“Alì e Nino: una storia d’amore”.

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Queste due sculture, un uomo e una donna, che si attraversano a vicenda si trovano nella città di Batumi, in Georgia, per raccontare una storia d’amore tragica ed hanno un’altezza di 8 metri . Sono state realizzate dall’artista locale Tamara Kvesitadze e i due personaggi rappresentano un ragazzo islamico di nome Alì e una principessa georgiana di nome Nino.

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Si tratta dei protagonisti di un romanzo del 1937 scritto da Kurban Said, autore originario dell’Azerbaigian che porta il titolo di “Alì and Nino: a Love Story”. La loro storia d’amore tormentata si conclude in tragedia con la separazione dei due protagonismi a causa della guerra.

Ogni giorno alla 7 di sera le due sculture vengono messe in movimento per fare in modo che questi personaggi si stringano in un abbraccio prima di lasciare l’altro alle proprie spalle. Se siete curiosi di approfondire questa storia d’amore, il romanzo che racconta le vicende di Alì e Nino è stato tradotto in italiano con il titolo “Alì e Nino: una storia d’amore”.

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E’ una storia di guerra e pace, onore e vergogna, dove si cercano di far convivere la religione e la cultura islamica e cristiana, tra Asia e Europa. Le due sculture ci ricordano la rappresentazione dell’amore del nostro bambino interiore realizzata da Aleksandr Milov.

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Il tema dell’amore non svanisce mai. In questo video possiamo ammirare i movimenti delle sculture in lento avvicinamento.

 

Annamaria… a dopo

EZIO BOSSO INCANTA SANREMO

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EZIO BOSSO

EZIO BOSSO

Dopo aver visto l’esibizione di Bosso e letto l’articolo (che vi propongo) e premesso che  faccio parte di quelli che non restano indifferenti negli altri giorni dell’anno alla  disabilita’… mi sento di dare ragione all’articolista tranne in un concetto: lo stato non e’ indifferente al sostentamento delle case famiglia e degli istituti, ( gestiti quasi tutti  dalle coop). Infatti è notizia di questi giorni la discussione di una legge nominata “Dopo di noi” che forse sarebbe meglio chiamarla “Durante loro” . La legge prevede aiuti solo per quei disabili che dopo la morte dei genitori saranno rinchiusi in istituto però nessun aiuto per le famiglie che decideranno di tenere i loro fratelli o familiari accanto a loro.

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Considerando la carica emozionale portata da questo musicista (che in verità pochi conoscevano prima della sua presenza sanremese) e l’interesse sollevato, mi piacerebbe che in Tv , nei tg e nelle trasmissioni strappalacrime che ogni giorno ci parlano di ragazzi maltrattati negli istituti ( per carità non sono tutti uguali !) si parlasse anche dei sentimenti delle famiglie che scelgono di tenerli accanto,perche’ ci sono e sono tante e meritano di essere aiutate, tanto quanto vengono aiutati gli istituti. Enzo Bosso è un grande perché trova la forza nella sua arte ma sono sicura che la trova anche nella sua famiglia come la trovano migliaia di italiani.  Conoscevo l’artista Ezio Bosso , è da ammirare per la sua straordinaria capacità artistica. Spero che la sua visibilità sanremese sia servita a sensibilizzare maggiormente il mondo dei disabili . Pensare alle strutture e agli aiuti finanziari, ma forse dovremmo essere educati, fin da piccoli, a vedere e comprendere ogni essere nella sua compiutezza. Chissà forse sarebbe tutto più semplice.

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Presto vedremo anche Nicole Orlando, la campionessa con Sindrome di Down a “Ballando con le stelle” 

EZIO BOSSO

EZIO BOSSO

By IFQ– Diciamo la verità: per 364 giorni l’anno dei disabili non frega nulla a nessuno. Chi non ha la ventura di avere un fratello, un genitore, uno zio o un cugino disabile in genere al massimo li incontra al supermercato o li incrocia per strada, perché vivono confinati nelle loro famiglie, negli istituti statali, nelle case famiglia. Magari dietro la porta del vicino che abita sull’altro lato del pianerottolo, ma in genere lontani dai nostri occhi. E ancor più lontani dai discorsi e dai pensieri della classe dirigente: nonostante la problematica investa centinaia di migliaia di famiglie, i disabili non sono abbastanza appetibili dal punto di vista elettorale, sono un bacino di voti troppo esiguo perché la politica li consideri.

All’improvviso, però, una sera qualunque nel bel mezzo di un Sanremo qualunque, Ezio Bosso sale sul palco dell’Ariston e per un istante rompe il quotidiano tran tran dell’indifferenza. Parla a fatica e a fatica suona, si muove a scatti. La sua umanità infiltra le telecamere e si abbatte come una cascata improvvisa nei salotti degli 11 milioni di italiani che come ogni sera della loro vita guardano la tv. E subito l’emozione si traduce in una marea di post sui social network. Tutti a raccontare, a esprimere in una manciata di caratteri le emozioni provate di fronte alle mani di Bosso che a fatica percorrono la tastiera del pianoforte.

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Tutto bello, tutto giusto, ma il pericolo è che si tratti dell’illuminazione di un attimo. Il rischio (quasi una certezza) è che tutto rimanga a livello di semplice stimolazione epidermica, che alla fine della performance e del suo potenziale messaggio non rimanga altro che la stranezza, il freak show. Come quando nei circhi di una volta i nani e la donna barbuta (a Sanremo lo scorso anno andò Conchita Wurst…) venivano buttati in pista per scatenare senza troppa fatica l’applauso del pubblico.

E’ giusto tutto questo? No, non lo è. Perché Ezio Bosso, prima ancora che disabile, è un artista. Uno considerato dagli addetti ai lavori al livello di Ludovico Einaudi, ma più bravo. Uno che suona alla Royal Opera House di Londra, come ha ricordato lo stesso Carlo Conti in diretta tv, o che nel 2003 aveva firmato la colonna sonora di Io non ho paura del premio Oscar Gabriele Salvatores. Che negli anni 80 suonava il basso e il contrabbasso negli Statuto. La Sla lo ha colpito nel 2011, ma lui scriveva da decenni. Compone musica sinfonica. Una perla nel bistrattato panorama dei compositori contemporanei italiani, nota fino a ieri solo agli appassionati. E perché è salito sul palco dell’Ariston? Per via del suo talento? Perché compone bene? Sì, certo. Ma anche, e forse soprattutto, perché è disabile. Ma Ezio Bosso è un musicista, un compositore e un pianista. Non un musicista disabile, né un disabile musicista.

Bravo (dal punto di vista professionale) e furbo Conti a intuirne il talento e l’umanità, mix in grado di tradursi in potenzialità televisiva e capacità di fare presa sul pubblico sanremese. Al di là delle intenzioni commerciali dell’operazione, il suo risultato ha potenzialità interessanti: potrebbe fornire un ottimo spunto di riflessione a chi considera quello della disabilità un problema altro, lontano. Che non ci riguarda. O che ci riguarda solo quando ci arriva addosso un’emozione come quella di Bosso.

Perché l’emozione si nasconde ovunque, anche dietro la porta del vicino di casa che ha un figlio disabile. O dall’altra parte della strada, dove una struttura comunale ospita una comunità di tetraplegici. Per questo il consiglio a chi si sdilinquisce in commenti sulla performance di Bosso commosso dalla sua disabilità potrebbe essere questo: voi che avete riversato sui social la vostra emozione, per emozionarvi di nuovo e dimostrare a voi stessi che avete intuito le immani dimensioni del problema, domattina andate a visitare una delle case famiglia che avete nelle vostre città, paesini o borghetti e andate a vedere come si reggono in piedi solo grazie alla buona volontà della gente che ci lavora, mentre le istituzioni se ne fregano e li insultano – vedi Gasparri al Family Day – quando va male (cioè quasi sempre) e quando va bene le considerano al massimo un fastidio cui destinare un po’ di risorse.

E poi andate dall’assessore alle Politiche sociali del vostro comune e chiedete che nel prossimo bilancio qualche migliaio di euro in più finisca a queste strutture. Inondate i social di appelli perché le istituzioni facciano qualcosa, come fate in massa ogni volta che un comune minaccia di chiudere un canile. Altrimenti sarà stata soltanto l’ennesima occasione in cui vi sarete emozionati grazie a stimoli venduti un tanto al chilo, avrete pasturato la vostra coscienza asfittica e ve ne sarete dimenticati il giorno dopo. E la performance di Ezio Bosso a Sanremo, pur non essendolo, rimarrà il solito, desolante freak show.

Annamaria… a dopo

 

 

FRANK SINATRA, UN SECOLO DI “THE VOICE”

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Il 12 dicembre del 1915 nasceva Francis Albert Sinatra a Hoboken, sobborgo di New York. Da allora sono trascorsi 100 anni, ma il mito non muore mai.

BOB & GLI ALTRI Con il tributo “Shadows in the night”, quest’anno è stato Bob Dylan il primo a celebrare il centenario di Frank Sinatra.  Dylan spiega, però, che non si sente un «archeologo musicale» e che il suo intento è «far legare le persone ad alcune canzoni alle quali lui stesso (e tutti noi) è legato legato».  Poi, le iniziative si sono moltiplicate. Fra le più significative, la compilation in 4 cd (e 101 successi) “Ultimate Sinatra (Centennial Collection)”…..buon ascolto!

Annamaria… a dopo

SANT’AMBROGIO E IMMACOLATA A MILANO

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La festa di Sant’Ambrogio  è la festa patronale di Milano.

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Sant’Ambrogio, storia e origini della festività

Etimologia: Ambrogio: immortale, dal greco.

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Santo, vescovo e dottore della Chiesa. Ambrogio è nato a Treviri, in Germania, nel 339 e morto a Milano, nel 397. Figlio del prefetto della Gallia, studiò a Roma intraprendendo presto la carriera amministrativa. Fu governatore di Liguria ed Emilia, con sede a Milano. Così, quel 7 dicembre dell’anno 373, in cui cattolici e ariani si contendevano il diritto di nominare il nuovo Vescovo dopo morte delvescovo Aussenzio, toccava a lui garantire in città l’ordine pubblico, e impedire che scoppiassero tumulti.

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L’imprevedibile accadde quando egli parlò alla folla con tanto buon senso e autorevolezza che si levò un grido: Ambrogio Vescovo!, benché solo catecumeno in attesa del Battesimo, fu proclamato suo successore. Milano a quest’epoca era la capitale dell’Impero. Si oppose duramente al ripristino dei culti pagani e richiamò con successo ai doveri di cristiani l’imperatore Valentiniano II e Teodosio il Grande. Da Ambrogio la Chiesa di Milano ricevette un’impronta che si conserva ancor oggi, anche nel campo liturgico e musicale. Mantenne stretti e buoni rapporti con l’imperatore, ma era capace di resistergli quand’era necessario, ricordando a tutti che l’imperatore è dentro la Chiesa, non sopra la Chiesa. Alla sua Chiesa lasciava un ricco tesoro di insegnamenti soprattutto nel campo della vita morale e sociale. Dopo la sua morte, nel 397 a.C., il corpo venne sepolto nella chiesa che fu poi rinominata Basilicata di Sant’Ambrogio, dove è tuttora conservato.

Riti e tradizioni di Sant’Ambrogio

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La festa di Sant’Ambrogio racchiude in sé manifestazioni a carattere religioso, popolare, culturale e rappresenta un evento significativo per Milano. Il giorno di Sant’Ambrogio, molti degli abitanti del capoluogo lombardo cittadini si recano alla messa in onore del santo patrono, che si celebra dall’Arcivescovo di Milano pressola Basilica di Sant’Ambrogio. In una ricca urna sono conservate le sue spoglie, insieme a quelle dei Santi Gervasio e Protasio ritrovate proprio da sant’Ambrogio Le origini del rito Ambrosiano sono addirittura antecedenti al Santo, ed ha una durata e delle caratteristiche alquanto diverse rispetto al Rito Romano.

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Un’ altro evento che caratterizza questo importantissimo giorno per i milanesi è la fiera degli Oh Bej, Oh Bej, evento che chiama a raccolta tutti gli anni una moltitudine di cittadini. Questa manifestazione ha origini che risalgono al 1288, ed ogni anno invadeva le strade intorno alla Basilica di Sant’Ambrogio a quei tempi si svolgeva nei pressi di Santa Maria Maggiore. La manifestazione ha luogo dal 7 all’8 dicembre ed è famosa per la presenza di numerose bancarelle ricche di colori e profumi, che creano un’atmosfera davvero suggestiva. Vi si può trovare una grande quantità di giocattoli, dolci tipici, oggetti d’antiquariato ed ogni sorta di cianfrusaglie. Per i bambini la fiera è come il paese dei balocchi ed è l’occasione giusta per farsi viziare da nonni e genitori! In questi ultimi anni la manifestazione ha trovato una nuova collocazione presso il Castello Sforzesco e le strade limitrofi.

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Ancora più grande, con idee regalo che arrivano da tutto il mondo e stand gastronomici che propongono piatti esotici o eccellenze italiane è l‘Artigiano in Fiera.

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La grande esposizione quest’anno si terrà per 9 giorni dal 5 al 13  e per tradizione il 7, oggi,  si apre la stagione operistica al teatro La Scala. Ogni anno, in occasione della festa del patrono, centinaia di persone, tra cui personaggi famosi, si recano alla Scala per assistere alla prima rappresentazione della stagione. Solitamente l’apertura della stagione scaligera è affidata ad un’opera di Verdi, musicista molto amato dai milanesi. Quest’anno Giovanna d’Arco di Verdi.

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La festa di sant’Ambrogio apre ufficialmente a Milano le festività Natalizie, c’è già profumo di cannella, di vin brûlé e di panettoni, si respira già un’atmosfera di festa. El panetun è milanese.

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Famosissimo ed esportato in tutto il mondo ha una paternità contesa. Due le pasticcerie che si vantano di averlo inventato: la pasticceria Biffi e la pasticceria Cova. Ma la fortuna del dolce ambrosiano arrivò con il pasticcere Angelo Motta che aveva la bottega in via della Chiusa, e che inventò il marchio a forma di M che ricorda la facciata del Duomo, e successivamente con Giocacchino Alemagna. Questa concorrenza durò fino agli anni 70. Oggi i due grandi marchi sono stati acquistati da un noto marchio (Nestlè). Il panettone resta il simbolo milanese e nell’hinterland si inizia a mangiarlo proprio nel giorno della festa di Sant’Ambrogio


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Panettone milanese

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Annamaria… a dopo

 

TED 2: IL FILM CON L’ORSACCHIOTTO SPORCACCIONE ,VIETATO AI MINORI

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Il “papà” della fortunata serie animata della televisione “I Griffin”,Seth MacFarlane è in arrivo nelle sale cinematografiche con l’orsetto più irriverente del cinema, “Ted 2” . Per gli affezionati il sequel uscirà il 25 giugno prossimo in tutte le sale italiane per deliziare tutti i fan. Assieme all’orsacchiotto anche il suo compagno di bravate, Mark Wahlberg, l’inseparabile amico d’infanzia.

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La trama di “Ted 2” segue di anni le vicende del primo capitolo. Ted ha deciso di mettere la testa apposto e si sposa con Tami-Lynn, la fidanzata che aveva già nel primo film. I due nuovi sposini decidono di dare alla loro coppia un nuovo slancio cercando di avere un bambino insieme. Naturalmente Ted è un orso e quindi l’unico modo è adottare, inizia così un’esilarante commedia dove Ted dovrà convincere il tribunale che lui è umano così da poter ottenere la custodia del piccolo.

 

Nel trailer di “Ted 2” veniamo introdotti alla storia, l’orsacchiotto chiede al suo migliore amico di prestargli il seme per concepire un bambino con la sua amata, ma qualcosa va storto. Il tribunale ingiunge Ted a dimostrare di essere umano e da qui inizia una serie di avventure e situazioni esilaranti che porteranno al climax finale della pellicola diretta dallo stesso Seth McFarlane. Come farà Ted, con il suo caratteraccio e il suo totale disprezzo delle regole, a dimostrare di avere un anima umana così da poter coronare il suo sogno d’amore?

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La storia ,da quanto visto nei trailer ,sembra ben cogegnata. Se nel primo film abbiamo visto Ted ubriacarsi, ballare, andare in televisione e fare sesso… ora cosa potrà mai succedere?………….. Vedremo.

 

Annamaria… a dopo

CENERENTOLA 2015

 

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Una curiosità prima di parlare del film uscito il 12 marzo e  già record di incassi. Molti abbiamo scoperto la fiaba grazie al classico d’animazione Disney del 1950, ma le origini di questa maltrattata eroina risalgono al I secolo d.C. con la fiaba egiziana Rodopi, trascritta dallo storico greco Strabone.

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Nel 1697, il francese Charles Perrault trascrisse e pubblicò “Cendrillon” o “La storia della scarpetta di cristallo”, in cui compaiono per la prima volta la fata madrina, la zucca-carrozza e la scarpetta di cristallo e si tratta della versione più simile a quella della Disney. La versione dei fratelli Grimm, Aschenputtel, fu pubblicata in Germania nel 1812 e in essa il ruolo della fata madrina fu affidato a un uccellino. Da allora, la storia è stata adattata innumerevoli volte nella letteratura, al cinema, in televisione, a teatro, nella musica e nelle arti figurative.

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Ed ora veniamo al film campione d’incassi al botteghino e primo in tutte le classifiche tra i film in circolazione. Un successo straordinario firmato anche da un italiano , il tre volte premio Oscar per la scenografia , Dante Ferretti.
Ancora una volta è stata la Disney ad aver realizzato, sessantacinque anni dopo il suo capolavoro d’animazione , “uno dei migliori dieci di tutti i tempi” secondo l’American film institute , un lungometraggio in live-action da non perdere, ispirato alla classica fiaba che quando uscì, incassò ben trentaquattro milioni di dollari.

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A dirigere il film , il regista candidato all’Oscar (per la regia di ‘Enrico V’) Kenneth Branagh, uno dei cineasti contemporanei più apprezzati (è anche attore, sceneggiatore e produttore) che ha deciso di scrivere questo film con Chris Weitz (ricordate About a boy?) riuscendo perfettamente a bilanciare l’essenza del film d’animazione con l’esigenza di adattare la storia per il pubblico moderno.

“Non avrei mai pensato di dirigere una fiaba”, ha dichiarato Branagh alla presentazione del film a Milano, “ma sono stato catturato dalla potenza della storia e mi sono trovato in sintonia con lo stile visivo che gli artisti stavano sviluppando”. I risultati ottenuti sono straordinari e quello che ne è venuto fuori è uno spettacolo visivamente stupefacente.

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L’idea non era quella di realizzare una versione revisionista di una delle favole più amate dal pubblico di ogni età, ma quella di cercare di far comprendere il più possibile agli spettatori perché la protagonista, di nome Ella (è Lily James), non scappa, non si ribella mai alle cattiverie che le riservano la matrigna (una perfetta Cate Blanchett) e le sue due figlie, ma perdona, sempre e comunque.

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Branagh e il suo staff sono riusciti trovare e a trasmetterci la grandezza e la bellezza di questa storia e della sua eroina che, come ha dichiarato, “ha due qualità che pochi eroi cinematografici possiedono in questo periodo: l’onore e una grande forza d’animo”. Ma, soprattutto, sono stati capaci di abbandonare quella visione maschilista di una ragazza (molto bella) completamente dipendente da un uomo – nella specie, di un principe azzurro (è Richard Madden) – o da una fata che si prende cura di lei, a cominciare proprio dal suo aspetto fisico e dai vestiti (la Fata Madrina, che è Helena Bonham Carter.

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Cenerentola ci viene mostrata in tutta la sua bellezza, certo, ma anche attraverso le sue grandi capacità: reagisce e non si arrende alle prime difficoltà, è sempre ottimista e profonda ma, soprattutto, ce la fa con le sue forze, porgendo ‘l’altra guancia’, e questa non è una sua debolezza, ma la sua forza. “Mostra in tutti i modi che il bene può trionfare anche nelle situazioni più tragiche”, ha spiegato il regista, “e in questo suo messaggio in cui tutti possiamo identificarci, è aiutata dalla sua innocenza, dalla sua immediatezza e dalla sua grande intelligenza emotiva”.

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Perfetto anche il cast scelto da Branagh con tutti attori inglesi, molti dei quali provenienti dal teatro. C’è l’attrice premio Oscar Cate Blanchett (Blue Jasmine, Elizabeth) nei panni della crudele ma incompresa matrigna e Lily James (già vista in Downton Abbey) nel ruolo dell’amorevole e gentile Ella. Richard Madden (Il Trono di Spade) è l’affascinante e riflessivo Kit, che inizialmente non rivela a Ella di essere il Principe, e la due volte candidata all’Oscar Helena Bonham Carter (Il Discorso del Re, Alice in Wonderland) è una mendicante e la Fata Madrina di Ella.

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Il cast è arricchito da Stellan Skarsgård (Millennium – Uomini che Odiano le Donne) nel ruolo del pragmatico Granduca, Nonso Anozie nei panni del Capitano, consigliere e migliore amico del Principe, e Derek Jacobi (Hamlet) in quelli del Re.

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Impossibile, poi, non restare affascinati dai costumi indossati dai vari personaggi – su tutti, quelli della matrigna e, ovviamente, l’abito celeste che Cenerentola indossa al ballo – che sono di Sandy Powell, (è stato scelto uno stile a metà fra il Diciannovesimo secolo e gli anni ’40) e le maestose scenografie che sono del premio Oscar Dante Ferretti che ha realizzato dei set per la casa di Ella, gli esterni del Palazzo Reale, e la grande sala da ballo del castello, dove Ella fa il suo indimenticabile ingresso e danza con il Principe.

La sua magia vi coinvolgerà e per ben due ore vi emozionerà non facendovi pensare ad altro.

La morale della favola è sempre la stessa: nella vita contano la gentilezza d’animo e il coraggio (con l’aiuto di un pizzico di magia)…

 

Fonte(Huffington post)

Annamaria… a dopo

 

DEMIS ROUSSOS LA VOCE DI FOREVER AND EVER E’ MORTO

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Un’altro mito  della musica se ne va : Artemios Ventouris “Demis” Roussos, la voce di Forever and Ever. ‘Demis doveva molto all’Italia. L’ultima volta che lo abbiamo visto da noi, era ospite di Carlo Conti nel programma “I migliori anni” . Nato ad Alessandria d’Egitto è morto a 68 anni nella notte tra sabato e domenica ad Atene, dove viveva .Con il gruppo  Procol Harum ,nei tardi anni ’60, all’alba del Progressive, avevano conquistato il mondo con “A Whiter Shade Of Pale”, una rielaborazione dell’aria sulla quarta corda di Bach. Demis allora era il cantante e il bassista degli Aphrodite’s Child, il gruppo che aveva formato con Vangelis.

Demis Roussos Performs in Budapest

Annamaria… a dopo

NATALE A…TARANTO

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Natale fra i trulli

C’è la crisi economica ma le famiglie pugliesi restano fedeli alla tradizione senza rinunciare al classico cenone della vigilia e al pranzo di Natale. Ad affermarlo è il Codacons, che ha monitorato la propensione alla spesa alimentare per il Natale 2014.
Tra alimenti e bevande le famiglie pugliesi spenderanno complessivamente circa 178 milioni di euro per il classico pranzo di Natale e il cenone della Vigilia, circa il 3% in più rispetto allo scorso anno. I consumatori durante queste festività – viene spiegato in una nota – hanno infatti deciso di tagliare su altre voci di spesa, riducendo in primis i regali, addobbi e spostamenti, ma non intendono contrarre i consumi alimentari tipici del Natale, che appaiono in lieve salita rispetti a quelli del 2013. La parte del leone la faranno carne e pesce, per i quali si spenderanno poco più di 66 milioni di euro; 33 milioni invece la quota destinata a spumanti, vini e bevande varie. Per i dolci classici del Natale le famiglie pagheranno complessivamente circa 29 milioni di euro. Per quanto riguarda invece ristoranti e pubblici esercizi, la quasi totalità dei cittadini (il 95%) trascorrerà le feste in casa con parenti e amici. Solo il 5% opterà per cenoni e pranzi presso ristoranti e locali.

 

Ed ora il Natale pugliese (Taranto) raccontato da Mimma


turismo-pugliaL’atmosfera di Natale a Taranto e nei suoi quartieri si respira già dal 22 novembre (giorno di Santa Cecilia), anzi dalla sera precedente, quando le bande musicali intonano per le strade le pastorali natalizie. Nelle case si preparano le pettole e cominciano le prime riunioni durante le quali si gioca a carte e a tombola. Altra data importante è l’8 dicembre, festa dell’Immacolata, Patrona della città insieme a San Cataldo. Classico cenone della vigilia a base di cozze, frutti di mare e pesce. Naturalmente non mancano le pettole e i dolci tipici natalizi (carteddate e sannacchiudere). Il pranzo tradizionale è per lo più a base di carne. Nei giorni che precedono il Natale l’atmosfera di festa e le riunioni in famiglia e fra amici sono all’ordine del giorno. La vigilia di Natale prevede il consueto cenone a base di pesce e frutti di mare e una serie di piatti tipici della tradizione tarantina. Il giorno di Natale si trascorre solitamente in famiglia, scartando i regali e giocando a carte o a tombola. Idem a San Silvestro e Capodanno. Il giorno dell’Epifania, termine delle festività, ci si reca in massa nel Quartiere di Lama, in periferia, per assistere alla classica rappresentazione dalla Calata dei Magi. Da qualche anno a questa parte alle bande tradizionali si sono affiancate spontanee aggregazioni di simpatici musicisti, talvolta improvvisati, che, vestiti da Babbo Natale, suonano allegre marcette natalizie e vengono ricompensati dai cittadini che lanciano loro monete dai balconi.


“Sannacchiutele” (si pronuncia “sannacchiudd”) è il dolce tipico natalizio di Taranto. A prima vista sembra una variante degli struffoli, ma gli ingredienti e la consistenza in bocca sono diversi. Una ricetta semplice, ma così gustosa da essere irresistibile.

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Il dolce prende il nome proprio dalla sua bontà: “Sannacchiutele” vuol dire vanno rinchiusi. Le mamme chiudevano questi dolcetti nella dispensa per farli arrivare sulla tavola di natale e proteggerli dalle incursioni dei piccoli golosi. Una volta assaggiato il primo bocconcino non si riesce più a smettere.
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I “Sannacchiutele” hanno un delicato gusto di  cannella, croccanti all’esterno e teneri in bocca. Sono guarniti da un sottile velo di miele e da zuccherini colorati e vengono serviti a cucchiaiate. Si possono abbinare con un vino dolce come lo Zibibbo o il Passito di Pantelleria.

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La ricetta di Anna Montorsi  

1 kg di farina
200 g di olio di oliva
150 g di zucchero
Miele liquido
Pizzico di sale fino
1 arancia (buccia e succo)
1 tazzina di anice o sambuca
Cannella
Vaniglia
Chiodi di garofano
Zuccherini colorati
1 bustina di lievito per dolci 

Preparazione: 


Mettere la farina a fontana sulla spianatoia con un pizzico di sale fino. Far soffriggere l’olio con la buccia grattugiata dell’arancia e far raffreddare a temperatura ambiente. Versare nell’impasto l’olio freddo, la tazzina di anice o sambuca, il succo dell’arancia spremuta, lo zucchero e gli aromi, con l’avvertenza di mettere una piccola dose di cannella e chiodi di garofano. Il lievito va aggiunto per ultimo, dopo aver ben impastato gli ingredienti.


Dall’impasto si prelevano delle piccole porzioni da lavorare come gli gnocchi. I bocconcini vanno poi passati sulla grattugia per formare degli gnocchetti rigati, da friggere nell’olio.


Una volta fritto, bisogna riscaldare il miele in un tegame con l’aggiunta di un pochino d’acqua e tuffarvi velocemente gli gnocchetti e tirarli fuori con un mestolo forato. I bocconcini vanno poi sistemati in un piatto di portata e decorati con una pioggia di zuccherini colorati.


Ecco la ricetta delle carteddate (cartellate), dolci tipici del periodo di Natale.


Ingredienti: Un chilo di farina, 100 gr. di vino bianco secco, 100 grammi di olio extravergine di oliva e un po’ di sale fino, vino cotto, miele o zucchero a velo.


Preparazione:

Impastare la farina con il vino bianco e mezzo bicchiere di olio. Se l’impasto dovesse risultare troppo duro aggiungere un po’ d’acqua tiepida fino ad ottenere una massa morbida e vellutata. 
Fare lievitare per circa due ore.
Stendere la pasta con il matterello in una sfoglia molto sottile e ricavarne, con una rotellina dentata, delle strisce larghe 5 cm e lunghe 20; ripiegare a metà nel senso della lunghezza, pinzettando con le dita, in modo da formare una specie di rosetta. Quando si sarà finito di preparare queste rosette, lasciarle riposare per 8-10 ore e poi friggerle. Appena fredde, tuffarle nel miele o nel vin cotto e cospargerle di zucchero ed anicini da guarnizione. 
Buon appetito !

Annamaria & Mimma

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THE GONE GIRL : QUELLO CHE LE DONNE NON VOGLIONO

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Il film di cui tutti parlano. Il  film che parla di tutti.

Prossimamente nei cinema (il 18 dicembre 2014)

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Cari amici , oggi prendo in prestito la rubrica di Maria, dedicata al cinema, (nell’altro blog)  per segnalarvi con largo anticipo un film che tanto sta facendo discutere , oltre ad essere già campione d’incassi.
In Italia uscirà il 18 dicembre e sono convinta che anche da noi sarà un successone.

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Tratto dal bestseller di Gillian Flynn, il thriller vede protagonista Nick Dunne (Ben Affleck) un uomo che decide di tornare nella sua città natale per aprire un bar. Poco dopo, nel giorno del quinto anniversario del loro matrimonio, sua moglie scompare misteriosamente e Nick diventa il sospettato numero uno della sua sparizione.
Gone Girl , questo il titolo del film, comincia con una scena di grande tenerezza. O così sembra. Nick Dunn accarezza la testa della moglie Amy appoggiata sulle sue ginocchia. “Vorrei riuscire a leggerti, capire quello che pensi, cosa provi”, riflette il protagonista ad alta voce mentre le sue dita giocano con le lunghe ciocche bionde. Le sue parole non sono dolci come i suoi gesti.

 

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Nel film di David Fincher, nulla è quello che sembra. Come dicevo , nel primo week end è già campione di incassi: 38 milioni di dollari. La trama sta facendo discutere i media sul vero messaggio del film.
Il Washington Post dice che è misogino (o meglio lo è la protagonista).

Vox lo definisce “il più importante film femminista degli ultimi anni“,
della stessa opinione Forbes-
Il “Time” sceglie la terza via e trova ragioni per entrambe le definizioni.
“New Republic” parla della protagonista come un aggiornamento della Femme Fatale degli anni ’80.
Il” Guardian” parla di boomerang, “questo è quello che le donne non vogliono” e in un’altra recensione accusa la trama di prendere il peggio degli “stereotipi di genere”.
Questi alcuni esempi delle decine di recensioni uscite in questi giorni. Su due cose sembrano tutti d’accordo: il film è destinato a sbancare il botteghino e vincere molti premi.

Gone Girl parla di una donna, Amy, che il giorno del quinto anniversario di matrimonio sparisce nel nulla. A dare l’allarme è il marito Nick quando torna a casa. Le ricerche cominciano subito grazie ad amici e volontari. Poi lui viene accusato di omicidio… Mi vengono in mente i due casi ,ancora irrisolti, di Roberta Ragusa e  Elena Ceste.

Questo è un film che analizza le dinamiche del matrimonio, i segreti e le bugie che vi sono nascosti. Racconta della furia di una donna che decide di vendicarsi, del ruolo dei media che formano l’opinione pubblica sfalsando la verità, cercando di creare dei mostri, quelli più vicini e a portata di mano, per fare audience.( Barabara D’urso docet…)) Parla di come i protagonisti usano l’ossessione e la morbosità del pubblico a proprio vantaggio, ancora una volta mistificando la verità. E sembra avere un messaggio chiaro: nessuno conosce davvero la persona che ha di fianco. Sullo sfondo c’è lo spettro della violenza domestica. All’inizio sembra ci sia, ma a metà del film non si capisce più che cosa sia vero e cosa no. Sembra il frutto dell’immaginazione della protagonista, ma è così?

È un film che lascia molti altri interrogativi e potrebbe avere un potenziale pericoloso proprio per l’ambiguità con cui gioca su temi importanti.

È misogino? Sicuramente potrà essere usato come paravento. Un alibi per gli uomini lì fuori che credono negli stupri inventati o che almeno quelli di fantasia siano la maggior parte. In un momento in cui in America ancora si discute sulla legge californiana “Yes means yes”, questo potrebbe essere un rafforzativo di un certo tipo di mentalità. La trama sembra aver cristallizzato gli incubi maschilisti della società contemporanea.

È femminista? Ci domandiamo , non lo sappiamo. Di certo la protagonista rivendica il diritto all’autodeterminazione, a essere se stessa più che apparire la persona che gli altri vorrebbero. Rosamund Pike rinnega il cambiamento a cui si è sottoposta per conquistare un uomo. “Finalmente posso mangiare quello che voglio, quando voglio. Posso essere ciò che voglio. Non devo più radermi e fare ginnastica. Posso vivere la mia vita senza dover essere ‘cool’”, dice la protagonista in un passaggio fondamentale del film. Le donne sono la parte portante della trama. Tutti i ruoli più importanti sono affidati alle donne: le giornaliste che manipolano l’opinione pubblica, il titolare dell’inchiesta della polizia, la sorella gemella di Nick, la madre di Amy. Il finale è di quelli che non ti aspetti perché non si può credere che si possa arrivare a tanto. Eppure è così.

A prescindere dalle polemiche e dal dibattito che ha scatenato, credo che questo film sia, innanzitutto, un bel thriller. Quindi da non perdere…

Fonte 27ora-Corriere.it

Annamaria…a dopo