IL VINO INVECCHIA SOTT’ ACQUA

 

Un buon brindisi alla ripresa delle …”attività regolari”  

                  

                                                     

Il vino di casa (o il vino che si pasteggia) non imbriaca.

TRIONFO DI BACCO

Siamo a settembre e in alcune zone si avvicina il periodo in cui l’aria si profumerà di uve e di mosti, riempiendosi dell’allegria che si accompagna alle prime vendemmie!

 

                         

E a proposito di questi “nettari”, ho scoperto una particolarità che mai avrei mai immaginato ma che magari qualcuno di voi, soprattutto vivendo nelle zone interessate o profondo conoscitore del mondo del vino, ne era già a conoscenza!                                                  

Forse per caso, come per le 168 bottiglie di Veuve Cliquot rimaste sul fondo del Mar Baltico per 180 anni e recuperate solo nel 2010, per errore o per scommessa, oppure come nel caso di un’azienda ligure che ha fatto invecchiare nel mare di Portofino, a 70 metri di profondità, 6.500 bottiglie di spumante, o ancora per curiosità e attaccamento al territorio come per un’azienda lagunare o per la scelta tecnico-scientifica del laboratorio sottomarino spagnolo,  è nato l’invecchiamento  del vino sott’acqua che sta diventando una vera moda, ancora di nicchia, ma capace di affascinare anche una delle griffe più importanti di Bordeaux.

Abissi, spumante invecchiato sott’acqua
Nella zona di Chiavari c’è stato il primo esperimento d’avanguardia di “spumantizzazione subacquea” in Italia.
Il processo si è ispirato al ritrovamento sottomarino di anfore di età greco-romana contenenti vino intatto nelle sue proprietà organolettiche: da qui il 22 maggio 2009 la posa in fondo al mare di 6.500 bottiglie a una profondità di circa 60 metri in località Cala degli Inglesi, una baia incontaminata tra il faro di Portofino e la Cala dell’Oro. Divise in 12 gabbioni da 1 metro cubo ciascuno, dopo l’immersione in una zona di fondale ghiaiosa a una temperatura costante di 15 gradi, ideale per la conservazione del vino, in ambiente carente di luce, le bottiglie sono state recuperate, rivestite e protette da un’inedita copertura di sedimenti marini :

Sott’acqua ogni bottiglia un’opera d’arte, con incrostazioni marine, conchiglie, alghe e tane di pesci che decorano il vetro. Data la considerevole profondità a cui sono state immerse, le bottiglie hanno potuto beneficiare del perfetto bilanciamento di pressione ricevendo una omogenea ed equilibrata spinta dall’interno verso l’esterno e dall’esterno verso l’interno.

Questo effetto ha favorito un intenso amalgamarsi delle bollicine e conferito al vino un miglior aspetto organolettico oltre che tattile e quindi una maggiore sensazione di piacere nella degustazione. Altrettanto importante l’effetto “culla” svolto naturalmente dalle correnti marine sulle bottiglie immerse che ha permesso di mantenere in sospensione nel vino i materiali di scarto, le cosiddette “fecce nobili”,  prodotti dal processo di spumantizzazione e fondamentali per conferire al vino corpo, struttura e profumo. Un movimento costante che nelle cantine tradizionali viene attuato meccanicamente mentre in questo caso e’ stato sostituito dal dolce moto marino.

Merito anche della caratteristica conformazione della zona scelta per l’esperimento: le pareti a strapiombo del promontorio di Portofino permettono infatti di avere a poca distanza dalla costa dei fondali profondi con le caratteristiche favorevoli al processo di spumantizzazione. Passati i 18 mesi di immersione, le bottiglie del vino Abissi – Riserva Marina di Portofino sono state sottoposte ad ulteriore affinamento, per un periodo variabile tra i 40 giorni e i 6 mesi.

Le bottiglie di champagne Clicquot scoperte in fondo al Baltico a una profondità di 55 metri nel 2010 si trovavano vicino al relitto di una nave al largo dell’isola finlandese di Aaland : l’assaggio dello champagne da parte di una esperta finlandese è stato positivo tanto da essere giudicato “favoloso” .

Niente di meno ha suscitato il “nostro” Abissi: color giallo paglierino pieno, perlage fine e persistente, profumo intenso con ampio bouquet tra il muschiato e il salmastro, sapore secco lungo di spiccata mineralità.

Una perfetta coniugazione di passione per il vino ed il mare; l’ideatore pensa a una vigna su una portaerei : ”Cullo ancora un sogno, utilizzare una portaerei dismessa su cui creare un vigneto viaggiante con un’attrezzata cantina nelle stive in modo tale che, navigando, i vitigni possano sfuggire alle grandinate o cercare la giusta insolazione. Sarebbe il modo migliore per fare pace con il mio stato d’animo”.

Per quanto riguarda il Lagunare, si tratta di un vino rosso (Cabernet e Merlot) vissuto affinandosi fra terra e mare; esso finisce sott’acqua quando ancora è dentro la botte di rovere francese da 235 l quando, a causa della porosità del materiale del recipiente, gli scambi tra ambiente esterno e ambiente interno sono più massicci e rapidi.  

Questo ha reso l’esperimento del Lagunare Rosso un unico assoluto, ed è in programma anche l’imbottigliamento un di Lagunare Bianco risultato dalla vinificazione di uve Friulano, un Refrontolo  passito (Lagunare passito) e una grappa di Lagunare.
Questo ardito progetto è colorato di rosa in quanto sembra sia stata  la figlia di un vinificatore a dare il là a questa avventura. Il motore è stato il suo amore per la Laguna di Caorle, per i suoi odori e il desiderio di creare un vino con dei richiami importanti verso questo vino che fa il suo invecchiamento per sei mesi immerso totalmente proprio nell’acqua della Laguna di Caorle: un vero connubio fra il mare, la laguna e la terra di Venezia.

                                                                      


Questo vino rosso prodotto sulla terraferma a Campodipietra, dopo la Malolattica viaggia verso Caorle, dove cambia nome e diviene “Lagunare”.

    

Se usciamo dal territorio Nazionale, troviamouna “cantina” a quindici metri di profondità nelle acque del mare, a Plentzia, nel nord della Spagna lungo la costa dei Paesi Baschi, uno speciale laboratorio sottomarino per studiare l’invecchiamento del vino tra onde e flutti.
Si chiama Lseb (Laboratorio submarino envejecimiento bebidas), è composto da particolari moduli per contenere le bottiglie, adagiati sul fondale e attrezzati con sensori e videocamere per trasmettere in tempo reale in superficie i dati registrati. L’esperimento nel Paese Basco punta a dimostrare gli effetti positivi dell’acqua di mare sull’invecchiamento del vino.
Prodotti particolarissimi e un interessante caso di innovazione enologica che Coldiretti ha presentato al Vinitaly a Verona.

E che dire dei nostri “amati” cugini francesi !
In una cena tra amici, il direttore di un’azienda vinicola francese, un allevatore di ostriche ed un bottaio chiacchierando del mare come ultima frontiera dell’invecchiamento, hanno pensato bene di mettere a sistema le proprie conoscenze: il primo ha fornito il vino, Bordeaux 2009, il secondo il fondo, sull’oceano Atlantico, ed il terzo due botti, ad hoc, da 56 litri.

La curiosità, ovviamente, era quella di scoprire dove invecchiasse meglio il vino, così, una botte, custodita in un cubo di cemento, è stata fatta invecchiare sul fondale marino, e l’altra è stata lasciata al Castello.

Dopo sei mesi, è arrivato il tempo dell’imbottigliamento, e quindi della degustazione. Il verdetto è stato tutto in favore del vino invecchiato sul fondo del mare, caratterizzato da tannini lievi e grande complessità aromatica, ma, visti i costi, difficilmente diventerà un fenomeno di massa. 

I quattro casi rappresentano ancora  una rarità nel mondo produttivo del vino, ma sono destinati a svolgere, in futuro, un ruolo da apripista che porterà sicure novità nel profilo organolettico dei vini “sottomarini”.

Al Vinitaly, la Coldiretti ha presentato anche quello invecchiato nei ghiacciai, quello dei Celti, il primo vino d’orchestra e il primo spumante con polvere d’oro nonché quello dietetico.

La crisi dei consumi interni e lo sviluppo dei mercati esteri spinge, infatti, il settore verso una innovazione che valorizza la distintività del prodotto e il legame con il territorio e la cultura locale per vincere la competizione sul mercato globale, senza disperdere le grandi ricchezze che sono la passione per il lavoro, l’amore per la propria terra e la voglia continua di innovare, migliorare e crescere.

Mi riservo di approfondire questo argomento per renderne partecipi voi lettori.

Brindate con me . . . ma mi raccomando . . . mantenetevi sobri !!!

MARIA

LA RIVOLUZIONE ROBOTICA: L’ AMICO PEPPER E L’AVVOCATO ROSS

L’amico ideale ? PEPPER!

Ebbene sì, dopo aver conosciuto i robot creati per varie funzioni pratiche è arrivato anche Pepper, il robot a forma umana adottato da tante famgilie giapponesi in grado di interagire in maniera gentile, accattivante e sorprendente. Capace di percepire lo stato d’animo delle persone e di adeguarsi alle necessità degli inter

locutori.

A differenza degli altri robot presenti sul mercato, Pepper, è stato creato per essere un compagno di vita, la sua utilità è più psicologica che pratica.
Pepper non pulisce, non accudisce le persone, non fa lavori manuali, ma è un compagno di vita, può essere di aiuto a livello logistico così come può essere considerato un semplice amico!
Grazie ai suoi numerosi sensori ed alla telecamera 3D che gli permette di muoversi a 360°, questo robot è capace di interagire con l’ambiente circostante e con gli esseri umani presenti nei tre metri di distanza.
Riesce a riconoscere gli stati d’animo degli interlocutori (rabbia, tristezza, gioia, etc.) e si comporta di conseguenza, cosa mai realizzata prima in questo campo.
Ma questo non è tutto! Come si è evoluto Pepper?
Nel 2015, appena uscito sul mercato in Giappone questo social robot ha avuto un successo non indifferente!
L’azienda è arrivata a vendere fino a 1000 robot al minuto e questo successo ha fatto sì che venisse incentivato lo studio di un metodo che facesse diventare Pepper ancora più intelligente e completo.
In seguito è nata la versione per le aziende. Progetto nato grazie all’accordo tra Softbanks Robotics e IBM che ha donato al robot l’intelligenza artificiale del suo supercomputer “Watson“.
La versione di Pepper per aiutare le imprese si chiama “Pepper for Biz”.
Questa versione possiede una serie di software preinstallati che consentono di interagire con i clienti assolvendo a compiti quali accoglienza, intrattenimento, presentazione prodotti, e raccolta dati ai fini del marketing aziendale.


Questo robot pesa 28 kg per un metro e venti di altezza deve la sua popolarità anche grazie al suo kit di software Choregraphe che lo rende facilmente programmabile anche dai principianti. Inoltre, ha integrato Webots, un software di simulazione 3D. Questo permette di testare in tempo reale, in un ambiente virtuale, le programmazioni che gli si impostano prima che Pepper possa eseguirle nella realtà.

 

Un amico vale uun tesoro… quanto costa Pepper?
Per acquistare la versione base di Pepper ci vogliono circa 1500 Euro, mentre per le aziende i prezzi cambiano ed anche le proposte.
Infatti, è possibile acquistare Pepper per 36 mesi a 400 Euro al mese oppure lo si può affittare per 11 Euro/ora.
Grazie ai suoi sensori, il suo sistema anticollisione, la sua velocità che arriva a 3 km/h ed i suoi microfoni direzionali è riuscito ad entrare in ogni ambiente.

Nestlé ha in programma di dotare più di 1.000 punti vendita Nescafé in Giappone per informare i propri clienti sui loro diversi prodotti in modo divertente grazie a Pepper.

La Softbanks Robotics promette di sviluppare ancor di più le capacità di Pepper, accrescendo il suo “cervello”.

Ma c’è anche un’altra novità:  l’avvocato Ross, questo il nome del robot-avvocato che aiuta “i colleghi” praticanti alle prime armi.
Non si tratta di un robot vero e proprio ma di una intelligenza artificiale che si basa su Watson, il software di IBM capace di comprendere il linguaggio umano (lo stesso che viene utilizzato per il robot Pepper),
Ross oltre a fare le ricerche per i singoli casi è capace di fare collegamenti logici e proporre soluzioni ad hoc che aiutano l’avvocato a interpretare il caso e ad agire di conseguenza.
Ross non è l’unico avvocato robot. Per gli studi legali che si occupano di contrattualistica c’è Kira, una forma di intelligenza artificiale capace di abbreviare i tempi legati alle analisi di centinaia di pagine di contratti.
Kira analizza i contratti, ne estrapola le parti più importanti per lo studio legale, ne individua le clausole più rilevanti. Questo avvocato robot è capace di analizzare i documenti in base alla presenza o all’assenza di clausole specifiche e può estendere ricerche e analisi anche a contratti scritti in diverse lingue.

Poi c’è DoNotPay un’ altro avvocato robot che è riuscito a contestare 160 mila multe per parcheggio irregolare su 250 mila casi presi in esame a New York e Londra in 21 mesi. Il dato è stato reso noto dal suo ideatore, il 19enne Joshua Browder.

L’avvocato robot è solo una delle professioni interessate dalla rivoluzione che l’intelligenza artificiale sta portando nelle nostre vite. Per il momento gli algoritmi non sostituiranno i legali in carne e ossa, anzi li aiuteranno a fare meglio il lavoro e a concentrarsi sui passaggi più importanti. Non sappiamo però cosa accadrà nei prossimi vent’anni e quali saranno le conseguenze reali della rivoluzione robotica. Ad oggi il loro supporto permette di risparmiare tempo e denaro.

Fonte- softbankrobotics/hurolife

Annamaria…a dopo

LUCE/GAS “LIBERO MERCATO OBBLIGATORIO”

La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori.

Certo che ci  voleva un vero genio per inventare un tale ossimoro.

Recentemente ho scritto un post su facebook, in un gruppo della mia città, segnalando quanto mi sta succedendo con la bolletta della luce di luglio Enel- Servizio elettrico nazionale.

Giusto per sapere se oltre me ci fossero altre persone vittime di questa che io chiamo “truffa tutelata”, a tutti gli effetti.
Con mia grande sorpresa scopro che siamo davvero in tanti e ogni giorno, purtroppo, il numero aumenta.
In breve ho raccontato che nell’ ultima bolletta di Enel, oltre a leggere una cifra bassissima da pagare, noto anche la scritta “chiusura contratto “.

Telefono tempestivamente all’ Enel per avere spiegazioni e con mia grande sorpresa mi sento dire che ho cambiato gestore.

Resto basita perché non ho mai fatto nessun passaggio, non ho risposto a nessun operatore al telefono, non ho aperto la porta a nessuno e tanto meno firmato nessuna carta . Dunque non ho nessun contratto in mano e non ho mai firmato una beata m….

Inoltre, come suggerito sempre dall’ operatore, mi rivolgo allo “sportello del consumatore di energia e ambiente” e scopro che il mio attuale fornitore è Eni che disconosco, ovviamente.

Telefono a Eni e un operatore, dopo avermi chiesto il codice fiscale, mi conferma che son passata con loro. Come, quando e perchè non si sa…

Ho notato anche un certo imbarazzo da parte dell’operatore nel comunicarmi il mio domicilio che infatti era errato.

Mi rimane decidere se fare il rientro in Enel oppure rivolgermi ad un gestore di fiducia. Opto per la seconda soluzione perchè non trovo corretto passarmi ad altro fornitore a mia insaputa, anche se dicono che non sono tenuti a verificare.Nel frattempo è notizia di qualche giorno fa   che c’è stato un prolungamento al 2020 e non piu’ 2019 per l’obbligo verso il mercato libero.

A mio parere questi contratti fasulli ( a quanto pare in maggioranza Eni ) dove l’unico dato certo che hanno per fare un contratto  è nome e cognome del malcapitato “consumatore” , io in primis, sono azioni aggressive per farci anticipare il passaggio al mercato libero, nonostante o per colpa dei vari prolungamenti che sono susseguiti alla scadenza. Mi sorge il sospetto che tutti questi passaggi di gestione (a nostra insaputa) siano stati fatti subito dopo le elezioni politiche di marzo, come confermano anche alcune testate online.

Perchè?… Perchè una delle battaglie di m5s era mantenere il mercato tutelato e infatti il prolungamento al 2020 lo conferma….? A pensar male si fa peccato ma alle volte ci si indovina.
Ad ogni modo le liberalizzazioni ,se ben gestite, portano benefici. Rispettando e tutelando il cittadino che non è solo un “consumatore!”

Maggiori info per contratti non richiesti cliccare qui https://www.guidafisco.it/contratti-luce-gas-falsi-recesso-reclamo-1432

Annamaria…a dopo

MILF IN CERCA DI PROFUGHI AFRICANI

Dopo Camaiore e Padova anche a Bergamo, come racconta “Libero quotidiano”  donne di mezza età vanno a caccia di aitanti profughi, pagando loro cene e altro . I più  richiesti sono i Gambiani e i Nigeriani e…c’è un perchè.

La serata al centro di accoglienza è interrotta dal rombo del motore della macchina in partenza. I giovani migranti spiano dalle tende, si picchiettano coi gomiti i fianchi e i loro sorrisoni complici si spengono solo quando si sente in lontananza il tonfo della portiera dell’ automobile, una classe A grigio perla.

Sul sedile anteriore di quella vettura è appena salito un loro amico, un nigeriano dalla pelle scura come cenere, le spalle grosse e i muscoli scolpiti nelle braccia. Sparisce nella notte con una donna di mezza età, i capelli in ordine, un rossetto delicato sulle labbra e i tacchi che premono sull’ acceleratore della Mercedes per allontanarsi il prima possibile col suo giovane accompagnatore nero.

«Una sera sì e una no, arriva sempre la stessa signora alla guida della sua auto», racconta una donna che abita di fronte alla struttura di accoglienza in una frazione di Bergamo, «parcheggia nello spiazzo davanti al centro e aspetta che il ragazzo salga a bordo».

Vallo a chiedere agli amici stranieri del giovane cosa combinino insieme quella donna adulta e quel ragazzo che avrà su per giù venticinque anni.

Fanno spallucce, ridacchiano.

«Vanno in letto», ci fa capire un migrante ventisettenne della Costa d’ Avorio, confessando a denti stretti il misfatto.

Non è un caso isolato. Di signore più o meno attempate che vanno a ricercare la compagnia dei giovani africani nel comune di Bergamo ce ne sono. Si capisce: la richiesta delle donne non più ventenni è quella di trascorrere qualche ora di passione coi ragazzi immigrati, che per noia, per denaro o per piacere, possiamo solo tirare a indovinare, cedono senza troppe moine e finiscono a letto con le cinquantenni italiane.

Sono gli educatori della cooperativa Ruah, che a Bergamo e provincia si occupa di una cinquantina di strutture di accoglienza in cui vivono più di mille stranieri, a confermare il via vai delle signore adescatrici dei migranti. «Capita di vedere i ragazzi salire in auto con queste signore di mezza età», spiegano, quando domandiamo loro chi siano quelle donne con cui vanno in giro, sono vaghi. «È una mia amica, l’ ho conosciuta al bar», di solito rispondono così.

GLI APPOSTAMENTI A Casazza, per esempio, i residenti non fanno mistero di aver assistito a veri e propri appostamenti di automobili con donne a bordo che ammiccanti tirano giù il finestrino. Un paesino di tremila anime, le voci corrono da un orecchio all’ altro e gli sguardi dei curiosi non sbagliano mai il bersaglio quando fanno capolino dalle finestre delle casette dai tetti bassi.

Non capita raramente, raccontano, che i ventenni migranti si lascino convincere in quattro e quattr’ otto e scivolino velocemente sul sedile del passeggero. Mentre ciondolano per le stradine delle periferie bergamasche, i giovani neri diventano prede per le donne sole.

«Qui», racconta il titolare di un locale dall’ insegna scolorita nella periferia sud di Bergamo che dista pochi metri dalla struttura dove abitano decine di giovani profughi, «è più volte venuta a cenare una signora, sui quarantanni, con un ragazzo africano». Agli occhi del proprietario non sono sfuggite le carezze nascoste tra i due amanti e il braccio forzuto dello straniero attorno al vitino della donna. Lui un giovanotto in t-shirt, zainetto, sneakers ai piedi. Lei elegante, bionda, con qualche capello bianco che la tinta non è riuscita a celare.

«Paga sempre lei il conto», spiega, «e poi se ne vanno via insieme». Qualcun altro, invece, giura di aver visto una donnona, alta, robusta coi fianchi larghi, appartarsi negli angoli bui con un paio, addirittura, di giovanotti aitanti. Tutti in ogni caso constatano che le donne attratte dei migranti sono quasi sempre forestiere. Signore che non abitano in paese, ma che si dirigono proprio in quel di Bergamo per incontrare gli stranieri e combinare incontri piccanti.

PURE VIA FACEBOOK «Di occasioni per fare nuove conoscenze i ragazzi dei nostri centri ne hanno», spiegano dalla cooperativa Ruah, «finite le lezioni, camminano per la città, entrano nei bar, frequentano i locali. In queste circostanze capita che conoscano donne con cui poi intrattengono rapporti». Ma anche Facebook è diventato un mezzo sempre più impiegato dalle signore per provare un primo approccio con gli stranieri. Digitano un nome africano, impostano la località (Bergamo in questo caso), e fanno partire la richiesta di amicizia.

Un primo messaggio per sciogliere il ghiaccio e a seguire gli appuntamenti, presumiamo di fuoco, con gli amanti neri. Di recente, un ventenne gambiano residente in un centro d’ accoglienza bergamasco si è allontanato senza dire nulla. È arrivato fino all’ ambasciata a Roma per preparare i documenti per sposarsi con una donna tedesca del ’67 conosciuta qualche mese prima su Facebook. Non ci ha pensato su molto lo straniero, quando la signora si è fatta avanti con la proposta nuziale: la possibilità di ottenere la cittadinanza tedesca deve avergli fatto gola. O chissà, forse siamo solo malpensanti, e lo scambio di battute in chat ha fatto scattare l’ amore.

Un dato è quasi certo: le signore ammaliate dai migranti, tra tutte le nazionalità, vanno pazze per gambiani e nigeriani. «Sono quelli che hanno più successo. Sarà per il loro carattere: sono più spavaldi degli altri», raccontano gli educatori della cooperativa Ruah. Ma se lo vai a chiedere ai diretti interessati, e noi l’ abbiamo fatto, non ci girano tanto attorno: «Noi tanto grosso!», è la risposta di un giovane nigeriano.

Annamaria…a dopo

C’E’ BISOGNO DI PIU’ UMANITA’

di Francesco Lena

C’è bisogno di più umanità, l’obiettivo del diritto alla vita va perseguito, aprire il cuore e la mente,
prendere coscienza, portare aiuti ai bambini nel mondo, ammalati, che muoiono di fame e di sete.
C’è bisogno di più umanità, costruire ponti verso l’altro, aprire le frontiere, porte e porti,
mettersi al servizio di chi è in grave difficoltà nel mare, salvarli ci rende migliori, più umani e più forti.
C’è bisogno di più umanità, con umiltà praticare buone azioni, concrete e con generosità,
superare l’egoismo, per portare aiuti ai poveri, ai senza tetto, con una vera solidarietà.
C’è bisogno di più umanità, verso gli ammalati, sia garantito il diritto alla salute, ai vecchi e bambini con amore e semplicità,
prendersi cura e portare, un sorriso, una carezza e l’ascolto, donerà loro tanta serenità.
C’è bisogno di più umanità, aprirsi al mondo e avere una visione positiva nei confronti degli immigrati,
sono una risorsa sana, culturale e sociale per la società, per la famiglia umana e per noi tutti.
C’è bisogno di più umanità, saper dire no alla costruzione di armi e svuotare gli arsenali,
per riempire i granai, avere la pace sulla nostra madre terra e da mangiare per tutti.

C’è bisogno di più umanità, rispetto tra persone, ascoltare e, ascoltarsi nella verità,
costruire, buone idee, proposte, condividerle, per contribuire a migliorare la società e l’umanità.
C’è bisogno di più umanità, amare e amarsi tra persone, voler bene alla vita e a tutta l’umanità,
dialogare, collaborare, salvaguardando sempre la dignità di ogni persona, con pura onestà e sincerità.
C’è bisogno di più umanità, di uguaglianza per tutti i cittadini del mondo, di giustizia democrazia e di libertà,
in questa nostra bella e grande famiglia umana, ci sia unità, fratellanza, pace e serenità per tutta l’umanità.

Annamaria… a dopo