio. All’epoca in cui prevaleva una cultura e una tradizione orale l’oratoria, l’eloquenza, la capacità di parlare in pubblico, di convincere, di trascinare le folle, erano molto importanti. 

Ogni parola che abitualmente usiamo ha una storia e un significato che è mutato nel corso di secoli o di decenni.

Facciamo un esempio per capire.

Trovandovi con un amico su un filobus, se invece di dire “avviciniamoci all’uscita”  usate l’espressione “appropinquiamoci all’uscita”, il senso non cambia.  Semplicemente usate un’espressione antica e forse obsoleta che può essere ancora divertente o spiritosa. Se però dite “facciamoci largo verso l’uscita” il senso cambia, perché “farsi largo” presuppone una certa difficoltà nel raggiungere l’uscita.  E ancora: se dite “fiondiamoci verso l’uscita” quasi esprimete il timore  di non riuscire a fare in tempo a raggiungere l’uscita.

Non è chiara la differenza? Chiariamo subito!

Abbiamo adottato 4 (quattro) modi diversi, ossia avviciniamoci, appropinquiamoci, facciamoci largo, fiondiamoci  per esprimere un concetto analogo. Ciascuno di essi ha una storia e un significato proprio.  Questo semplicissimo esempio potrebbe essere analizzato in base a un criterio retoricomolto importante.

Brevemente, la retorica è:

– il modo con cui parliamo e come esprimiamo le nostre idee;

– la scelta delle parole, delle immagini, dei modi di dire,  della

  della struttura della frase con cui comunichiamo ad altri;

– il calcolo dell’efficacia delle nostre parole sull’ascoltatore;

– la modalità scelta nella relazione con una o più persone ossia lo stile, il tono, la serietà ecc.

L’oggetto della retorica quindi non è che cosa dire ma  “COME DIRE “ un pensiero, un’idea, un sentimento AFFNCHE’ LE NOSTRE PAROLE OTTENGANO IL MASSIMO RISULTATO:  convincere, persuadere, commuovere, sorprendere, suscitare ammirazione, avvincere, affascinare, sedurre e via dicendo.

La prima scuola di retorica fondava i criteri base dell’insegnamento sulla ricerca sistematica delle prove e sullo studio delle tecniche atte a dimostrare la vero simiglianza di una tesi. La retorica dunque nasce in un ambito giuridico; è una tecnica che permette di rendere più convincenti le argomentazioni di chi parla.

 

LA SOFISTICA: dalla Sicilia ad Atene V secolo a. C. si sviluppa la scuola filosofica dei sofisti. I sofisti erano considerati giocolieri della parola.  Il loro esercizio retorico seguiva la tecnica del contraddire usando, nell’argomentazione, l’inganno, la finzione, l’illusione, il falso ragionamento.

I sofisti ebbero sicuramente il merito di dare avvio, nel pensiero occidentale, a una profonda riflessione  sul linguaggio, sulla relazione tra le parole e le cose, sui segni (i vocaboli) con i quali descriviamo la realtà.

LE BUGIE IN POLITICA

 

Judith Shklar, filosofa lettone, importante teorica della politica del Novecento, ha scritto che svelare l’ipocrisia di un politico è più facile che fronteggiare la sua crudeltà. E’ come se il peso dato alle avventure sessuali di Berlusconi fosse di gran lunga più rilevante  rispetto alla catastrofe della scuola, alla devastazione della camorra, all’ incapacità di un minimo sviluppo economico, e  soprattutto alla crudeltà, al cinismo e alla barbarie con cui si trattano migliaia di persone provenienti da altri Paesi. Quindi siamo nel tema: di bugie, ma soprattutto di un peccato (vizio!) molto in voga.

  

Proseguiamo coi fatti!

L’Italia non è gli Stati Uniti o la Germania. Le bugie di Clinton e di Nixon , tanto per fare dei nomi di rilievo, hanno causato la fine dei loro mandati, un ministro tedesco si è dimesso per aver copiato la tesi di dottorato; e Renzi, vistosi sconfitto  e lapidato alle recenti elezioni ha dichiarato che si dimette allorquando il Parlamento si sarà costituito: che affezione alla poltrona, l’avrà fissata con l’ATTAK : pero’ che sentimento da capetto e che figura…la defenestrazione;  il Governo giapponese ha duramente criticato la Società Elettrica  per le menzogne sul nucleare. In altre parole, le bugie dei politici sono diventate un  connotato essenziale delle regole del gioco fra la politica e la società.

 

Orbene, il 72,3% degli Italiani giudica come categoria privilegiata di    BUGIARDI  proprio i politici, seguono a lunga distanza i commercianti e i pubblicitari. Solo al quarto posto come bugiardi risultano i criminali.

E le bugie si pagano a caro prezzo: vedi risultato elezioni politiche del 4 marzo anno corrente.

PERCHE’ LE PERSONE CHE AMIAMO CI MENTONO?

Domanda assassina!

Abbiate pazienza, ne parliamo subito, ma lasciateci gustare un maestoso caffè.

Per Enzo passare dalla politica all’ammore è un attimo…

Caffè preso.

Vi vogliamo sorprendere, con un “sapevate che…”

“A volte la sincerità fa più danni di una bugia”. Eh, scommetto che non lo sapete. Discutiamone!

Una donna che vede un amico, che lo sente al telefono e con cui ha un rapporto di affetto, può non dire nulla al marito geloso, che vede in ogni uomo un potenziale nemico. Incapace di superare queste gelosie ossessive, volenterosi di mantenere la relazione d’amore, ma al contempo desiderosi di preservare i propri affetti – innocui rispetto alla relazione di coppia – gli amanti possono mentirsi a riguardo senza che la menzogna sia di per sé un segnale di tradimento.

 

ESPRESSIONI BUGIARDE OVVERO LE BUGIE IN AMORE

Le forme della bugia sono infinite, tante quante le forme della sincerità.   Secondo Peterson (1996)  ci sono 6 tipi di bugie.

  1. Le bugie sfacciate: negare, negare, negare. A volte il partner ci protegge. Sa che ammettere quell’atteggiamento che si voleva superare, è segno di debolezza e fragilità, di disagio e imbarazzo. Può evitare di fare domande a cui la persona risponderebbe negando in modo sfacciato.

  1. Le verità distorte: sono bugie tattiche che nascondono. Consistono nell’esagerare o minimizzare alcuni aspetti della storia. “Quante birre hai bevuto ieri?”, “Solo due”. Senza pero’ dire che si sono aggiunti tre whisky. Le distorsioni non producono sensi di colpa. L’argomentazione è che la domanda era sbagliata e non la risposta (un domani si può sempre dire: “Tu non me lo hai chiesto”).

  1. Le bugie che diventano realtà: sono bugie fallite perché si trasformano in verità. Le scuse accampate diventano motivi reali. Motivi inesistenti per non fare una cosa ( essere febbricitanti per declinare un invito) diventano fatti reali per uno strano gioco della realtà (la sera si ha 39° di febbre). Non sembrano essere nocive ai rapporti.

 

  1. Le bugie per omissioni: quando narriamo una verità ma ci fermiamo a un certo punto, oppure quando diciamo la verità al 50%. Ci stoppiamo prima di autoincriminarci sperando che il partner non vada oltre sentendosi soddisfatto. E’ una delle bugie più frequenti e anche difficile da individuare, perché NON pensiamo alla bugia come omissione ma più come una cosa sfacciata. A volte sono preferibili alla verità ma generano comunque grandi sensi di colpa.

 

  1. Le bugie altruistiche: sono le bugie più comuni e subentrano quando vogliamo proteggere qualcuno per non far dispiacere gli altri: es. Lei chiede: Tesoro, ti piace questo reggiseno? (a lui non piace) e lui  mentendo,  le risponde: “Prima eri sexy, ora sei anche originale”.

 

  1. Chi è più bravo a scoprire bugie? Gli studiosi affermano che le donne dimostrano una maggiore competenza a scoprire le menzogne, perché sono più sensibili e attente agli aspetti non verbali della comunicazione e ai segnali emotivi.

 Enzo

Fonte-Newton Compton Editori-Luca Stanchieri

 

Annamaria… a dopo

 

LUI TI VUOLE. TU CEDI. LUI NON TI VUOLE PIU’. FA MALE. TROVI LA FORZA PER ANDARE VIA.. LUI TI RIVUOLE…

 Verso l’otto Marzo

Ho giurato di non stare mai in silenzio, in qualunque luogo e in qualunque situazione in cui degli esseri umani siano costretti a subire sofferenze e umiliazioni. Dobbiamo sempre schierarci. La neutralità favorisce l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio aiuta il carnefice, mai il torturato. (Elie Wiesel)

 

Per molte donne ( ma anche uomini) la dipendenza emotiva è una trappola …non cadere nella trappola affettiva.

Una tesi da 110 e lode.

Il tuo lui “tossico” non ti vuole però , poi, quando finalmente ne hai abbastanza, ti trova irresistibile. Per uscire per sempre da una relazione abusante devi sapere come proteggere te stessa.

Lui ti vuole. Tu cedi. Lui non ti vuole più. Fa male. Trovi la forza per andare via. Lui ti rivuole. Cedi ancora.

Poi lui non ti vuole più, di nuovo. Cancella e ripeti.

By Shannon Colleary- HuffPostUsa

Se siete com’ero io un tempo, e attirate uomini allergici all’impegno serio, nocivi, forse avete vissuto quell’esperienza contraddittoria: trovate finalmente la forza per stare lontane da lui per sempre, solo per vederlo tornare strisciando, giurandovi che vi ama davvero e che è cambiato sul serio… stavolta.

Se gli credete, il ciclo “inseguimento/panico” riparte da zero. Perché fa così?

Nel loro libro fondamentale, Men Who Can’t Love, Julia Sokol e Steven Carter scrivono “Spesso, l’uomo che ha paura d’impegnarsi ha bisogno solo di distanza, per alleviare la sua ansia. La relazione è finita, lui non è più terrorizzato. Così, i sentimenti che prova per te possono venire a galla liberamente in questo ambiente non-minaccioso. Liberatosi dal terrore della trappola, sente la tua mancanza. E ti chiama”.

“Quando succede, in genere il copione si ripete. L’unica differenza: questa volta accade più velocemente”.

Ho avuto due relazioni tossiche. Rimarreste sbalorditi di fronte alla profondità delle lettere d’amore dei miei due uomini impegno-fobici, quando finalmente trovai la forza per andare via.

Ecco un piccolo assaggio di quello che scrisse uno dei due, nel mio diario personale:

“Shannon, devo dirti così tante cose. Sono grato perché conosco una donna così bella, talentuosa, profonda, intelligente.

“Con te, sono cresciuto come essere umano, ho pensato e sperato di creare una famiglia con te e che noi potessimo sostenerci a vicenda”.

(Arrivata a questo punto, mi sentivo al settimo cielo per essere riuscita a cambiarlo tanto. Aveva bisogno del mio perfetto amore).

“Non capisco come i sentimenti di una persona possano cambiare così tanto, dopo aver provato tutto quello che abbiamo provato”.

(I miei sentimenti erano cambiati perché non rispondeva alle mie telefonate e spariva per giorni quando io chiedevo una relazione monogama)

“Voglio che tu sappia che non ho mai provato le stesse cose con nessun’altra”.

(Il mio ego era alle stelle. Cavolo, sono meravigliosa)

“Perciò, il disastro che sono stato per le ultime due settimane è coerente con i miei sentimenti”.

(Sono felice che stia soffrendo dopo tutta la sofferenza che ho patito io. Lo lascerò soffrire ancora qualche secondo, poi lo riprenderò con me e avremo una vita perfetta. Perché adesso capisce che sono fantastica, finalmente!)

“Mi rattrista sentirti dire che non vuoi stare con me. I mal di testa, le notti insonni, i momenti “no” mi sembrano così sbagliati. Sono perso. Scusami se non ti ho detto che ti volevo nella mia vita. E il fatto che io ci abbia messo un bel po’ a capire come funziono e perché mi comporto così, non è un motivo valido per lasciare scomparire quello che c’è di speciale tra noi”.

(Questo passaggio mi coinvolse davvero. “Ci aveva messo un po’” a capire come funzionava. Il mio periodo di terapia non mi aveva forse insegnato che non sempre conosciamo il motivo delle nostre azioni? Non potevo essere indulgente con lui?)

“Tutto questo non ha alcun senso”

(Non ti sei fatto sentire per una settimana. Poi sei rispuntato dal nulla, hai preteso del sesso orale e ci sei rimasto male quando hai capito che non lo avrei fatto).

“È molto semplice. Io amo te tu ami me. Siamo fatti l’uno per l’altro”.

(In realtà, non tanto per me)

“Dovremmo stare insieme. Ti prego dammi una possibilità. Ti supplico, non gettare alle ortiche una cosa così bella. Pensaci, tesoro!”

Ci pensai per circa cinque minuti. Poi gli accordai un’altra possibilità. Com’è andata? La mia ricompensa furono altri quattro anni di incoerenza, inaffidabilità, bugie, tradimenti, e tantissime, meravigliose lettere di scuse.

Quindi, cosa fare per non cadere preda della sindrome “inseguimento/panico” di un partner nocivo?

 

Se ti sei ritrovata a chiederti: “Perché non mi lascia andare se non mi vuole?”, ecco sei cose che devi sapere per tirarti fuori da questa tipologia di relazioni.

1. Capisci che andate a due velocità diverse.

Tu desideri connessione, intimità, impegno, longevità del rapporto. Lui desidera queste cose quando tu scappi via. Ma quando ti riavvicini e gliele offri, si sente soffocare, va in panico, scappa o compromette il rapporto criticando, abbattendosi, dimostrandosi inaffidabile e/o infedele. Quello che funziona per te non funziona per lui.

2. Rallenta

Ricorda “La fiducia si conquista, non si regala”. Se decidi di dare al tuo ragazzo una seconda possibilità perché lui giura di essere cambiato e vuole quello che vuoi tu, vacci piano. Sì, il sesso riparatore può essere scoppiettante come i fuochi d’artificio delle Olimpiadi di Pechino, ma non è indicativo di un cambiamento reale.

3. Non credere di vivere in un film.

Richard Gere è tornato in sé dopo aver scaricato Debra Winger. Si precipita nella fabbrica dove lei lavora per portarla via, verso un futuro dove lui sarà amorevole e sexy come un “gatto sul tetto che scotta”. È una fantasia nociva come “La bella addormentata” e “Biancaneve”. Ma la realtà è che forse l’unica cosa che Debra Winger avrebbe ottenuto, nella vita vera, sarebbe stato il cappello di Gere.

4. Credi a quello che fa, non a quello dice.

Quando il tuo uomo ritorna strisciando, con le lacrime agli occhi, distrutto, è portato a dirti di tutto pur di riaverti. E probabilmente dice sul serio, è questa la parte più insidiosa. Ma quando ti ha riconquistata, si sente soffocare ancora una volta.

5. Non trovare scuse al suo pessimo comportamento e non incolpare te stessa.

In generale, le donne attratte da stronzi allergici all’impegno hanno un’empatia sovrabbondante e la tendenza ad attribuire responsabilità sbagliate.

Si tratta di un retaggio dell’infanzia. I bambini piccoli credono di essere la causa di tutto quello che succede loro, nel bene e nel male. In quel periodo, il tronco encefalico è ancora sottosviluppato e non assimila il concetto che il bambino non si trova al centro dell’universo.

Se abbiamo avuto un’educazione instabile (ad esempio genitori con dipendenze di qualsiasi tipo) spesso portiamo con noi, nell’età adulta, quella sensazione di essere la causa del problema, offrendo il fianco a uomini allergici alle relazioni serie, caotici, narcisisti, tossici e simili.

Dai un’occhiata ai trascorsi del tuo ragazzo. Ha seminato una sfilza di cuori infranti? Allora forse non sei tu la responsabile del suo comportamento “impegnofobico”.

6. Abbi cura di te.

Quando un ex dannoso torna da noi, distrutto perché gli manca la relazione che lui stesso ha mandato all’aria, per natura siamo portate a correre ai ripari. Quando provi questo impulso fai attenzione, e dubita della sua autenticità.

Chiedi a te stessa: “Di cosa ho bisogno in questo momento? Cosa mi farebbe sentire stabile, ragionevole, tranquilla?” E poi chiedi alla presenza superiore in cui credi di darti la forza per farlo.

Lei non ce l’ha fatta. Purtroppo, anche se sopravviverà, questa donna forte ma sfortunata, sarà morta dentro quando saprà dello sterminio della sua famiglia per mano di un tossico criminale che mi rifiuto di chiamare uomo e che pretendeva di avere la clemenza dalla moglie anche per le sue scappatelle amorose (lasciando addirittura 5000 euro all’amante) e il sorriso delle figlie.

-La telefonata-
«Non vi farò mai male».

Fanno venire i brividi le parole del carabiniere che ha sparato alla moglie, ucciso le due figlie e poi ( dopo 9 ore) si è suicidato, pronunciate nel corso di una telefonata, da lui stesso registrata e risalente a pochi mesi prima della strage, diffusa da una trasmissione televisiva. L’uomo chiama la moglie, Antonietta Gargiulo, pregandola di farlo parlare con la figlia più grande, Alessia, di 13 anni. La donna prima chiarisce: «Se lo devono sentire loro». Poi gli passa la ragazzina. Capasso chiede alla figlia se vuole uscire con lui ma Alessia prende tempo, sembra avere paura. Allora lui la rassicura: «Non ti preoccupare a papà, non ti faccio niente». Lei risponde: «Lo so che tu non mi faresti mai del male». Non fa in tempo a finire di parlare che lui giura: «No, mai mai». Poi l’uomo torna a insistere per convincerla a incontrarlo: «Se mai proviamo a stare insieme, mai sappiamo se stiamo bene o no». La 13enne sembra in difficoltà. «Però da soli no», dice. Il padre allora estende l’invito anche alla moglie e all’altra figlia più piccola, Martina, 8 anni. «Ci tengo a voi», assicura. Ma Alessia preferisce chiudere la conversazione e, rispondendo alla richiesta del papà, dice: «Ti faccio sapere dopo». Poi ripassa il telefono alla madre.

Anche alla moglie Capasso ripete: «Anto’, io non ti farei mai del male, già te ne ho fatto». Ma lei non crede al marito: «Non è che non mi fido più di te, non mi fido più di nessun uomo al mondo. Voglio stare tranquilla con le mie figlie a riprenderci perché io sto male. Io – continua la donna – c’ho un cuore mio da ricostruire. Venti anni di sogni e desideri distrutti. Io voglio la separazione. Stai male? Me lo immagino nessuno è contento – dice rivolgendosi al marito – ma tu sai tutta la verità, sai tutto quello che io ho fatto per te». Antonietta continua il suo sfogo come un fiume in piena: «Ti manca fare l’albero di Natale? Dovevi perdere tutto per capirlo. Allora io spero – spiega all’uomo – che tu veramente faccia un percorso e diventi l’uomo migliore che tu puoi essere, perché tu di base ce le hai le qualità però c’hai tante problematiche». Capasso assicura: «Ho capito tutti gli errori miei verso di te, verso le bambine, verso tutto quello che vuoi». E poi le dice di essere d’accordo sulla separazione se lei pensa che questo la farebbe stare meglio. La moglie però torna a esprimere tutto il suo dolore: «Dimmi, io sono stata felice 16 anni di matrimonio? Sono stata svergognata, tradita, maltrattata, picchiata. Sul posto di lavoro svergognata da tutta Cisterna come una che non se lo merita perché lo sai che non me lo merito». Non è solo un episodio, continua, “io e te sappiamo la verità“. «Se l’hai capito – dice ancora Antonietta – mi fa solo piacere perché se tu diventi la persona che puoi essere, io sono felice di vederti un padre migliore».

La moglie: «Avevi tutto»
Capasso però replica: «Ma io senza di voi non riesco». E la supplica: «Dammi la possibilità di avvicinarmi alle bambine». La moglie allora cerca di fargli capire che non può costringere le figlie ad incontrarlo se loro non vogliono: «Non te la devo dare io la possibilità – spiega – ma se io vedo mia figlia in ansia, impaurita, io non la obbligherò a fare niente. Tu l’hai obbligate per anni a fare le cose che non volevano. Sappi che io e loro preghiamo per te, in questo le obbligo». Poi, prima di chiudere la conversazione, le ultime amare parole: «Avevi tutto, due figlie intelligenti, una moglie che ti stra-amava». E continua: «Io sono la deficiente che ti ha stra-amato, ho sbagliato. Ora penso a me e alle mie figlie perché ho dato la mia vita per te e davanti a Gesù cammino a testa alta. Mi dispiace hai superato tutti i limiti».

Annamaria… a dopo