25 APRILE 1945

“25 Aprile. Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita.” (Enzo Biagi)

Ecco, la guerra è finita.
Si è fatto silenzio sull’Europa.
E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi.
Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle.
Come siamo felici.
A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia,
nessuno era più capace di andare avanti a parlare.
Che da stasera la gente ricominci a essere buona?
Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio,
tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano,
i più duri tipi dicono strane parole dimenticate.
Felicità su tutto il mondo è pace!
Infatti quante cose orribili passate per sempre.
Non udremo più misteriosi schianti nella notte
che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori
le case non saranno mai più cosi ‘ immobili e nere.
Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali,
Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni.
Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno
qua uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell’aria,
notte e dì, capricciose tiranne.
Non più, non più, ecco tutto;
Dio come siamo felici

Dino Buzzati

 

Come ci ricorda Wikipedia il 25 Aprile di ogni anno è un giorno fondamentale per la storia d’Italia che assume un particolare significato politico e militare, in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica, attuata dalle forze partigiane, durante la seconda guerra mondiale a partire dall’8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista.
Inoltre il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) – il cui comando aveva sede a Milano ed era presieduto da Alfredo Pizzoni, Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani (presenti tra gli altri il presidente designato Rodolfo Morandi, Giustino Arpesani e Achille Marazza) – proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate; parallelamente il CLNAI emanò in prima persona dei decreti legislativi, assumendo il potere «in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano», stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti, incluso Benito Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo.

Annamaria… a dopo

IMMIGRAZIONE, LA CITTA’ E’ UNA POLVERIERA.

Mi domando dove sta la differenza tra questo folle criminale, Ouesseynou Sy, i potenti (criminali) Occidentali e i potenti corrotti Africani.

Notizia QUI

Entrambi, in maniera predeterminata colpiscono innocenti.
I potenti si proteggono: non circolano mai senza scorta. Si sentono sempre al sicuro. Non li vedrete mai prendere un autobus . Ne loro e nemmeno i loro figli. La figlia della Boldrini ha la scorta pagata dallo Stato!

Il semplice cittadino, i bambini rischiano la vita ogni giorno.
È stato davvero un vero atto eroico, un miracolo, quello che è avvenuto in questi giorni nella provincia milanese. Veri Eroi, i Carabinieri (pagati una miseria, contro i 15.000 euro al mese della Boldrini che in questa vicenda ancora tace!) ma soprattutto i ragazzini.
Non esistono bambini di serie A e bambini di serie b . I bambini di ogni Nazione non si toccano. Gli innocenti non si toccano!
Abbiamo assistito alla strage di Nizza e tante altre stragi a matrice terroristica o di lupi solitari. Ci siamo addolorati per la perdita di vite umane innocenti e tra loro tanti bambini.
Purtroppo,  giornalmente cresce il timore di incrociare per strada, in autobus un pazzo che preso da una “tempesta emotiva criminale” vendica le ingiustizie con ulteriore morti.
I Senegalesi, i Nigeriani e tutti gli africani si renderanno conto che sono stati illusi e presi in giro dagli occidentali e dai politici o presunti tale, corrotti, del loro Paese. Siamo solo agli inizi, purtroppo.
L’ Africa è un paese ricco hanno molte risorse. Non hanno bisogno di venire in Italia a raccogliere pomodori per pochi euro.


L’ Europa ha messo in atto, da tempo, una deportazione.

A rischio per queste lotta di potere globale, sono sempre e comunque gli innocenti, sia occidentali che africani. I veri nemici non sono i migranti ma coloro che li deportano. I padroni del capitale, la classe dominante turbocapitalistica.

D’altronde  basta dare uno sguardo alla storia: nulla o poco è cambiato. In ogni epoca storica, trasvelsarmente, abbiamo avuto dei folli al potere.

Ci siamo evoluti …in peggio e con altri mezzi .
E noi semplici cittadini siamo sopra una polveriera …

Annamaria… a dopo

LA STORIA DI VALENTINA E DI “OBIETTORI CHE NON SONO MEDICI”

Scrive Elisabetta Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione Vita di Donna, tratto dall’articolo “I nemici della libertà di scelta” e pubblicato su Left

 Valentina Milluzzo è morta di aborto rifiutato. Si è ricoverata a Catania, nell’ospedale Cannizzaro, un ospedale laico, con l’utero dilatato alla 17esima settimana di gravidanza. È rimasta 15 giorni a letto con i piedi in alto (a 17 settimane? Sì a 17 settimane) senza che che nessuno le spiegasse -in un ospedale nel quale gli obiettori in ostetricia sono il 100% – che l’aborto terapeutico poteva essere un’opzione che avrebbe protetto la sua salute. La sua vita.
Il fondatore del Popolo della famiglia, Mario Adinolfi, dice con orgoglio che gli ospedali sono pieni di militanti cattolici nei reparti di ostetricia. Certo, militanti che “finché c’è il battito fetale” si rifiutano di prestare cure alle donne. Ci viene replicato che se una donna sta male, certamente sarà curata. Ma quanto deve star male? Se ha una gravidanza extrauterina deve iniziare l’emorragia…se ha un sacco rotto deve manifestare segni di infezione…se ha la pressione alta deve avere le convulsioni…e così, qualche volta, quando stai tanto male da riuscire ad ottenere le cure anche se c’è il battito poi non ce la fai lo stesso e muori.
Valentina è morta così. Dopo 15 giorni ha avuto una setticemia, a causa di quell’ utero aperto, e un medico, in preda al panico, le ha negato anche quelle cure tardive che forse non l’avrebbero salvata comunque.
Negli Stati Uniti dove le cose hanno spesso un nome e un cognome più chiaro che da noi, già nel 2008 l’American Journal of public health ha pubblicato una ricerca sui ritardi nelle cure alle donne negli ospedali cattolici, per via dellla presenza del battito cardiaco.
E così questa è la mia “celebrazione” dei quarant’anni della #legge194. Non siamo mai stati in pericolo come adesso, di arretrare sui diritti delle donne. Non abbiamo mai avuto bisogno come ora che la difesa delle scelte delle donne e della loro salute sia presa in carico dalle donne e dagli uomini, da tutti i cittadini che pensano che lo Stato debba essere laico»

Valentina è stata abbandonata dai medici

“La sacca e’ nella vagina, per i due feti non c’e’ speranza. Sentendo battere i cuoricini non possiamo intervenire”. Disse cosi’ il medico ginecologo al padre di Valentina Milluzzo, la sera del 5 ottobre 2016, all’ospedale Cannizzaro di Catania, quando sua figlia inizio’ a star male con nausea, febbre, dolori. Intervistato dalla Dire per il notiziario DireDonne, Salvatore Milluzzo, si domanda “perche’ non sia stato proposto l’aborto terapeutico per salvare la vita della figlia. Perche’ non sia stata diagnosticata in tempo la sepsi in corso che ha portato, dopo ore di sofferenza, allo shock fatale, perche’ utilizzare l’ossitocina per l’espulsione del secondo feto su una donna con i valori che aveva Valentina in quelle ore”.

Tutto questo oggi e’ affidato alla giustizia e ai tribunali e “il 2 luglio- sottolinea il signor Salvatore- dovrebbe cominciare la causa. Le indagini sono concluse e la giudice ha rinviato a giudizio per omicidio colposo plurimo 7 medici del reparto di ginecologia e ostetricia dell’ospedale Cannizzaro, compreso il professor Scollo, il primario”.

La vicenda inizia il 29 settembre 2016 con il ricovero di Valentina per una dilatazione dell’utero, riscontrata dal suo ginecologo curante durante la visita di controllo. Il 5 ottobre Valentina inizia a star male, come riportato in cartella clinica, e riceve un antipiretico. “Gia’ quel giorno- precisa Salvatore Milluzzo- i due feti, alla 17ma settimana, non hanno piu’ speranze. E’ quello il momento in cui il primo medico obiettore lo dice”. E ricorda: “Valentina ha febbre, grida di continuo, chiede di essere sedata, liberata.

Chiede aiuto continuamente a tutti. Quando entra in ospedale- chiarisce il papa’- sta bene ed entra per tenere i suoi bambini, vista la dilatazione dell’utero da controllare. Rimane ricoverata 17 giorni. Contrae in ospedale la sepsi che non viene riconosciuta in tempo, ne’combattuta con i giusti antibiotici”. La Procura infatti ha rinviato i medici a giudizio per non aver dato antibiotici giusti, per non aver prelevato campioni da esaminare, per non aver rimosso la fonte dell’infezione (placenta e liquido amniotico)e per non aver dato sangue nella sala parto.

“Ma il cuoricino batte e io sono un obiettore, non posso intervenire”. Ricorda quella frase- il papa’ di Valentina- “ripetuta ancora una volta da un altro dottore, tale Di Stefano, davanti ad altre persone, tra cui mia moglie e mio genero” e ricorda anche il seguito: “Speriamo che possa espellerli spontaneamente, perche’ io sono obiettore e non posso intervenire”. “Valentina viene ignorata per ore e ore” e i familiari chiedono l’intervento di un medico. “Viene visitata da tale dottor Filippello e continua a soffrire, a collassare e ad un certo punto mi chiese- ricorda Salvatore:’Ma in ospedale si puo’ soffrire cosi’?’. “Il Filippello sparisce- racconta il papa’ di Valentina- e l’abbandona in quello stato di gravita’”. “Alle 19 del 15 ottobre- continua il racconto di Salvatore- la madre trova Valentina collassata, temperatura a 34, pressione a 50/70. Viene schiaffeggiata e un infermiere le mette l’ossigeno.

La situazione in quel reparto, nei giorni in cui Valentina moriva e’ di 13 obiettori su 13 medici. Parassiti alle spalle della medicina- li definisce Salvatore alla Dire- gentaglia che deve sparire dagli ospedali pubblici”. E aggiunge- “con la sepsi in corso era in pericolo la vita di Valentina. Perche’ non e’ stato proposto l’aborto terapeutico se per i due feti non c’erano piu’ speranze? E’ notizia di questi giorni che un medico obiettore che si e’ rifiutato di praticare un aborto terapeutico a Giuliano, in Campania, e’ stato licenziato in tronco. Sono prima medici, o no? Persino il papa dice di salvare la vita della madre”.

Le ultime ore di Valentina, dalle 23 del 15 ottobre alle prime ore dell’alba del 16, sono quelle in cui i familiari non riescono piu’ a capire cosa stia accadendo alla loro figlia in sala parto.“Abbiamo chiesto di vedere il primo feto, quello della bambina, espulso spontaneamente da Valentina alle 23 del 15 ottobre. E lo abbiamo visto. Ed e’ in questa sede che davanti a tutti il medico obiettore, Di Stefano, ha detto di non poter fare nulla e di non poter intervenire per la sua obiezione. Il feto della bambina era molto scuro. Poi, dopo altre ore di strazio, abbiamo sentito un grido assurdo, terribile: era il secondo feto espulso sempre da Valentina: il maschietto. Poi il nulla e il silenzio e ci e’ stato proibito di vedere il secondo feto”. Valentina dalla sala parto viene trasportata in rianimazione. “Sulla barella- ricorda il papa’- l’ho toccata ed era fredda.
Aveva i cerotti sulle palpebre degli occhi. Io credo fosse gia’ morta. Voglio ricordare- aggiunge Salvatore- che e’ sparito un tampone, arrivato in lettera anonima al nostro avvocato. Chiameremo tutti a testimoniare”.

Valentina era sposata da 2 anni e desiderava molto diventare mamma. “Era rimasta subito incinta con la FIVET- ricorda Salvatore- e senza troppe cure particolari”. Un maschio e una femminuccia: il sesso scoperto proprio il giorno in cui iniziava il calvario. “Forte, determinata, preparatissima” cosi la ricorda suo padre che si indigna per quanti parlano sempre della fecondazione all’origine di questa storia, come a voler insinuare che ci fossero problemi altri. Il problema e’ nato nei giorni del ricovero al Cannizzaro, quando “Valentina e’ stata abbandonata da tutti, anche dal suo ginecologo curante che non l’ha piu’ seguita. In 17 giorni ha fatto solo 2 ecografie”. La famiglia di Valentina e suo marito, Francesco Castro, sono stretti in un’alleanza per la verita’. “Non ci fermeremo. Non vogliamo soldi, come ha ribadito mia moglie, ma assicurarci che questi medici non facciano piu’ i medici e non ammazzino altre Valentine. Arriva Natale e in casa nostra non c’e’ niente, nessun albero. Arriva Natale e noi andremo al cimitero a portare fiori alla nostra Valentina. Noi siamo credenti e per questo ci siamo rivolti alla giustizia terrena e dobbiamo avere fiducia. Quegli obiettori li’, non sono medici”.

Annamaria…a dopo

A BELLUNO L’INTERPRETE NON CAPISCE IL DIALETTO CASERTANO: PROCESSO DA RIFARE!

Pensavo a uno scherzo di carnevale, invece è una storia di assurda ordinarietà, pubblicata da gazzettino online:
a Belluno. secondo quanto riportato, un processo per maltrattamenti e violenze sessuali, di un uomo casertano verso la compagna, sarebbe bloccato da mesi a causa di incomprensioni di glottologia ( si, insomma… dialetti)

BELLUNO Chi l’avrebbe detto che la varietà di dialetti tra Salerno, Napoli e Caserta è praticamente pari ai gruppi dialettali cinesi. Se lo sono chiesti, basiti, ieri i giudici del Tribunale collegiale di Belluno, che dopo quasi tre mesi non riescono a trovare un “interprete” di casertano stretto. E il processo per maltrattamenti e violenza sessuale alla compagna da parte di un marito casertano residente a Belluno, come riporta il Gazzettino online, per è bloccato da mesi. D’altra parte la missione sembrerebbe quasi impossibile: trovare qualcuno nato in provincia di Caserta, all’ombra delle Dolomiti.

L’interprete dovrà trascrivere 26 ore di registrazioni di insulti, aggressioni accompagnate da frasi idiomatiche e tante parolacce. Erano tutte indirizzate alla propria compagna dall’ imputato casertano A.C., 37enne. Da mesi il processo è al palo, ieri uno spiraglio: il nuovo arrivo al comando dei carabinieri di Belluno di un appuntato di Caserta. Così appena si è avuto notizia della possibilità, c’è stata la sospensione di qualche ora e in tempo reale il carabiniere, appena arrivato, è stato portato in aula. Ha giurato di fronte ai giudici e si è preso 90 giorni per tradurre le registrazioni. Speriamo sia la volta buona.

Annamaria… a dopo

SPOSA SCOPRE IL TRADIMENTO IL GIORNO PRIMA DELLE NOZZE E…

Strano ma vero…Il tizio voleva mettere due piedi in una scarpa, ma gli e’ andata male.

Una ragazza ha annullato il matrimonio, invitando i presenti al banchetto per “celebrare l’onestà”. Avrebbe dovuto sposarsi il giorno dopo, con l’uomo che da ormai quattro anni era il suo fidanzato.

Per una futura sposa, però, la sera prima delle nozze si è trasformata in un incubo. Mentre festeggiava con le amiche, sul suo cellulare sono comparsi una serie di messaggi da un numero sconosciuto, che riportavano le chat tra il fidanzato della ragazza e un’altra donna, come scritto dal Daily Mail.

“Il tuo corpo è incredibile. E tu sai come usarlo. Vorrei che la mia ragazza avesse metà delle abilità che hai tu”, scriveva l’uomo all’amante. E ancora, “Mi manchi tanto, vorrei ancora fare l’amore con te per sempre”, perché “non avevo mai avuto questo tipo di esperienza, di connessione con una donna come con te, prima d’ora”.

Dopo aver letto i messaggi, la futura sposa ha deciso di non annullare le nozze e presentarsi, il giorno dopo, all’ altare. Ma, una volta arrivata al fianco del fidanzato, prima che il prete iniziasse la celebrazione, ha affermato: “Niente matrimonio oggi, si celebra l’onestà”. Poi ha letto tutti i messaggi arrivai sul suo celllare la sera prima. L’uomo ha lasciato la chiesa, mentre la ragazza e gli invitati si sono recati al banchetto: “Oggi non ci sarà un ricevimento di matrimonio, ma invece ci sarà una celebrazione dell’onestà. Devo ancora trovare il vero amore, bisogna seguire il cuore anche quando fa male”.

 

Annamaria… a dopo

CHI SONO I MIGRANTI ECONOMICI? LA “GRANDE PACCHIA” DELLE AZIENDE ITALIANE IN AFRICA


Dall’ utilizzo delle materie prime quali gas liquido e petrolio alla vendita di armamenti, dalle costruzioni agli investimenti sull’ energia verde, gli autori di questo articolo hanno affrontato l’argomento raccontando alcuni dei settori in cui le aziende italiane sono attive in molti paesi africani.


Le retoriche più sovente utilizzate per descrivere le differenti figure politiche del non-cittadino/a (immigrato/a, rifugiato/a, richiedente asilo) tendono a mistificare e sottacere gli aspetti socio-politico-economici di diseguaglianza strutturale tra il Nord ed il Sud del mondo inerenti ad una piena comprensione del fenomeno migratorio. “Gente disperata che scappa da guerra e carestie”, “poveri disgraziati che vivono in condizione di povertà estrema e che vedono l’Italia come l’Eldorado”, “galeotti e nullafacenti che vivono nella pacchia” sono solo alcune delle variegate e multiformi formule, stimolate da proclami politici poco edificanti, che aleggiano nei mass media. In assenza di reali problematiche (situazioni politiche instabili, conflitti permanenti e crisi alimentari) sembra non vi siano motivi per legittimare un tale fenomeno, come ha di recente affermato l’attuale Ministro degli Interni. Il “migrante economico”, la categoria politico-ontologica più vessata, costituisce il bersaglio preferito di tutti gli oppositori al libero flusso di persone verso l’Unione Europea. Coloro che inneggiano alla chiusura dei confini argomentano le loro posizioni politiche attraverso il ricorso ad una povertà endemica che affligge tutta l’Africa (intesa ovviamente come un monolitico stato-nazione) e che costringe i migranti a spostarsi in cerca di migliori fortune. Secondo tali retoriche, i migranti economici, in quanto non fuggono da guerre, carestie o violazioni di diritti umani secondo i parametri restrittivi imposti dall’UE, dovrebbero essere i primi ad essere rimpatriati o a non partire per risollevare le sorti economiche e sociali dei loro paesi di provenienza.“L’Africa è degli africani” oppure “devono ritornare da dove sono venuti!” sono gli slogan più ricorrenti quando si parla di migranti che, pur venendo da regioni differenti del globo, sembrano provenire tutti dall’Africa.


Che non sia in atto un’invasione dell’Europa e dell’Italia da parte dei migranti è dato certo. Secondo i dati ISTAT, nel paese risiedevano nel 2014 circa 5.014.437 di stranieri, di questi 449.058 provenivano dal Marocco, 103.713 dall’Egitto, 94.030 dal Senegal, 96.012 dalla Tunisia, 71.158 dalla Nigeria, 50.414 dal Ghana, 25.326 dalla Costa d’Avorio eccetera. Il totale di cittadini stranieri provenienti da paesi africani e residenti sul territorio italiano ammontava nel 2014 a circa 1.027.172 su una popolazione di 60.795.612. A fronte di questi numeri la tesi dell’invasione degli immigrati è infondata. Se larga parte dell’opinione pubblica si è quindi concentrata sul fenomeno dell’immigrazione africana in Europa ed in Italia, sono stati pochi i contributi che hanno fornito un quadro generale sulla presenza italiana ed europea nei paesi africani.


I dati che forniamo in questo contributo intendono gettare luce sulla presenza di aziende e compagnie italiane che operano nei paesi africani. Le domande che ci siamo posti riguardano in quali settori queste aziende sono attive, quanto ricavano dallo sfruttamento e utilizzo di risorse naturali e manodopera a basso costo in molti paesi africani e, infine, in quali problemi di carattere politico sono incorse alcune di queste aziende durante il loro operato. Come premessa, va sottolineato che la nostra attenzione si è focalizzata solo sulle aziende italiane e non ha tenuto conto di quelle compagnie che fanno capo ad altri stati dell’Unione Europea e non (Francia, Germania, Cina, Inghilterra, Corea del Sud e Stati Uniti). Sebbene i dati testimonino l’avanzata del neo-colonialismo economico, non abbiamo tenuto conto dello sfruttamento economico e sociale perpetuato durante il colonialismo italiano in Africa.


Per quanto riguarda la presenza di aziende e compagnie italiane in Africa, bisogna considerare che l’esportazione è uno dei maggiori volani dell’economia. Secondo stime dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, risalenti al 2014, l’Italia risulta come la settima potenza nelle esportazioni con un volume di affari che si aggira intorno ai 26 miliardi di dollari. Una cifra tra il 62% e 67% relativamente alle esportazioni italiane nel continente africano si riferisce a 5 tipi di prodotti: (1) macchinari e dispositivi elettronici; (2) fossili minerali (petrolio e suoi derivati) e gas naturali; (3) apparecchiature elettroniche; (4) ferro e acciaio; (5) veicoli a motore e per trasporto. Tra i mercati in cui la presenza di aziende italiane è più forte vi sono la Tunisia, il Marocco, il Sud Africa e l’Etiopia.


La grande “pacchia italiana”: petrolio e gas nel continente africano


Uno dei settori più lucrativi nei rapporti tra aziende italiane e paesi africani è quello dell’estrazione del petrolio e del gas naturale. ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), con diverse filiali e siti di estrazione in ben 14 paesi, è l’azienda straniera che registra una presenza maggiore all’interno del continente. Dopo il 1981, la compagnia italiana (azienda nazionale fino al 1995 e poi in parte privatizzata) ha infatti prodotto una media di 100.000 barili di petrolio al giorno in diverse parti del continente. Tra i paesi in cui l’Eni è presente figurano: Egitto, Nigeria, Angola, Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville), Ghana, Libia, Mozambico. Nel 2016, l’amministratore delegato Claudio Descalzi trionfalmente spiegava la strategia per gli anni futuri della compagnia petrolifera italiana affermando che ENI avrebbe investito 20 miliardi di euro in Africa, soprattutto in Mozambico e nel sito offshore di Zohr in Egitto.


Se in passato l’azienda si è dedicata soprattutto all’estrazione del petrolio in Africa Nord-occidentale, la sua recente espansione riguarda oggi anche il gas liquido in Nord Africa e in Africa Orientale.

ENI, infatti, ha pianificato di investire circa 25 miliardi di dollari (circa il 60% di tutti gli investimenti) nel continente. Esempi di questo rinnovato interesse di ENI per il gas liquido sono innumerevoli. L’azienda ha recentemente siglato un contratto con Sonatrach (compagnia algerina di stato) per incrementare le esplorazioni di gas e petrolio soprattutto nell’area di Berkine nella zona sudest dell’Algeria. Il contratto di cinque anni, rinnovabile per altri 25, siglato tra le aziende ENI East-Africa e GE Oil & GAS per lo sviluppo di siti off-shore ai fini dell’estrazione di gas liquido all’interno dell’area 4 del bacino di Rovuma in Mozambico, rappresenta uno dei casi più emblematici. Un’ulteriore prova di quanto possa essere redditizia l’attività di estrazione e la commercializzazione di gas liquido proveniente dall’Africa Orientale è la vendita da parte di Eni del 25% di interessi indiretti sulla vendita del Gas liquido estratto in Mozambico al gigante petrolifero texano, ExxonMobil. In tal modo, l’azienda petrolifera italiana, che già possedeva circa il 50% di interessi indiretti sull’Area 4, consolida il suo primato nella zona dopo aver già investito in precedenza circa 8 miliardi di dollari. In tale contratto è previsto un prezzo di vendita di circa 2.8 miliardi di dollari. Attraverso questa strategia di compra-vendita attuata tra ENI e altre società a questa affiliate – tra cui figura anche ENI East-Africa (i cui interessi sono nelle mani di ENI, la holding CNPC of China e ExxonMobil) – l’azienda nazionale è stata in grado di guadagnare circa 9 miliardi di dollari in quattro anni. Bisogna inoltre sottolineare come la presenza di aziende italiane in Africa Orientale non appartiene soltanto al recente passato. Le prime esplorazioni in questa zona del continente risalgono infatti agli anni ‘50 con AGIP (Azienda Generale Italiana Petroli), assorbita negli anni ‘90 da ENI, in Tanzania. Nonostante queste prime esplorazioni non abbiano dato seguito ad ulteriori ricerche di petrolio, gli anni 2000 segnano una data di svolta in questo senso con l’estrazione e la commercializzazione di gas liquido. Non è un caso che ENI, dopo essersi aggiudicata l’Area 4 del bacino di Rovuma con la sua capacità di circa 140/180 trilioni cubici di piedi (tcf), abbia venduto concessioni a compagnie petrolifere coreane, cinesi e indiane.


Una “pacchia” armata: industria e commercio di armi


Un altro settore strategico per quanto riguarda la presenza delle aziende italiane nel continente africano sono le armi (ad esempio armi o sistemi d’aria, munizioni, bombe, siluri, missili, apparecchiature per la direzione del tiro, veicoli terrestri, agenti tossici, esplosivi e combustibili militari, navi da guerra, aeromobili, apparecchiature elettroniche, corazzature o equipaggiamenti di protezione e costruzioni, software ecc.).


A causa di instabilità politica o della presenza di regimi totalitari o di interventi di “pace” da parte di organizzazioni governative, alcuni paesi del continente costituiscono una grossa fetta di mercato per gli affari della Leonardo-Finmeccanica e altre aziende a questa affiliate. Le occasioni commerciali in cui la compagnia nazionale italiana è presente spaziano dalla vendita di armamenti alla fornitura di servizi di sicurezza e supporto, ad azioni umanitarie. Un esempio di quest’ultimo tipo di affari proviene dalla Repubblica del Congo, in cui lo stato ha appaltato alla IA4P (Italian Alliance for Ports), un gruppo di compagnie della penisola attive nella logistica e nelle infrastrutture, la creazione di un sistema integrato di sicurezza marittima nel porto di Pointe Noire. La Leonardo-Finmeccanica figura come l’azienda leader in questo gruppo di compagnie e guadagnerà un totale di 30 milioni di euro sui 150 milioni complessivi. Finmeccanica-Leonardo è anche attiva nei paesi dell’Africa del Nord. Nel 2016, l’azienda nazionale, che nel 2015 aveva un fatturato di circa 13 miliardi di euro, ha siglato un accordo commerciale con il Ministro della Difesa algerino che prevede la creazione di una compagnia condivisa per la produzione di elicotteri Augusta-Westland nel sito industriale di Aïn Arnat. Nonostante questo volume d’affari, il settore più redditizio per Finmeccanica e altre aziende associate o di cui è proprietaria (Alenia Aermacchi, Agusta Westland, Ge Avio, Selex ES, Elettronica, Oto Melara, Intermarine, Piaggio Aero Industries) rimane la vendita di armamenti nel mondo ed in molti paesi del continente. Bisogna considerare che il valore globale delle licenze di esportazione definitiva si aggirava intorno agli 8.247.087.068 euro, rispetto ai 2.884.007.752 del 2014, con un volume di affari complessivo tra il 2010 e il 2014 di circa 4,8 miliardi di euro di armi. Di tale dato bisogna considerare che il valore complessivo dell’export di armamenti nel continente ha superato i 240 milioni di euro nel 2015. Tra i paesi africani in cui le aziende italiane hanno concluso gli affari più remunerativi ne figurano alcuni in cui i legami commerciali sono da tempo consolidati (Algeria, Marocco, Egitto, Nigeria) e stati che hanno potenziato il loro arsenale bellico grazie alle esportazioni italiane (Sudan, Angola, Zambia, Kenya). Nonostante la legge 185/90 sia vigente da 25 anni (norma che vieta la vendita di armamenti da parte di aziende italiane), l’Africa subsahariana ha ricevuto 1,3 miliardi di euro di autorizzazioni armate, pari al 2,4% del totale. A nulla sono valse le proteste del mondo disarmista: le aziende italiane hanno continuato a vendere armi a paesi africani ad alta spesa militare e/o a regime militare (Kenia, Madagascar, Mozambico, Sud Africa, Angola, Congo, Nigeria, Ghana, Senegal, Marocco e Algeria). Nel 2016 i risultati sono stati alquanto impressionanti. Sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenya, Sud Africa, Algeria e Marocco (tra i paesi visitati) ma anche verso Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia (paese in confitto costante con l’Eritrea).


Nel commercio di armamenti è stato dimostrato che sono coinvolte anche alcune grandi banche italiane, definite come banche armate. Non è un caso che secondo la Relazione Governativa sull’Export Italiano di Armamenti prevista dalla legge 185/90, con dati riferiti al 2017, le autorizzazioni rilasciate superano, comprendendo anche le intermediazioni, i 10 miliardi di euro. Nonostante la norma abbia forzato diverse banche (Monte dei Paschi di Siena, Cassa di Risparmio della Spezia, Cassa di Risparmio di Firenze, Banca Intesa) a disimpegnarsi dal campo delle transizioni commerciali nei primi anni 2000, la vendita di armamenti e le operazioni commerciali dirette da alcune banche (Unione di Banche Italiane, Banca Carige, Monte dei Paschi, Banca Valsabbina, BNL) continuano al giorno d’oggi[2]. Va infatti sottolineato come nel 2017 gli importi segnalati (dopo l’ultima riforma legislativa non c’è più̀ obbligo autorizzativo) abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Oltre la metà è transitata per UniCredit (ben 2,8 miliardi) e altri importi consistenti sono quelli di Deutsche Bank (700 milioni), Bnp Paribas (252 milioni), Barclays Bank (210 milioni), Banca Popolare di Sondrio (174 milioni) e Intesa San Paolo (137 milioni).


Una “pacchia” in costruzione: infrastrutture, green energy e altri affari


Sebbene i settori dell’estrazione di gas liquido e petrolio e la vendita di armamenti costituiscano il fiore all’occhiello della presenza di aziende italiane in molti paesi del continente africano, la costruzione di infrastrutture e lo sviluppo di sistemi per lo sfruttamento di energie rinnovabili garantiscono ugualmente ottime entrate economiche alle compagnie italiane. A livello globale, l’attività all’estero delle imprese italiane di costruzioni continua a seguire una tendenza di crescita con oltre 230 nuovi cantieri aperti nel 2015 per un totale di 17,2 miliardi di euro e un fatturato cumulato che raggiunge quota 12 miliardi, con un aumento del 14,5% rispetto all’anno precedente. Nel 2015, il 9,7% delle commesse totali di aziende italiane del ramo costruzioni hanno interessato l’Africa Sub-Sahariana e il 4,1% l’Africa del Nord. L’Europa (unendo paesi UE ed Extra UE) conta il 32% del portafoglio lavori complessivo, il Sud America il 23,1%, il continente africano segue con il 20,4% (11,4% Africa Sub-Sahariana e 9,0% Africa del Nord). Stando ai dati diffusi dall’ANCE (Associaizone Nazionale Costruttori Edili), Kenya ed Egitto figurano poi, rispettivamente, al nono e al decimo posto nella classifica delle 10 principali acquisizioni del 2015 per il settore costruzioni. Mentre Algeria (sesto posto) ed Etiopia (settimo) nella top ten delle principali commesse in corso.



Tra le aziende impegnate nella corsa all’Africa, la prima compagnia è la Salini-Impregilo, nata ufficialmente a gennaio 2018 dopo la fusione dei due gruppi. Il più grande progetto in cui l’azienda è impegnata è la grande diga sul Nilo azzurro in Etiopia per la realizzazione del Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), il più grande impianto idroelettrico in tutto il continente. Un’altra compagnia molto importante nel settore delle costruzioni in Africa è la Trevi. Nel 2014 l’azienda aveva annunciato appalti per un totale di 135 milioni di dollari a livello globale, oltre a un accordo quadro da 380 milioni per la realizzazione di un complesso portuale in Africa. La ravennate CMC ha appena ottenuto un finanziamento da 165 milioni da Sace, il gruppo statale italiano del credito all’estero, e da Bnp Paribas per la costruzione dell’ultimo tratto dell’autostrada Luanda-Soyo, che collegherà la capitale angolana al centro petrolifero del Nord. La friulana Rizzani de Eccher, infine, si è concentrata negli ultimi due anni sull’Algeria, dove, oltre all’ospedale di Algeri, costruirà l’Autostrada di Jijel, in partnership con due aziende algerine: un progetto da 1,6 miliardi, a cui si va ad aggiungere quello da 1,4 miliardi per un troncone della ferrovia Oued Tlelat-Tlemcen, che costruirà insieme ad altre due italiane, Condotte e Ansaldo Sts.


Insieme alla costruzione di infrastrutture, numerose compagnie italiane sono poi impegnate nella creazione di impianti fotovoltaici per l’utilizzo dell’energia solare. Un esempio è il contratto siglato tra Enertronica, attiva nel settore delle energie rinnovabili e leader di un consorzio di compagnie presenti in Sud Africa, Italia, Romania e Turchia, e il governo Eritreo per la costruzione di un impianto fotovoltaico nel 2015. Il valore del contratto è stato di circa un milione di euro. Esempio più eclatante di questo nuovo trend di mercato viene da Enel Green Power, una delle prime compagnie a investire ingenti somme di denaro sull’energia rinnovabile in Africa. L’azienda italiana, già presente in Sud Africa, Zambia, Tunisia, Marocco, Senegal, Kenya e Algeria, ha investito 120 milioni di dollari in un progetto volto a creare 100 megawatt di campi solari in Etiopia.


I problemi giudiziari connessi alla “pacchia” italiana in Africa


È venuto il momento di porre l’accento sui problemi giudiziari in cui alcune di queste aziende sono incappate nel corso degli anni.


Il 20 giugno 2018 inizierà il processo per l’affare OPL 245, nome di una concessione offshore in Nigeria, contro le compagnie Eni e Royal Dutch Shell. Le due compagnie petrolifere sono accusate di corruzione per aver versato fondi illeciti per circa 1 miliardo di dollari al fine di acquisire un blocco petrolifero del valore di circa 9 miliardi di dollari e con esonero totale dal pagamento di tassi nazionali. Coinvolti nell’inchiesta sono il già citato amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, cinque attuali e precedenti impiegati di Eni, cinque precedenti impiegati di Shell insieme all’ex ministro nigeriano del petrolio Dan Etete, proprietario di una compagnia nazionale Malabu in possesso del blocco offshore.


Purtroppo Eni non è nuova a condotte fraudolente. Per esempio, è accusata dalla giustizia italiana di aver versato circa 197 milioni di Euro tra il 2007 e il 2009 in Algeria attraverso l’intermediazione della filiale Saipem. Tramite tale operazione illecita Eni ha potuto accedere al giacimento di gas algerino di Menzel. Di corruzione internazionale, con la richiesta di 900.000 euro di ammenda e sei anni di reclusione, è stato accusato l’ex dirigente Paolo Scaroni. Un altro processo è ancora in corso contro Eni: quello che riguarda l’integrazione di una società congolese indicata dal governo del paese, l’AOGC (Africa Oil and Gas Corporation), che appartiene a Denis Gokana, consigliere del presidente Denis Sassou Nguesso, nel contratto che la compagnia ha stipulato in Congo. Ancora in Nigeria, l’ex presidente Goodluck Jonathan è accusato di aver incontrato dirigenti di Shell e Eni più volte. L’Eni potrebbe essere inoltre indirettamente coinvolta in una vicenda di corruzione nell’affare, che vale 2 miliardi di Euro, relativo al giacimento di gas offshore di Marine XI, di cui l’azienda possiede circa il 23%, situata nella Repubblica del Congo. 


Non si può non chiudere questa carrellata di atti poco meritori ricordando gli incidenti di percorso di quel partito politico che da anni e soprattutto in questi giorni non fa altro che ripetere come un mantra ipnotico che gli africani devono ritornare a casa loro. Nel 2012, Franco Belsito, allora tesoriere della Lega Nord, fa partire da Genova un bonifico di 4,5 milioni o 5,7 milioni di euro destinati a un fondo in Tanzania attraverso la società di Stefano Bonet e altre intermediarie a Cipro e in Norvegia. Lo scopo di questi investimenti erano i diamanti estratti nelle miniere nel nord della Tanzania. A quel tempo, Belsito, oltre che tesoriere della Lega Nord, era stato sottosegretario del governo Berlusconi e numero due di Fincantieri. I fondi investiti fanno parte dei 49 milioni di euro di rimborsi elettorali ottenuti gonfiando i bilanci dalla Lega Nord tra il 2008 e il 2010. L’attuale Ministro degli Interni e leader del partito politico sembra sia estraneo a tale vicenda, nonostante la sua lunga militanza all’interno del partito. Oggi che è leader della Lega Nord non sa dove i fondi illeciti siano finiti e chi ne siano i beneficiari.


Chi sono gli invasori?


Gli introiti prodotti dall’utilizzo delle materie prime quali gas liquido e petrolio, le ingenti commesse provenienti dalla vendita di armamenti, il volume di affari relativo alle costruzioni e agli investimenti sull’energia verde sono solo alcuni dei settori in cui le aziende italiane sono attive in molti paesi africani. Questo massiccia presenza di aziende straniere, da una parte, genera l’impoverimento delle economie locali non in grado di creare un’alternativa locale al monopolio globale in molti settori strategici e, dall’altra parte, produce lo sfruttamento di intere popolazioni che accarezzano la precarietà esistenziale tipica del regime neoliberista o sono del tutto estromesse dai circuiti economici dominanti. La perpetuazione di legami economico-sociali sbilanciati riproduce nuove forme di neo-colonialismo in cui molti governi africani si piegano, a causa della corruzione dilagante, alle esigenze di compagnie straniere elargendo loro appalti e commesse o concedendo in prestito vasti settori del loro territorio. Non è un caso che non esistano un corrispettivo di aziende nazionali in Africa in grado di contrastare lo strapotere di ENI, Leonardo-Finmeccanica, Salini-Impregilo o di altre aziende straniere in settori chiave dello sviluppo economico del continente.


Per tali motivi, più che parlare delle migrazioni come problema, bisognerebbe riflettere sulle rinnovate disuguaglianze economiche tra i paesi del Nord e quelli del Sud del mondo e i problemi strutturali derivanti da tali disparità. Lo sfruttamento delle risorse naturali da parte di aziende italiane e occidentali e l’utilizzo di forza lavoro a basso costo sono le dirette conseguenze di relazioni economiche sbilanciate. Invece di farci assalire da pensieri e sentimenti di xenofobia dovremmo riconsiderare la nostra comune storia di relazioni, che lega e ha legato l’Italia e molti paesi africani. Ripensare alle dinamiche di disuguaglianza, riflettere su quali sono gli agenti politici ed economici che traggono benefici da queste relazioni e che sono latori di ulteriori iniquità. Per questi agenti economici e sociali la “pacchia” dovrebbe essere già finita da tempo.


Fonte-lavoroculturale


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A.A.A. CERCASI COPPIA PER LAVORARE IN UN FARO

Siete stanchi della vita frenetica e amate il mare? Se avete un partner ecco un’offerta di lavoro da sogno o quasi…c’è da sgobbare: dall’ accoglienza, alla cucina, alle pulizie e il servizio di traghetto.
Se vi piace tutto cio’ sappiate che su un’isola, nella baia di San Francisco, la società no profit “East Brother Light Station” cerca due gestori per il bed and breakfast che sorge sull’ omonima isola, a Richmond, all’interno di un faro del 1874.

Il faro è di proprietà della Guardia costiera Usa, ma è gestito per uso pubblico, senza scopo di lucro. Dal 1979, è un bed and breakfast, tra i più suggestivi della California. Tutti i ricavi sono utilizzati da un gruppo di volontari per la manutenzione degli edifici, inseriti nel registro nazionale dei luoghi storici.

 

Ecco i requisiti e le mansioni

Dopo due anni di servizio, i due locandieri attuali, Che Rodgers e Jillian Meeker, lasceranno l’East Brother Lighthouse Bed & Breakfast il prossimo aprile. La società cerca un’altra coppia che possa prendere il loro posto. Il requisito principale è che uno dei due candidati deve avere la patente nautica (statunitense) per imbarcazioni commerciali, per potersi occupare del trasporto degli ospiti. I due locandieri dovranno gestire il b&b, che ha cinque camere, in ogni suo aspetto, dalle pulizie alle prenotazioni. Si occuperanno anche di preparare e servire cene e colazioni. Per questo è gradita un’esperienza precedente in cucina. La struttura è aperta quattro giorni su sette ed è disponibile anche per eventi. I nuovi gestori inizieranno a metà aprile per poter avere due settimane di tempo per il passaggio di consegne.

Il compenso? Circa 130mila dollari all’anno, inclusi vitto, alloggio e piano sanitario. Info e candidature: QUI

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LE CONQUISTE DELLE DONNE ARABE: PATENTE, DIVORZIO E NON SOLO.

 

Continua,seppur lentamente, la conquista dei diritti delle donne Arabe.

Da oggi i tribunali arabi saranno tenuti a informare le mogli, tramite sms, sulla sentenza di divorzio che le riguardano e che il marito può ottenere senza che la moglie venga minimamente interpellata. La normativa introdotta dal ministero della giustizia arabo è stata fatta per arginare il problema dei cosiddetti ‘divorzi segreti’, (quei casi in cui il marito chiede il divorzio senza nemmeno informare la moglie).”Questo metterà fine a ogni tentativo di imbrogliare o impadronirsi dell’identità delle donne per assumere il controllo dei loro conti bancari e proprietà, usando procure precedentemente emesse” – ha sottolineato un avvocato divorzista, Somayya Al-Hindi, citato dalla Saudi Gazette.Lo stesso avvocato ha riferito di diverse cause finite in tribunale di donne saudite che hanno continuato a vivere con i loro ex mariti non sapendo che questi avevano chiesto ed ottenuto il divorzio. La nuova misura garantirà che alle donne vengano riconosciuti i loro diritti, compreso quello agli alimenti, una volta divorziate.

-Il 16 gennaio a Gedda si terrà la supercoppa italiana e il popolo Saudita è in tumulto perché a questo evento sarà concesso l’accesso alle donne in una zona riservata dello stadio.

-Lo scorso anno il principe saudita Mohammed bin Salman, ha deciso di consentire alle donne di guidare.

Ammiro il coraggio delle donne Arabe alla conquista di diritti che per noi donne occidentali sono normalissimi, come per esempio:

1) Non possono uscire senza un uomo, neanche per una minima cosa, per carità l’uomo non è necessario che sia il marito, può essere anche il fratello o il padre, ma NON da sola.

2) Non possono avere il passaporto o viaggiare senza l’approvazione del marito, ma almeno possono studiare e lavorare!

3) Non possono usare mezzi pubblici, se una donna della capitale (Rihad) volesse prendere il treno lo può fare, ma solo nel vagone apposta per le donne, mentre per quanto riguarda autobus, o taxi l’accesso è vietato alle donne e considerato immorale.

4) Non possono rispondere al campanello di casa. Le case hanno tutte un doppio ingresso e le donne possono ospitare le amiche solo in una parte della casa ed è vietato loro andare nella parte di casa adibita invece agli incontri fra uomini.

5) Se le donne arabe non rispettano le regole, o se parlano con uno sconosciuto o se indossano vestiti non troppo larghi possono essere frustate, assassinate o imprigionate.

Leggendo questo elenco si capisce di quanto questa nuova normativa sia una grande conquista per loro.

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NON ABBANDONIAMO LA SUORA ALLA TENTAZIONE

 

 

La Cei comunica che la preghiera del Padre Nostro cambia in una parte del testo della nuova edizione del Messale Romano.
Sottoposto alla Santa Sede per i provvedimenti di competenza, andrà in vigore anche la nuova versione del ‘Padre Nostro. <Non indurci in tentazioni> con (‘non abbandonarci alla tentazione’) e l’inizio del ‘Gloria’ <Pace in terra agli uomini di buona volontà> con (‘pace in terra agli uomini amati dal Signore’)”. Ma già da domani si potrà recitare la preghiera nella nuova versione. E in tema di cambiamenti ho preso in prestito una preghiera, anticlericale, di Stefano Benni del 1981, da “Prima o poi l’amore arriva”

AL PADRE NOSTRO
che sei dei nostri
liberaci dal peccato
pagaci l’avvocato

Padre nostro
che sei dei nostri
libera i compagni
tutti i comunisti
non c’indurre in tentazione
paga la cauzione

Amen

Dunque avevo delle certezze come: di a da in con su per tra fra / La nebbia agli irti colli/ e NON CI INDURRE IN TENTAZIONE
Da oggi una viene cancellata. E se stiamo al passo con i tempi, come dice Genio, cambieranno ancora così:

-Salve Regina —> CIAONE REGINA
-Atto di Dolore —>COLPA MIA SCS
-Ave o Maria —> BBELLA MARIA
-Eterno riposo —> ABBIOCCO TOTALE
-Amen —> CHISSENE

La suora senza il biglietto.

Che a utilizzare i tornelli d’uscita sia stata una persona appartenente a una congregazione religiosa fa un pò scalpore…Prima: <non indurla in tentazione>
Ora: “non abbandonarla alla tentazione”

– 10 “Padre Nostro” – per questa sorella furbettina che pochi giorni fa, a Roma, è stata ripresa mentre entrava in metropolitana; senza pagare il biglietto e utilizzando i tornelli d’uscita.

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BORGOMANERO- PRIMARI IN PENSIONE CURANO POVERI E ANZIANI A COSTO ZERO

Le buone (azioni)  notizie 

I dottori che non si fanno pagare – Il medico  Sergio Cavallare durante una visita all’interno del Poliambulatorio di Borgamanero

Sono ventitrè e si alternano nella sede dell’Auser di Borgamanero, in provincia di Novara, per prendersi cura di chi ha problemi di salute e non ha i mezzi per permettersi visite specialistiche. Sono tutti primari in pensione – cardiologi, dermatologi, radiologi, urologi, nefrologi – che soltanto nel 2017 hanno visitato oltre 1.500 persone senza chiedere in cambio nulla. L’idea è di Maria Bonomi, ottantenne con un passato da sindacalista, ora presidente dell’Auser, l’associazione di volontari che si occupa di servizi per la terza età. Alla Stampa Bonomi ha spiegato che lei viene da una famiglia povera e così, nel 2010, ha pensato di chiedere ad alcuni amici medici se volessero collaborare con lei per aprire un piccolo ambulatorio gratuito dove aiutare chi avesse bisogno di cure specialistiche e non se le potesse permettere: rifugiati, pensionati, disoccupati, persone in difficoltà economiche.

I primi a prestare gratuitamente la loro opera sono stati Piero Sacchi, primario cardiologo, Sergio Cavallaro, urologo, e Felice Fortina, nefrologo. Sacchi andava in ambulatorio per visitare i nuovi pazienti anche dopo essere stato colpito da una malattia che lo aveva costretto sulla sedia a rotelle.

Oggi a seguire il loro esempio ci sono 23 medici specialisti, tutti in pensione, che garantiscono un servizio invidiabile: non ci sono mai code e non si paga nemmeno il ticket. Le specializzazionI sono 17 e grazie alle donazioni di alcuni pazienti dei medici che partecipano all’iniziativa è stato possibile acquistare alcune indispensabili apparecchiature diagnostiche.

By Repubblica

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