SPOSA SCOPRE IL TRADIMENTO IL GIORNO PRIMA DELLE NOZZE E…

Strano ma vero…Il tizio voleva mettere due piedi in una scarpa, ma gli e’ andata male.

Una ragazza ha annullato il matrimonio, invitando i presenti al banchetto per “celebrare l’onestà”. Avrebbe dovuto sposarsi il giorno dopo, con l’uomo che da ormai quattro anni era il suo fidanzato.

Per una futura sposa, però, la sera prima delle nozze si è trasformata in un incubo. Mentre festeggiava con le amiche, sul suo cellulare sono comparsi una serie di messaggi da un numero sconosciuto, che riportavano le chat tra il fidanzato della ragazza e un’altra donna, come scritto dal Daily Mail.

“Il tuo corpo è incredibile. E tu sai come usarlo. Vorrei che la mia ragazza avesse metà delle abilità che hai tu”, scriveva l’uomo all’amante. E ancora, “Mi manchi tanto, vorrei ancora fare l’amore con te per sempre”, perché “non avevo mai avuto questo tipo di esperienza, di connessione con una donna come con te, prima d’ora”.

Dopo aver letto i messaggi, la futura sposa ha deciso di non annullare le nozze e presentarsi, il giorno dopo, all’ altare. Ma, una volta arrivata al fianco del fidanzato, prima che il prete iniziasse la celebrazione, ha affermato: “Niente matrimonio oggi, si celebra l’onestà”. Poi ha letto tutti i messaggi arrivai sul suo celllare la sera prima. L’uomo ha lasciato la chiesa, mentre la ragazza e gli invitati si sono recati al banchetto: “Oggi non ci sarà un ricevimento di matrimonio, ma invece ci sarà una celebrazione dell’onestà. Devo ancora trovare il vero amore, bisogna seguire il cuore anche quando fa male”.

 

Annamaria… a dopo

CHI SONO I MIGRANTI ECONOMICI? LA “GRANDE PACCHIA” DELLE AZIENDE ITALIANE IN AFRICA


Dall’ utilizzo delle materie prime quali gas liquido e petrolio alla vendita di armamenti, dalle costruzioni agli investimenti sull’ energia verde, gli autori di questo articolo hanno affrontato l’argomento raccontando alcuni dei settori in cui le aziende italiane sono attive in molti paesi africani.


Le retoriche più sovente utilizzate per descrivere le differenti figure politiche del non-cittadino/a (immigrato/a, rifugiato/a, richiedente asilo) tendono a mistificare e sottacere gli aspetti socio-politico-economici di diseguaglianza strutturale tra il Nord ed il Sud del mondo inerenti ad una piena comprensione del fenomeno migratorio. “Gente disperata che scappa da guerra e carestie”, “poveri disgraziati che vivono in condizione di povertà estrema e che vedono l’Italia come l’Eldorado”, “galeotti e nullafacenti che vivono nella pacchia” sono solo alcune delle variegate e multiformi formule, stimolate da proclami politici poco edificanti, che aleggiano nei mass media. In assenza di reali problematiche (situazioni politiche instabili, conflitti permanenti e crisi alimentari) sembra non vi siano motivi per legittimare un tale fenomeno, come ha di recente affermato l’attuale Ministro degli Interni. Il “migrante economico”, la categoria politico-ontologica più vessata, costituisce il bersaglio preferito di tutti gli oppositori al libero flusso di persone verso l’Unione Europea. Coloro che inneggiano alla chiusura dei confini argomentano le loro posizioni politiche attraverso il ricorso ad una povertà endemica che affligge tutta l’Africa (intesa ovviamente come un monolitico stato-nazione) e che costringe i migranti a spostarsi in cerca di migliori fortune. Secondo tali retoriche, i migranti economici, in quanto non fuggono da guerre, carestie o violazioni di diritti umani secondo i parametri restrittivi imposti dall’UE, dovrebbero essere i primi ad essere rimpatriati o a non partire per risollevare le sorti economiche e sociali dei loro paesi di provenienza.“L’Africa è degli africani” oppure “devono ritornare da dove sono venuti!” sono gli slogan più ricorrenti quando si parla di migranti che, pur venendo da regioni differenti del globo, sembrano provenire tutti dall’Africa.


Che non sia in atto un’invasione dell’Europa e dell’Italia da parte dei migranti è dato certo. Secondo i dati ISTAT, nel paese risiedevano nel 2014 circa 5.014.437 di stranieri, di questi 449.058 provenivano dal Marocco, 103.713 dall’Egitto, 94.030 dal Senegal, 96.012 dalla Tunisia, 71.158 dalla Nigeria, 50.414 dal Ghana, 25.326 dalla Costa d’Avorio eccetera. Il totale di cittadini stranieri provenienti da paesi africani e residenti sul territorio italiano ammontava nel 2014 a circa 1.027.172 su una popolazione di 60.795.612. A fronte di questi numeri la tesi dell’invasione degli immigrati è infondata. Se larga parte dell’opinione pubblica si è quindi concentrata sul fenomeno dell’immigrazione africana in Europa ed in Italia, sono stati pochi i contributi che hanno fornito un quadro generale sulla presenza italiana ed europea nei paesi africani.


I dati che forniamo in questo contributo intendono gettare luce sulla presenza di aziende e compagnie italiane che operano nei paesi africani. Le domande che ci siamo posti riguardano in quali settori queste aziende sono attive, quanto ricavano dallo sfruttamento e utilizzo di risorse naturali e manodopera a basso costo in molti paesi africani e, infine, in quali problemi di carattere politico sono incorse alcune di queste aziende durante il loro operato. Come premessa, va sottolineato che la nostra attenzione si è focalizzata solo sulle aziende italiane e non ha tenuto conto di quelle compagnie che fanno capo ad altri stati dell’Unione Europea e non (Francia, Germania, Cina, Inghilterra, Corea del Sud e Stati Uniti). Sebbene i dati testimonino l’avanzata del neo-colonialismo economico, non abbiamo tenuto conto dello sfruttamento economico e sociale perpetuato durante il colonialismo italiano in Africa.


Per quanto riguarda la presenza di aziende e compagnie italiane in Africa, bisogna considerare che l’esportazione è uno dei maggiori volani dell’economia. Secondo stime dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, risalenti al 2014, l’Italia risulta come la settima potenza nelle esportazioni con un volume di affari che si aggira intorno ai 26 miliardi di dollari. Una cifra tra il 62% e 67% relativamente alle esportazioni italiane nel continente africano si riferisce a 5 tipi di prodotti: (1) macchinari e dispositivi elettronici; (2) fossili minerali (petrolio e suoi derivati) e gas naturali; (3) apparecchiature elettroniche; (4) ferro e acciaio; (5) veicoli a motore e per trasporto. Tra i mercati in cui la presenza di aziende italiane è più forte vi sono la Tunisia, il Marocco, il Sud Africa e l’Etiopia.


La grande “pacchia italiana”: petrolio e gas nel continente africano


Uno dei settori più lucrativi nei rapporti tra aziende italiane e paesi africani è quello dell’estrazione del petrolio e del gas naturale. ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), con diverse filiali e siti di estrazione in ben 14 paesi, è l’azienda straniera che registra una presenza maggiore all’interno del continente. Dopo il 1981, la compagnia italiana (azienda nazionale fino al 1995 e poi in parte privatizzata) ha infatti prodotto una media di 100.000 barili di petrolio al giorno in diverse parti del continente. Tra i paesi in cui l’Eni è presente figurano: Egitto, Nigeria, Angola, Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville), Ghana, Libia, Mozambico. Nel 2016, l’amministratore delegato Claudio Descalzi trionfalmente spiegava la strategia per gli anni futuri della compagnia petrolifera italiana affermando che ENI avrebbe investito 20 miliardi di euro in Africa, soprattutto in Mozambico e nel sito offshore di Zohr in Egitto.


Se in passato l’azienda si è dedicata soprattutto all’estrazione del petrolio in Africa Nord-occidentale, la sua recente espansione riguarda oggi anche il gas liquido in Nord Africa e in Africa Orientale.

ENI, infatti, ha pianificato di investire circa 25 miliardi di dollari (circa il 60% di tutti gli investimenti) nel continente. Esempi di questo rinnovato interesse di ENI per il gas liquido sono innumerevoli. L’azienda ha recentemente siglato un contratto con Sonatrach (compagnia algerina di stato) per incrementare le esplorazioni di gas e petrolio soprattutto nell’area di Berkine nella zona sudest dell’Algeria. Il contratto di cinque anni, rinnovabile per altri 25, siglato tra le aziende ENI East-Africa e GE Oil & GAS per lo sviluppo di siti off-shore ai fini dell’estrazione di gas liquido all’interno dell’area 4 del bacino di Rovuma in Mozambico, rappresenta uno dei casi più emblematici. Un’ulteriore prova di quanto possa essere redditizia l’attività di estrazione e la commercializzazione di gas liquido proveniente dall’Africa Orientale è la vendita da parte di Eni del 25% di interessi indiretti sulla vendita del Gas liquido estratto in Mozambico al gigante petrolifero texano, ExxonMobil. In tal modo, l’azienda petrolifera italiana, che già possedeva circa il 50% di interessi indiretti sull’Area 4, consolida il suo primato nella zona dopo aver già investito in precedenza circa 8 miliardi di dollari. In tale contratto è previsto un prezzo di vendita di circa 2.8 miliardi di dollari. Attraverso questa strategia di compra-vendita attuata tra ENI e altre società a questa affiliate – tra cui figura anche ENI East-Africa (i cui interessi sono nelle mani di ENI, la holding CNPC of China e ExxonMobil) – l’azienda nazionale è stata in grado di guadagnare circa 9 miliardi di dollari in quattro anni. Bisogna inoltre sottolineare come la presenza di aziende italiane in Africa Orientale non appartiene soltanto al recente passato. Le prime esplorazioni in questa zona del continente risalgono infatti agli anni ‘50 con AGIP (Azienda Generale Italiana Petroli), assorbita negli anni ‘90 da ENI, in Tanzania. Nonostante queste prime esplorazioni non abbiano dato seguito ad ulteriori ricerche di petrolio, gli anni 2000 segnano una data di svolta in questo senso con l’estrazione e la commercializzazione di gas liquido. Non è un caso che ENI, dopo essersi aggiudicata l’Area 4 del bacino di Rovuma con la sua capacità di circa 140/180 trilioni cubici di piedi (tcf), abbia venduto concessioni a compagnie petrolifere coreane, cinesi e indiane.


Una “pacchia” armata: industria e commercio di armi


Un altro settore strategico per quanto riguarda la presenza delle aziende italiane nel continente africano sono le armi (ad esempio armi o sistemi d’aria, munizioni, bombe, siluri, missili, apparecchiature per la direzione del tiro, veicoli terrestri, agenti tossici, esplosivi e combustibili militari, navi da guerra, aeromobili, apparecchiature elettroniche, corazzature o equipaggiamenti di protezione e costruzioni, software ecc.).


A causa di instabilità politica o della presenza di regimi totalitari o di interventi di “pace” da parte di organizzazioni governative, alcuni paesi del continente costituiscono una grossa fetta di mercato per gli affari della Leonardo-Finmeccanica e altre aziende a questa affiliate. Le occasioni commerciali in cui la compagnia nazionale italiana è presente spaziano dalla vendita di armamenti alla fornitura di servizi di sicurezza e supporto, ad azioni umanitarie. Un esempio di quest’ultimo tipo di affari proviene dalla Repubblica del Congo, in cui lo stato ha appaltato alla IA4P (Italian Alliance for Ports), un gruppo di compagnie della penisola attive nella logistica e nelle infrastrutture, la creazione di un sistema integrato di sicurezza marittima nel porto di Pointe Noire. La Leonardo-Finmeccanica figura come l’azienda leader in questo gruppo di compagnie e guadagnerà un totale di 30 milioni di euro sui 150 milioni complessivi. Finmeccanica-Leonardo è anche attiva nei paesi dell’Africa del Nord. Nel 2016, l’azienda nazionale, che nel 2015 aveva un fatturato di circa 13 miliardi di euro, ha siglato un accordo commerciale con il Ministro della Difesa algerino che prevede la creazione di una compagnia condivisa per la produzione di elicotteri Augusta-Westland nel sito industriale di Aïn Arnat. Nonostante questo volume d’affari, il settore più redditizio per Finmeccanica e altre aziende associate o di cui è proprietaria (Alenia Aermacchi, Agusta Westland, Ge Avio, Selex ES, Elettronica, Oto Melara, Intermarine, Piaggio Aero Industries) rimane la vendita di armamenti nel mondo ed in molti paesi del continente. Bisogna considerare che il valore globale delle licenze di esportazione definitiva si aggirava intorno agli 8.247.087.068 euro, rispetto ai 2.884.007.752 del 2014, con un volume di affari complessivo tra il 2010 e il 2014 di circa 4,8 miliardi di euro di armi. Di tale dato bisogna considerare che il valore complessivo dell’export di armamenti nel continente ha superato i 240 milioni di euro nel 2015. Tra i paesi africani in cui le aziende italiane hanno concluso gli affari più remunerativi ne figurano alcuni in cui i legami commerciali sono da tempo consolidati (Algeria, Marocco, Egitto, Nigeria) e stati che hanno potenziato il loro arsenale bellico grazie alle esportazioni italiane (Sudan, Angola, Zambia, Kenya). Nonostante la legge 185/90 sia vigente da 25 anni (norma che vieta la vendita di armamenti da parte di aziende italiane), l’Africa subsahariana ha ricevuto 1,3 miliardi di euro di autorizzazioni armate, pari al 2,4% del totale. A nulla sono valse le proteste del mondo disarmista: le aziende italiane hanno continuato a vendere armi a paesi africani ad alta spesa militare e/o a regime militare (Kenia, Madagascar, Mozambico, Sud Africa, Angola, Congo, Nigeria, Ghana, Senegal, Marocco e Algeria). Nel 2016 i risultati sono stati alquanto impressionanti. Sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenya, Sud Africa, Algeria e Marocco (tra i paesi visitati) ma anche verso Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia (paese in confitto costante con l’Eritrea).


Nel commercio di armamenti è stato dimostrato che sono coinvolte anche alcune grandi banche italiane, definite come banche armate. Non è un caso che secondo la Relazione Governativa sull’Export Italiano di Armamenti prevista dalla legge 185/90, con dati riferiti al 2017, le autorizzazioni rilasciate superano, comprendendo anche le intermediazioni, i 10 miliardi di euro. Nonostante la norma abbia forzato diverse banche (Monte dei Paschi di Siena, Cassa di Risparmio della Spezia, Cassa di Risparmio di Firenze, Banca Intesa) a disimpegnarsi dal campo delle transizioni commerciali nei primi anni 2000, la vendita di armamenti e le operazioni commerciali dirette da alcune banche (Unione di Banche Italiane, Banca Carige, Monte dei Paschi, Banca Valsabbina, BNL) continuano al giorno d’oggi[2]. Va infatti sottolineato come nel 2017 gli importi segnalati (dopo l’ultima riforma legislativa non c’è più̀ obbligo autorizzativo) abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Oltre la metà è transitata per UniCredit (ben 2,8 miliardi) e altri importi consistenti sono quelli di Deutsche Bank (700 milioni), Bnp Paribas (252 milioni), Barclays Bank (210 milioni), Banca Popolare di Sondrio (174 milioni) e Intesa San Paolo (137 milioni).


Una “pacchia” in costruzione: infrastrutture, green energy e altri affari


Sebbene i settori dell’estrazione di gas liquido e petrolio e la vendita di armamenti costituiscano il fiore all’occhiello della presenza di aziende italiane in molti paesi del continente africano, la costruzione di infrastrutture e lo sviluppo di sistemi per lo sfruttamento di energie rinnovabili garantiscono ugualmente ottime entrate economiche alle compagnie italiane. A livello globale, l’attività all’estero delle imprese italiane di costruzioni continua a seguire una tendenza di crescita con oltre 230 nuovi cantieri aperti nel 2015 per un totale di 17,2 miliardi di euro e un fatturato cumulato che raggiunge quota 12 miliardi, con un aumento del 14,5% rispetto all’anno precedente. Nel 2015, il 9,7% delle commesse totali di aziende italiane del ramo costruzioni hanno interessato l’Africa Sub-Sahariana e il 4,1% l’Africa del Nord. L’Europa (unendo paesi UE ed Extra UE) conta il 32% del portafoglio lavori complessivo, il Sud America il 23,1%, il continente africano segue con il 20,4% (11,4% Africa Sub-Sahariana e 9,0% Africa del Nord). Stando ai dati diffusi dall’ANCE (Associaizone Nazionale Costruttori Edili), Kenya ed Egitto figurano poi, rispettivamente, al nono e al decimo posto nella classifica delle 10 principali acquisizioni del 2015 per il settore costruzioni. Mentre Algeria (sesto posto) ed Etiopia (settimo) nella top ten delle principali commesse in corso.



Tra le aziende impegnate nella corsa all’Africa, la prima compagnia è la Salini-Impregilo, nata ufficialmente a gennaio 2018 dopo la fusione dei due gruppi. Il più grande progetto in cui l’azienda è impegnata è la grande diga sul Nilo azzurro in Etiopia per la realizzazione del Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), il più grande impianto idroelettrico in tutto il continente. Un’altra compagnia molto importante nel settore delle costruzioni in Africa è la Trevi. Nel 2014 l’azienda aveva annunciato appalti per un totale di 135 milioni di dollari a livello globale, oltre a un accordo quadro da 380 milioni per la realizzazione di un complesso portuale in Africa. La ravennate CMC ha appena ottenuto un finanziamento da 165 milioni da Sace, il gruppo statale italiano del credito all’estero, e da Bnp Paribas per la costruzione dell’ultimo tratto dell’autostrada Luanda-Soyo, che collegherà la capitale angolana al centro petrolifero del Nord. La friulana Rizzani de Eccher, infine, si è concentrata negli ultimi due anni sull’Algeria, dove, oltre all’ospedale di Algeri, costruirà l’Autostrada di Jijel, in partnership con due aziende algerine: un progetto da 1,6 miliardi, a cui si va ad aggiungere quello da 1,4 miliardi per un troncone della ferrovia Oued Tlelat-Tlemcen, che costruirà insieme ad altre due italiane, Condotte e Ansaldo Sts.


Insieme alla costruzione di infrastrutture, numerose compagnie italiane sono poi impegnate nella creazione di impianti fotovoltaici per l’utilizzo dell’energia solare. Un esempio è il contratto siglato tra Enertronica, attiva nel settore delle energie rinnovabili e leader di un consorzio di compagnie presenti in Sud Africa, Italia, Romania e Turchia, e il governo Eritreo per la costruzione di un impianto fotovoltaico nel 2015. Il valore del contratto è stato di circa un milione di euro. Esempio più eclatante di questo nuovo trend di mercato viene da Enel Green Power, una delle prime compagnie a investire ingenti somme di denaro sull’energia rinnovabile in Africa. L’azienda italiana, già presente in Sud Africa, Zambia, Tunisia, Marocco, Senegal, Kenya e Algeria, ha investito 120 milioni di dollari in un progetto volto a creare 100 megawatt di campi solari in Etiopia.


I problemi giudiziari connessi alla “pacchia” italiana in Africa


È venuto il momento di porre l’accento sui problemi giudiziari in cui alcune di queste aziende sono incappate nel corso degli anni.


Il 20 giugno 2018 inizierà il processo per l’affare OPL 245, nome di una concessione offshore in Nigeria, contro le compagnie Eni e Royal Dutch Shell. Le due compagnie petrolifere sono accusate di corruzione per aver versato fondi illeciti per circa 1 miliardo di dollari al fine di acquisire un blocco petrolifero del valore di circa 9 miliardi di dollari e con esonero totale dal pagamento di tassi nazionali. Coinvolti nell’inchiesta sono il già citato amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, cinque attuali e precedenti impiegati di Eni, cinque precedenti impiegati di Shell insieme all’ex ministro nigeriano del petrolio Dan Etete, proprietario di una compagnia nazionale Malabu in possesso del blocco offshore.


Purtroppo Eni non è nuova a condotte fraudolente. Per esempio, è accusata dalla giustizia italiana di aver versato circa 197 milioni di Euro tra il 2007 e il 2009 in Algeria attraverso l’intermediazione della filiale Saipem. Tramite tale operazione illecita Eni ha potuto accedere al giacimento di gas algerino di Menzel. Di corruzione internazionale, con la richiesta di 900.000 euro di ammenda e sei anni di reclusione, è stato accusato l’ex dirigente Paolo Scaroni. Un altro processo è ancora in corso contro Eni: quello che riguarda l’integrazione di una società congolese indicata dal governo del paese, l’AOGC (Africa Oil and Gas Corporation), che appartiene a Denis Gokana, consigliere del presidente Denis Sassou Nguesso, nel contratto che la compagnia ha stipulato in Congo. Ancora in Nigeria, l’ex presidente Goodluck Jonathan è accusato di aver incontrato dirigenti di Shell e Eni più volte. L’Eni potrebbe essere inoltre indirettamente coinvolta in una vicenda di corruzione nell’affare, che vale 2 miliardi di Euro, relativo al giacimento di gas offshore di Marine XI, di cui l’azienda possiede circa il 23%, situata nella Repubblica del Congo. 


Non si può non chiudere questa carrellata di atti poco meritori ricordando gli incidenti di percorso di quel partito politico che da anni e soprattutto in questi giorni non fa altro che ripetere come un mantra ipnotico che gli africani devono ritornare a casa loro. Nel 2012, Franco Belsito, allora tesoriere della Lega Nord, fa partire da Genova un bonifico di 4,5 milioni o 5,7 milioni di euro destinati a un fondo in Tanzania attraverso la società di Stefano Bonet e altre intermediarie a Cipro e in Norvegia. Lo scopo di questi investimenti erano i diamanti estratti nelle miniere nel nord della Tanzania. A quel tempo, Belsito, oltre che tesoriere della Lega Nord, era stato sottosegretario del governo Berlusconi e numero due di Fincantieri. I fondi investiti fanno parte dei 49 milioni di euro di rimborsi elettorali ottenuti gonfiando i bilanci dalla Lega Nord tra il 2008 e il 2010. L’attuale Ministro degli Interni e leader del partito politico sembra sia estraneo a tale vicenda, nonostante la sua lunga militanza all’interno del partito. Oggi che è leader della Lega Nord non sa dove i fondi illeciti siano finiti e chi ne siano i beneficiari.


Chi sono gli invasori?


Gli introiti prodotti dall’utilizzo delle materie prime quali gas liquido e petrolio, le ingenti commesse provenienti dalla vendita di armamenti, il volume di affari relativo alle costruzioni e agli investimenti sull’energia verde sono solo alcuni dei settori in cui le aziende italiane sono attive in molti paesi africani. Questo massiccia presenza di aziende straniere, da una parte, genera l’impoverimento delle economie locali non in grado di creare un’alternativa locale al monopolio globale in molti settori strategici e, dall’altra parte, produce lo sfruttamento di intere popolazioni che accarezzano la precarietà esistenziale tipica del regime neoliberista o sono del tutto estromesse dai circuiti economici dominanti. La perpetuazione di legami economico-sociali sbilanciati riproduce nuove forme di neo-colonialismo in cui molti governi africani si piegano, a causa della corruzione dilagante, alle esigenze di compagnie straniere elargendo loro appalti e commesse o concedendo in prestito vasti settori del loro territorio. Non è un caso che non esistano un corrispettivo di aziende nazionali in Africa in grado di contrastare lo strapotere di ENI, Leonardo-Finmeccanica, Salini-Impregilo o di altre aziende straniere in settori chiave dello sviluppo economico del continente.


Per tali motivi, più che parlare delle migrazioni come problema, bisognerebbe riflettere sulle rinnovate disuguaglianze economiche tra i paesi del Nord e quelli del Sud del mondo e i problemi strutturali derivanti da tali disparità. Lo sfruttamento delle risorse naturali da parte di aziende italiane e occidentali e l’utilizzo di forza lavoro a basso costo sono le dirette conseguenze di relazioni economiche sbilanciate. Invece di farci assalire da pensieri e sentimenti di xenofobia dovremmo riconsiderare la nostra comune storia di relazioni, che lega e ha legato l’Italia e molti paesi africani. Ripensare alle dinamiche di disuguaglianza, riflettere su quali sono gli agenti politici ed economici che traggono benefici da queste relazioni e che sono latori di ulteriori iniquità. Per questi agenti economici e sociali la “pacchia” dovrebbe essere già finita da tempo.


Fonte-lavoroculturale


Annamaria… a dopo

A.A.A. CERCASI COPPIA PER LAVORARE IN UN FARO

Siete stanchi della vita frenetica e amate il mare? Se avete un partner ecco un’offerta di lavoro da sogno o quasi…c’è da sgobbare: dall’ accoglienza, alla cucina, alle pulizie e il servizio di traghetto.
Se vi piace tutto cio’ sappiate che su un’isola, nella baia di San Francisco, la società no profit “East Brother Light Station” cerca due gestori per il bed and breakfast che sorge sull’ omonima isola, a Richmond, all’interno di un faro del 1874.

Il faro è di proprietà della Guardia costiera Usa, ma è gestito per uso pubblico, senza scopo di lucro. Dal 1979, è un bed and breakfast, tra i più suggestivi della California. Tutti i ricavi sono utilizzati da un gruppo di volontari per la manutenzione degli edifici, inseriti nel registro nazionale dei luoghi storici.

 

Ecco i requisiti e le mansioni

Dopo due anni di servizio, i due locandieri attuali, Che Rodgers e Jillian Meeker, lasceranno l’East Brother Lighthouse Bed & Breakfast il prossimo aprile. La società cerca un’altra coppia che possa prendere il loro posto. Il requisito principale è che uno dei due candidati deve avere la patente nautica (statunitense) per imbarcazioni commerciali, per potersi occupare del trasporto degli ospiti. I due locandieri dovranno gestire il b&b, che ha cinque camere, in ogni suo aspetto, dalle pulizie alle prenotazioni. Si occuperanno anche di preparare e servire cene e colazioni. Per questo è gradita un’esperienza precedente in cucina. La struttura è aperta quattro giorni su sette ed è disponibile anche per eventi. I nuovi gestori inizieranno a metà aprile per poter avere due settimane di tempo per il passaggio di consegne.

Il compenso? Circa 130mila dollari all’anno, inclusi vitto, alloggio e piano sanitario. Info e candidature: QUI

Annamaria… a dopo

LE CONQUISTE DELLE DONNE ARABE: PATENTE, DIVORZIO E NON SOLO.

 

Continua,seppur lentamente, la conquista dei diritti delle donne Arabe.

Da oggi i tribunali arabi saranno tenuti a informare le mogli, tramite sms, sulla sentenza di divorzio che le riguardano e che il marito può ottenere senza che la moglie venga minimamente interpellata. La normativa introdotta dal ministero della giustizia arabo è stata fatta per arginare il problema dei cosiddetti ‘divorzi segreti’, (quei casi in cui il marito chiede il divorzio senza nemmeno informare la moglie).”Questo metterà fine a ogni tentativo di imbrogliare o impadronirsi dell’identità delle donne per assumere il controllo dei loro conti bancari e proprietà, usando procure precedentemente emesse” – ha sottolineato un avvocato divorzista, Somayya Al-Hindi, citato dalla Saudi Gazette.Lo stesso avvocato ha riferito di diverse cause finite in tribunale di donne saudite che hanno continuato a vivere con i loro ex mariti non sapendo che questi avevano chiesto ed ottenuto il divorzio. La nuova misura garantirà che alle donne vengano riconosciuti i loro diritti, compreso quello agli alimenti, una volta divorziate.

-Il 16 gennaio a Gedda si terrà la supercoppa italiana e il popolo Saudita è in tumulto perché a questo evento sarà concesso l’accesso alle donne in una zona riservata dello stadio.

-Lo scorso anno il principe saudita Mohammed bin Salman, ha deciso di consentire alle donne di guidare.

Ammiro il coraggio delle donne Arabe alla conquista di diritti che per noi donne occidentali sono normalissimi, come per esempio:

1) Non possono uscire senza un uomo, neanche per una minima cosa, per carità l’uomo non è necessario che sia il marito, può essere anche il fratello o il padre, ma NON da sola.

2) Non possono avere il passaporto o viaggiare senza l’approvazione del marito, ma almeno possono studiare e lavorare!

3) Non possono usare mezzi pubblici, se una donna della capitale (Rihad) volesse prendere il treno lo può fare, ma solo nel vagone apposta per le donne, mentre per quanto riguarda autobus, o taxi l’accesso è vietato alle donne e considerato immorale.

4) Non possono rispondere al campanello di casa. Le case hanno tutte un doppio ingresso e le donne possono ospitare le amiche solo in una parte della casa ed è vietato loro andare nella parte di casa adibita invece agli incontri fra uomini.

5) Se le donne arabe non rispettano le regole, o se parlano con uno sconosciuto o se indossano vestiti non troppo larghi possono essere frustate, assassinate o imprigionate.

Leggendo questo elenco si capisce di quanto questa nuova normativa sia una grande conquista per loro.

By Huffpost

Annamaria… a dopo

NON ABBANDONIAMO LA SUORA ALLA TENTAZIONE

 

 

La Cei comunica che la preghiera del Padre Nostro cambia in una parte del testo della nuova edizione del Messale Romano.
Sottoposto alla Santa Sede per i provvedimenti di competenza, andrà in vigore anche la nuova versione del ‘Padre Nostro. <Non indurci in tentazioni> con (‘non abbandonarci alla tentazione’) e l’inizio del ‘Gloria’ <Pace in terra agli uomini di buona volontà> con (‘pace in terra agli uomini amati dal Signore’)”. Ma già da domani si potrà recitare la preghiera nella nuova versione. E in tema di cambiamenti ho preso in prestito una preghiera, anticlericale, di Stefano Benni del 1981, da “Prima o poi l’amore arriva”

AL PADRE NOSTRO
che sei dei nostri
liberaci dal peccato
pagaci l’avvocato

Padre nostro
che sei dei nostri
libera i compagni
tutti i comunisti
non c’indurre in tentazione
paga la cauzione

Amen

Dunque avevo delle certezze come: di a da in con su per tra fra / La nebbia agli irti colli/ e NON CI INDURRE IN TENTAZIONE
Da oggi una viene cancellata. E se stiamo al passo con i tempi, come dice Genio, cambieranno ancora così:

-Salve Regina —> CIAONE REGINA
-Atto di Dolore —>COLPA MIA SCS
-Ave o Maria —> BBELLA MARIA
-Eterno riposo —> ABBIOCCO TOTALE
-Amen —> CHISSENE

La suora senza il biglietto.

Che a utilizzare i tornelli d’uscita sia stata una persona appartenente a una congregazione religiosa fa un pò scalpore…Prima: <non indurla in tentazione>
Ora: “non abbandonarla alla tentazione”

– 10 “Padre Nostro” – per questa sorella furbettina che pochi giorni fa, a Roma, è stata ripresa mentre entrava in metropolitana; senza pagare il biglietto e utilizzando i tornelli d’uscita.

Annamaria… a dopo

BORGOMANERO- PRIMARI IN PENSIONE CURANO POVERI E ANZIANI A COSTO ZERO

Le buone (azioni)  notizie 

I dottori che non si fanno pagare – Il medico  Sergio Cavallare durante una visita all’interno del Poliambulatorio di Borgamanero

Sono ventitrè e si alternano nella sede dell’Auser di Borgamanero, in provincia di Novara, per prendersi cura di chi ha problemi di salute e non ha i mezzi per permettersi visite specialistiche. Sono tutti primari in pensione – cardiologi, dermatologi, radiologi, urologi, nefrologi – che soltanto nel 2017 hanno visitato oltre 1.500 persone senza chiedere in cambio nulla. L’idea è di Maria Bonomi, ottantenne con un passato da sindacalista, ora presidente dell’Auser, l’associazione di volontari che si occupa di servizi per la terza età. Alla Stampa Bonomi ha spiegato che lei viene da una famiglia povera e così, nel 2010, ha pensato di chiedere ad alcuni amici medici se volessero collaborare con lei per aprire un piccolo ambulatorio gratuito dove aiutare chi avesse bisogno di cure specialistiche e non se le potesse permettere: rifugiati, pensionati, disoccupati, persone in difficoltà economiche.

I primi a prestare gratuitamente la loro opera sono stati Piero Sacchi, primario cardiologo, Sergio Cavallaro, urologo, e Felice Fortina, nefrologo. Sacchi andava in ambulatorio per visitare i nuovi pazienti anche dopo essere stato colpito da una malattia che lo aveva costretto sulla sedia a rotelle.

Oggi a seguire il loro esempio ci sono 23 medici specialisti, tutti in pensione, che garantiscono un servizio invidiabile: non ci sono mai code e non si paga nemmeno il ticket. Le specializzazionI sono 17 e grazie alle donazioni di alcuni pazienti dei medici che partecipano all’iniziativa è stato possibile acquistare alcune indispensabili apparecchiature diagnostiche.

By Repubblica

Annamaria…a dopo

TELEMARKETING, DOVE VENGONO PRESI I NOSTRI NUMERI?


Ecco come si comprano 500.000 numeri di telefono al mercato nero
Il “Tirreno”, grazie alla giornalista Ilaria Bonuccelli , ha fatto un’ inchiesta svelando l’acquisto di nominativi dall’ Albania. Numeri di cellulari, codici pod e pdr, indirizzi.

LIVORNO. Li abbiamo cercati, trovati e (quasi) acquistati. I numeri di telefono. I vostri numeri di telefono. E anche gli indirizzi, i codici fiscali. Perfino i codici delle bollette del gas e della luce. Pacchetto completo. Tutti i dati che vengono usati dai call center per le chiamate commerciali moleste. Valgono 0,8 centesimi l’uno al mercato nero. Perché possono essere venduti e rivenduti all’i nfinito.Varrebbero: Il Tirreno si è fermato un attimo prima di pagarli per non alimentare (nemmeno con un centesimo) il traffico indecente dei nostri dati. Però ci siamo fatti mandare i campioni – cellulari e numeri fissi – per testare la merce. E sono numeri buoni.

La compravendita
Dove prendi il mio numero?

In un anno e mezzo di campagna condotta contro il telemarketing aggressivo, per arrivare alla legge che mette un freno alle chiamate commerciali moleste, la domanda più frequente degli abbonati è stata: “Dove vengono presi i nostri numeri?”. Il Tirreno è in grado di dare una risposta. Non l’unica, di sicuro. Ma traccia una rotta sicura del commercio illecito dei dati. E porta dritta in Albania. Lo conferma la trattativa condotta nei primi giorni di marzo 2018..

Numeri in Italia, soldi all’Albania
«Allora il primo pagamento avverrà oggi oppure a iniziare da domani? Comunque mi devi informare 30 minuti prima così mi organizzo per farmi trovare all’ufficio». Il messaggio arriva via whatsapp. L’accordo è per pagare l’elenco dei numeri a blocchi. Il primo vale 600 euro. Il pacchetto completo 2.400. I dati arrivano dall’Albania. Segui i soldi. E via Western Union – il sistema di trasferimento del denaro a distanza – là sono diretti. Il destinatario è Rrael. Il cognome meglio lasciarlo perdere.

Seicentomila utenti
La merce, invece, è importante: 600mila numeri di telefono, fissi e cellulari. Di tre regioni: Toscana, Marche, Umbria. Completi di indirizzo degli utenti, codice fiscale e soprattutto codice cliente. Servono – è questo il succo della trattativa che abbiamo portato avanti – per una campagna di energia. Ci siamo finti una società in cerca di nuovi clienti. E quindi di nuovi numeri da contattare.

Articolo completo QUI

Ad oggi 100 milioni di utenze non si possono difendere dai call center e continuano le chiamate commerciali. Il ministero dello Sviluppo economico ancora non approva il regolamento che attua la legge.
Nel caso dei truffati di Paderno Dugnano, con tutti i nostri dati a disposizione, nemmeno hanno perso tempo a telefonarci…ARTICOLO QUI
… Annamo bene!

Pero’ si possono bloccare firmando una petizione
La legge contro le telefonate moleste esiste. L’ha fatta approvare quasi un anno fa Il Tirreno con il sostegno di 122mila lettori e abbonati. Eppure le chiamate commerciali indesiderate sui cellulari e anche a casa continuano. Perché la legge non viene applicata. Il ministero dello Sviluppo economico non ha mai emanato il regolamento che consente a tutte le numerazioni di iscriversi al Registro delle Opposizioni e di bloccare il telemarketing aggressivo. Per questo IL TIRRENO, come racconta la giornalista Ilaria Bonuccelli, rilancia una nuova campagna. E una nuova petizione. Dopo sei mesi di attesa inutile, invita a firmare per far sbloccare il regolamento che può bloccare le chiamate moleste. Bisogna fare in fretta, prima che passi il tentativo di modificare la legge contro il telemarketing aggressivo. Per firmare basta andare sulla piattaforma www.change.org

CLICCA QUI

Annamaria… a dopo

LUCE/GAS “LIBERO MERCATO OBBLIGATORIO”- Paderno Dugnano, falsi contratti e volture sospette

LA TRUFFA INFINITA O…? Aggiornamento ad oggi 18/10/2018 dal gruppo facebook “TRUFFA CONTRATTI ENERGIA ELETTRICA”

https://www.facebook.com/groups/715261632151818/

Dopo qualche giorno di silenzio, rieccomi nuovamente a scrivere. Sembrava che tutto stesse rientrando nel migliore dei modi e invece,no. Non è così! E’ stato scritto che c’è anche un gruppo aperto su whatsapp per le persone che vogliono aderire legalmente (la cosi detta class action).

Nessun conflitto con questo gruppo, come qualcuno ha insinuato. Siamo tutti coesi a difendere i nostri diritti di consumatori bistrattati.
Dicevo che sembrava quasi risolta la situazione, (fornitura non pagata e rientro con il precedente gestore) dopo l’incontro con i 3 responsabili Eni ,nel nostro comune di Paderno Dugnano. Invece è sorto un altro problema e questa volta con Enel-sen.
In questi giorni c’è un rimbalzo di informazioni da fare invidia ai vari tg nazionali.
Gi operatori Eni riferiscono che la pratica di rientro con il vecchio fornitore è quasi conclusa con le condizioni economiche e contrattuali previste nel contratto precedente alla data di attivazione contestata e senza alcun onere aggiuntivo relativo alla esecuzione del contratto. 
Gli operatori Enel-sen, riferiscono, anche loro, che la pratica di rientro è quasi perfezionata ma…la prima bolletta verrà fatturata come SECONDA ABITAZIONE . Cioè alla stessa maniera dei FALSI CONTRATTI Eni.
E qui sorge spontanea la domanda: che abbiamo fatto di male per meritare ancora questo?
…No scusate, la domanda è : dal momento che si tratta di un RIPRISTINO ,rimessa in uso di un contratto alle vecchie condizioni, perchè Enel-sen chiede, attraverso un modulo che verrà spedito insieme alla prima bolletta (che intanto devi pagare maggiorata) di autocertificare che si tratta di prima abitazione e in seguito ottenere il rimborso? Ahhhh saperlo!!! Ma dovranno dare una spiegazione, soprattutto alla sciura Carlina di anni 79!

Anna Maria

In seguito a quanto vi ho già esposto in questo articolo, ci sono stati degli sviluppi. Grazie al quotidiano “Il Giorno” ho avuto modo di  raccontare la mia esperienza e di tanti altri miei concittadini, tutti truffati da Eni.

Riporto qui l’articolo ma anche il link del gruppo “dei truffati”

https://www.facebook.com/groups/715261632151818/

Paderno Dugnano, falsi contratti e volture sospette

La truffa dell’energia elettrica: almeno 50 cittadini hanno cambiato gestore senza però saperlo

di MARGHERITA ABIS

Pubblicato il 

Annamaria Merluzzi, vittima della truffa

Annamaria Merluzzi, vittima della truffa

Paderno Dugnano (Milano), 19 agosto 2018 – Sarebbero oltre cinquanta i padernesi che hanno subìto una truffa sulla fornitura di energia elettrica. Nelle ultime settimane, tantissimi cittadini hanno denunciato il fatto. Decine di persone, senza averne fatto richiesta, avrebbero ricevuto la disdetta da parte del loro precedente gestore e la voltura con un nuovo fornitore, Eni. La prima ad aver lanciato l’allarme è stata Annamaria Merluzzi. «Avevo un contratto con Enel Servizio Elettrico Nazionale – racconta –ma ho ricevuto da parte loro un’ultima fattura con la dicitura “chiusura contratto”. Mi sono allarmata e ho contattato Enel per chiedere spiegazioni. Mi hanno risposto che risultava fossi passata ad altro gestore».

La donna ha iniziato a documentarsi e ha scoperto di non essere la sola in quella situazione. «Ho scritto su un gruppo Facebook di Paderno e ho ricevuto oltre 300 commenti al mio post, tantissimi raccontavano esperienze praticamente identiche alla mia. Saranno tra i 50 e i 70 i padernesi truffati». Così come le altre persone coinvolte, Annamaria ha scoperto di essere finita sotto la gestione di Eni. «Ho chiamato Eni e il mio nominativo risultava tra quelli dei loro clienti. Mi hanno anche inviato il contratto che avrei sottoscritto. C’è il mio nome, ma i dati sono tutti sbagliati, ed è apposta una firma falsa. Io sono sicurissima di non aver mai richiesto nessuna voltura».

La signora ha deciso quindi di prendere in mano la situazione e di creare il gruppo Facebook «Truffa contratti energia elettrica», che in pochi giorni ha raggiunto più di 100 membri. Tutti sono residenti a Paderno, tutti raccontano la stessa storia, dandosi supporto reciproco, e tutti stanno pensando di procedere per vie legali. I contratti fasulli risultano stipulati tra marzo e aprile. «Ho sporto denuncia ai Carabinieri – spiega Annamaria – e loro ci hanno suggerito di intraprendere una class action». Uno dei sospetti, che aleggia tra le persone truffate, è che un agente esterno ai fornitori energetici possa aver passato i nominativi per ottenere provvigioni.

Da Eni si dichiarano totalmente estranei ai fatti. «Abbiamo avviato tutte le verifiche necessarie e riporteremo al vecchio fornitore i clienti che non hanno deliberatamente sottoscritto un contratto con Eni Gas e Luce, come nel caso della signora Merluzzi. Abbiamo intensificato le attività di controllo sui contratti e attivato il nostro servizio clienti per gestire questi disconoscimenti nel modo più rapido possibile e le azioni sugli agenti. Ricordiamo inoltre che è attivo il nostro call center per ottenere tutte le informazioni a supporto dei clienti e invitiamo tutte le persone coinvolte a contattare il nostro contact center via Facebook, chat o telefono per controllare lo stato del contratto e avviare le pratiche per il ritorno al fornitore di provenienza», riferisce un portavoce Eni Gas e Luce. «Non sappiamo cosa sia successo, ma ciò che è certo è che vogliamo andare in fondo a questa storia», conclude la padernese.

di MARGHERITA ABIS

LUCE/GAS “LIBERO MERCATO OBBLIGATORIO” articolo pubblicato il 12-08-2018

Certo che ci  voleva un vero genio per inventare un tale ossimoro.

Recentemente ho scritto un post su facebook, in un gruppo della mia città, segnalando quanto mi sta succedendo con la bolletta della luce di luglio Enel- Servizio elettrico nazionale.

Giusto per sapere se oltre me ci fossero altre persone vittime di questa che io chiamo “truffa tutelata”, a tutti gli effetti.
Con mia grande sorpresa scopro che siamo davvero in tanti e ogni giorno, purtroppo, il numero aumenta.
In breve ho raccontato che nell’ ultima bolletta di Enel, oltre a leggere una cifra bassissima da pagare, noto anche la scritta “chiusura contratto “.

Telefono tempestivamente all’ Enel per avere spiegazioni e con mia grande sorpresa mi sento dire che ho cambiato gestore.

Resto basita perché non ho mai fatto nessun passaggio, non ho risposto a nessun operatore al telefono, non ho aperto la porta a nessuno e tanto meno firmato nessuna carta . Dunque non ho nessun contratto in mano e non ho mai firmato una beata m….

Inoltre, come suggerito sempre dall’ operatore, mi rivolgo allo “sportello del consumatore di energia e ambiente” e scopro che il mio attuale fornitore è Eni che disconosco, ovviamente.

Telefono a Eni e un operatore, dopo avermi chiesto il codice fiscale, mi conferma che son passata con loro. Come, quando e perchè non si sa…

Ho notato anche un certo imbarazzo da parte dell’operatore nel comunicarmi il mio domicilio che infatti era errato.

Mi rimane decidere se fare il rientro in Enel oppure rivolgermi ad un gestore di fiducia. Opto per la seconda soluzione perchè non trovo corretto passarmi ad altro fornitore a mia insaputa, anche se dicono che non sono tenuti a verificare.Nel frattempo è notizia di qualche giorno fa   che c’è stato un prolungamento al 2020 e non piu’ 2019 per l’obbligo verso il mercato libero.

A mio parere questi contratti fasulli ( a quanto pare in maggioranza Eni ) dove l’unico dato certo che hanno per fare un contratto  è nome e cognome del malcapitato “consumatore” , io in primis, sono azioni aggressive per farci anticipare il passaggio al mercato libero, nonostante o per colpa dei vari prolungamenti che sono susseguiti alla scadenza. Mi sorge il sospetto che tutti questi passaggi di gestione (a nostra insaputa) siano stati fatti subito dopo le elezioni politiche di marzo, come confermano anche alcune testate online.

Perchè?… Perchè una delle battaglie di m5s era mantenere il mercato tutelato e infatti il prolungamento al 2020 lo conferma….? A pensar male si fa peccato ma alle volte ci si indovina.
Ad ogni modo le liberalizzazioni ,se ben gestite, portano benefici. Rispettando e tutelando il cittadino che non è solo un “consumatore!”

Maggiori info per contratti non richiesti cliccare qui https://www.guidafisco.it/contratti-luce-gas-falsi-recesso-reclamo-1432

Annamaria…a dopo

LUCE/GAS “LIBERO MERCATO OBBLIGATORIO”

La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori.

Certo che ci  voleva un vero genio per inventare un tale ossimoro.

Recentemente ho scritto un post su facebook, in un gruppo della mia città, segnalando quanto mi sta succedendo con la bolletta della luce di luglio Enel- Servizio elettrico nazionale.

Giusto per sapere se oltre me ci fossero altre persone vittime di questa che io chiamo “truffa tutelata”, a tutti gli effetti.
Con mia grande sorpresa scopro che siamo davvero in tanti e ogni giorno, purtroppo, il numero aumenta.
In breve ho raccontato che nell’ ultima bolletta di Enel, oltre a leggere una cifra bassissima da pagare, noto anche la scritta “chiusura contratto “.

Telefono tempestivamente all’ Enel per avere spiegazioni e con mia grande sorpresa mi sento dire che ho cambiato gestore.

Resto basita perché non ho mai fatto nessun passaggio, non ho risposto a nessun operatore al telefono, non ho aperto la porta a nessuno e tanto meno firmato nessuna carta . Dunque non ho nessun contratto in mano e non ho mai firmato una beata m….

Inoltre, come suggerito sempre dall’ operatore, mi rivolgo allo “sportello del consumatore di energia e ambiente” e scopro che il mio attuale fornitore è Eni che disconosco, ovviamente.

Telefono a Eni e un operatore, dopo avermi chiesto il codice fiscale, mi conferma che son passata con loro. Come, quando e perchè non si sa…

Ho notato anche un certo imbarazzo da parte dell’operatore nel comunicarmi il mio domicilio che infatti era errato.

Mi rimane decidere se fare il rientro in Enel oppure rivolgermi ad un gestore di fiducia. Opto per la seconda soluzione perchè non trovo corretto passarmi ad altro fornitore a mia insaputa, anche se dicono che non sono tenuti a verificare.Nel frattempo è notizia di qualche giorno fa   che c’è stato un prolungamento al 2020 e non piu’ 2019 per l’obbligo verso il mercato libero.

A mio parere questi contratti fasulli ( a quanto pare in maggioranza Eni ) dove l’unico dato certo che hanno per fare un contratto  è nome e cognome del malcapitato “consumatore” , io in primis, sono azioni aggressive per farci anticipare il passaggio al mercato libero, nonostante o per colpa dei vari prolungamenti che sono susseguiti alla scadenza. Mi sorge il sospetto che tutti questi passaggi di gestione (a nostra insaputa) siano stati fatti subito dopo le elezioni politiche di marzo, come confermano anche alcune testate online.

Perchè?… Perchè una delle battaglie di m5s era mantenere il mercato tutelato e infatti il prolungamento al 2020 lo conferma….? A pensar male si fa peccato ma alle volte ci si indovina.
Ad ogni modo le liberalizzazioni ,se ben gestite, portano benefici. Rispettando e tutelando il cittadino che non è solo un “consumatore!”

Maggiori info per contratti non richiesti cliccare qui https://www.guidafisco.it/contratti-luce-gas-falsi-recesso-reclamo-1432

Annamaria…a dopo

IO, ARRIVATA IN ITALIA CON UN BARCONE, VI DICO: SALVINI HA RAGIONE

 

Arrivo dei profughi albanesi, nel porto di Bari, nel 1997

 

Giugno 14, 2018 Lettera firmata – Fonte Corsera

Lettera di una donna albanese arrivata in Italia su un barcone. Gli scafisti, i “buonissimi di sinistra” e chi l’ha davvero accolta, vestita e sfamata

Dopo una notte insonne, quattro figli urlanti in modalità unni già alle 8 del mattino, riesco ad uscire di casa e a dare il cambio a mio marito che torna dal turno notturno. Salgo in macchina, sperando di riuscire a riposarmi al lavoro dove sto seduta per cinque ore di fila, parlo con persone adulte (che tendenzialmente capiscono quel che dico già alla terza volta) e, soprattutto, sono piantata direttamente sotto il getto dell’aria condizionata. In auto accendo una sigaretta, ascolto la radio e finalmente riesco a sentire un notiziario dopo tre giorni che non ho notizie dal mondo. Distrattamente ascolto tre o quattro parole: “Salvini”, “chiusura dei porti”, “seicento persone”, “Aquarius“, ma dovendo arrivare puntuale al lavoro spengo la radio e scendo dalla macchina. Al rientro a casa ascolto qualche altro notiziario, guardo sul web qualche titolo online e con una certa soddisfazione mi dico: «Ha fatto bene Salvini». Appunto, “mi” dico, perché a dirlo anche agli altri ci vuole un po’ di faccia tosta. Perché se sei una ex sbarcata, non puoi pensarla come Salvini, non puoi diventare così razzista. Proprio tu che sei arrivata in un porto non puoi essere per la chiusura dei porti. Perché in Italia, se sei straniero, puoi pensarla solo in un certo modo; devi pensarla “solo” in un certo modo, altrimenti “sei diventato razzista, proprio tu”. Eppure io continuo a dire, a volte con profonda convinzione, a volte con molte perplessità, che in questo momento l’Italia non ha alternative.

L’Italia non ha più risorse adeguate per gestire questa immigrazione incontrollata cui assistiamo da cinque, sei anni. Per fattori che vanno anche un po’ oltre al famigerato razzismo, è necessaria una presa di posizione netta e chiara. Basti pensare, ad esempio, al fatto che l’Italia è stata lasciata sola nella gestione dei migranti da parte dell’intera Europa, la quale poi però ha subito voluto far sapere a tutti che l’Italia deve accogliere i migranti incondizionatamente.

È sotto gli occhi di tutti cosa è diventato questo flusso migratorio: un business sulla pelle di disperati che, a lungo andare, ha innescato una guerra tra poveri che non giova a nessuno. In questo sistema, ricordiamoci che oltre ai poveri cristi disposti a rischiare di morire in mare, anelando a una vita migliore, ci sono anche gli scafisti. Gli scafisti sono quelle persone che decidono della vita e della morte di chi sale su un barcone, solo ed esclusivamente in base ai propri interessi e ai propri giri d’affari. Cosa credete, che siano state le donne incinte sull’Aquarius a rifiutare l’aiuto offerto? Sono state le donne incinte a rifiutarsi di dirottare verso la Spagna? (guarda caso, l’Italia dice di no e a quel punto si scopre che in Europa ci sono anche altri Stati).

C’è anche un altro fattore per cui questo traffico umano deve essere fermato il prima possibile: la schiavitù, spacciata per lavoro e accoglienza. Chiedetelo al ragazzo di colore che distribuisce le brochure delle offerte di catene di supermercati quanto guadagna per dieci ore di lavoro al giorno e ditemi se non vi si accappona la pelle nel sentirgli rispondere: «Fifteen/eighteen euro”. È ovvio che se lo schiavizzi, lo chiami “risorsa”: ti frutta così tanto che è quasi un bene che sia arrivato qui. E questi sono solo la punta dell’iceberg.

Ma ritorniamo ai porti chiusi e all’Italia che, per il momento storico in cui viviamo, non ha gli strumenti adeguati per affrontare ulteriori flussi di immigrati e, perché no, torniamo anche a Salvini. Costui s’è sgolato durante la campagna elettorale nel dire che l’immigrazione in questi termini andava fermata. È stato eletto, è andato al governo, che cosa vi aspettavate che facesse? Quello che aveva promesso in campagna elettorale, ovviamente. Per dirla con il vergognoso Macron, per quanto “vomitevole” sia la sua decisione, lui intanto ha agito. Io sono contenta che vengano chiusi i porti e se si continuerà con il pugno di ferro credo che il messaggio arriverà inequivocabile sia all’Europa sia ai fautori di questo traffico umano, di cui gli scafisti sono solo una minima parte.

Questa è la mia discutibile e opinabile opinione, politicamente parlando. Opinione a causa della quale vinco, spesso e volentieri, epiteti quali “razzista”, “italianizzata male” e anche il gettonatissimo “fascista”. Dicevo, politicamente parlando. Sull’aspetto umano, invece, la ingoio con una certa difficoltà questa decisione dei porti chiusi. Io sono arrivata in Italia nel 1999, nel periodo in cui c’era il “blocco navale” con la dirimpettaia Albania (li chiudevano anche i buonissimi della sinistra i porti – proprio perché la situazione era inaffrontabile – non solo questi “razzisti” della Lega). Eppure, i miei genitori erano come quei 629 poveri cristi sull’Aquarius: scappavano da qualcosa di così brutto da ritenere che valesse la pena rischiare di morire in mare, perché sulla costa di là sembrava ci fosse il paradiso.

E, in effetti, abbiamo trovato una sorta di paradiso, fatto di persone che non avevano visioni tipicamente boldriniane in materia di immigrazione, ma che mi hanno accolta, vestita, sfamata perché ero straniera; persone poco inclini al dilagante buonismo attuale, ma capaci di farsi in mille per aiutarmi. Ecco, è proprio questo che desidero io: essere come quegli amici, liberi di avere posizioni politiche più o meno discutibili, ma pronti a essere compagni di cammino, anche per te che eri l’ultima sbarcata.

Annamaria… a dopo