CORONAVIRUS, RILEGGENDO MANZONI QUELLA PESTE PARLA DI NOI

Dalla peste di Milano del 1630, descritta da Manzoni nei “Promessi Sposi”, al “Coronavirus” di oggi, molte, molte cose sono cambiate, tranne noi.

Dentro le pagine c’è tutto: l’ emergenza sanitaria,la convinzione della pericolosità degli stranieri, le autorità che si scontravano violentemente, la ricerca angosciosa del paziente zero, la caccia agli untori, il saccheggio dei beni di prima necessità, le voci incontrollate e i rimedi più assurdi.  E non manca nemmeno la giovane coppia innamorata: il paziente 1 e la moglie  in attesa del loro primo bambino.

La peste arriva in Italia con le truppe alemanne. Inizialmente nessuno la prende sul serio. C’è chi minimizza, chi deride le preoccupazioni dei pochi che si accorgono che il problema è più serio di quel che si crede. Vengono adottate misure, che però sono insufficienti e arrivano troppo tardi. Il contagio dilaga, dapprima in Lombardia e poi in tutta la penisola. C’è anche un dottor Burioni ante litteram, che cerca di mettere in guardia le istituzioni, ma invano

MILANO. La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, com’è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò buona parte d’Italia.
Inizia così il trentunesimo capitolo de I promessi sposi, forse uno dei capitoli più noti dell’intero romanzo. In queste settimane se ne è sentito parlare molto (spesso anche a sproposito). Le epidemie hanno segnato la storia, anche letteraria, del nostro Paese. Basti pensare, appunto, a I promessi sposi e al Decameron.

La peste che colpì soprattutto l’Italia settentrionale nel XVII secolo e l’emergenza sanitaria che, oggi, ci troviamo ad affrontare non possono essere comparate. E non possono essere comparate per una serie di ragioni, forse banali ma che è bene ricordare: è diversa la situazione socio-economica, diverso il contesto storico-culturale, diversa la mobilità, diverse le conoscenze in ambito medico-scientifico. Insomma, stiamo parlando di due mondi lontani, per certi versi contrapposti. A ben guardare, però, una cosa – un’unica cosa – che non cambia c’è: siamo noi.

Scorrendo le pagine del capitolo (che può essere, anche, un buon esercizio in queste settimane di isolamento), ci si imbatte infatti in un copione che conosciamo. Dalle parole di chi minimizza l’epidemia alla noncuranza della popolazione, dai provvedimenti che arrivano troppo tardi alla nobile missione di chi presta aiuto agli ammalati, dall’egoismo dei tanti (troppi) che fanno i propri comodi all’opera di sensibilizzazione portata avanti da istituzioni e chiesa. Insomma, le parole del Manzoni sono uno specchio: lì dentro ci siamo anche noi.

La peste, come riferisce lo stesso autore, arriva in Italia probabilmente con le truppe alemanne e, in poco tempo, inizia ad espandersi a macchia d’olio. Dapprima nei territori dell’odierna Lombardia, quindi in tutta la penisola.

Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi.

Inizialmente il morbo viene sottovalutato: c’è chi pensa sia un banale male di stagione e chi deride le preoccupazioni dei pochi che prendono l’epidemia seriamente. Tra questi c’è tale Lodovico Settalla, ex professore di medicina dell’università di Pavia e poi di filosofia morale a Milano, autore di celebri opere e stimato esperto in materia. Potremmo quasi considerarlo un Roberto Burioni ante litteram. Proprio il dottor Burioni, qualche tempo fa, disse che era meglio sopravvalutare un problema che sottovalutarlo (come, di fatto, è stato fatto con il Covid-19). E lo stesso fa il professor Settalla.

Il protofisico Lodovico Settalla (…) che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione.

Insomma, il povero professor Settalla prova a gridare al lupo, ma nessuno l’ascolta. Non viene presa nessuna misura per limitare i contagi (veruna risoluzione, dice il Manzoni). E i contagi, infatti, aumentano. Tanto che, alla fine, il “tribunale di sanità” (organo preposto alla salute pubblica ) manda dei commissari nelle zone più colpite. Oggi, quelle stesse zone, le chiameremmo “rosse” (si pensi a Codogno o a Vo’ Euganeo di qualche settimana fa). Si dice, però, che l’uomo sia portato a cercare conferme delle proprie convinzioni, anche se errate. E così fanno anche i commissari mandati dal tribunale.

Il tribunale allora si risolvette e si contentò di spedire un commissario che, strada facendo, prendesse un medico a Como, e si portasse con lui a visitare i luoghi indicati. Tutt’e due, “o per ignoranza o per altro si lasciorno persuadere da un vecchio et ignorante barbiero di Bellano, che quella sorte de’ mali non era Peste”; ma, in alcuni luoghi, effetto consueto dell’emanazioni autunnali delle paludi, e negli altri, effetto de’ disagi e degli strapazzi sofferti, nel passaggio degli alemanni. Una tale assicurazione fu riportata al tribunale, il quale pare che ne mettesse il cuore in pace.

Gli esperti inviati sul luogo del contagio si lasciano, quindi, persuadere da un barbiere “vecchio e ignorante” e si convincono che, quel morbo, non sia peste ma un generico malanno. Il tribunale, rassicurato dalle loro parole (perché era quello che voleva, essere rassicurato), si mette il cuore in pace (con buona pace della peste, aggiungerei).

Ma arrivando senza posa altre e altre notizie di morte da diverse parti, furono spediti due delegati a vedere e provvedere. Quando questi giunsero, il male s’era già tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che bisognasse andarne in cerca.

La peste continua la sua corsa e il tribunale invia, allora, altri due delegati nelle terre colpite. Troppo tardi, però. Quando arrivano il contagio è ormai dilagato e i delegati non possono far altro che raccoglierne le prove. I paesi iniziano a trincerarsi per evitare che “stranieri” infetti possano portarvi il contagio, le persone cercano riparo in campagna, i malati e i morti aumentano giorno dopo giorno.

(…) E per tutto trovarono paesi chiusi da cancelli all’entrature, altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e attendati alla campagna, o dispersi (…) S’informarono del numero de’ morti: era spaventevole; visitarono infermi e cadaveri, e per tutto trovarono le brutte e terribili marche della pestilenza.

Quando il tribunale della sanità riceve le terribili notizie (sinistre nuove, con le quali anche noi, oggi, dobbiamo fare i conti), inizia finalmente a prendere provvedimenti seri e vieta a tutti gli abitanti delle “zone rosse” di entrare a Milano. Inizia così la quarantena, ai tempi di Renzo e Lucia.

Diedero subito, per lettere, quelle sinistre nuove al tribunale della sanità, il quale, al riceverle, che fu il 30 d’ottobre, si dispose (…) a prescriver le bullette, per chiuder fuori dalla Città le persone provenienti da’ paesi dove il contagio s’era manifestato.

Nonostante la situazione vada peggiorando di giorno in giorno, pare però che le autorità non si rendano conto dell’effettiva gravità della pestilenza. Qualche giorno più tardi infatti, noncurante del rischio a cui avrebbe esposto la popolazione, il governatore di stanza a Milano organizza pubblici festeggiamenti (in piazza e per le strade) per la nascita del principino Carlo, primogenito del re Filippo IV senza sospettare o senza curare il pericolo d’un gran concorso, in tali circostanze: tutto come in tempi ordinari, come se non gli fosse stato parlato di nulla.

Ma, quello che Manzoni annota con più stupore, è il comportamento della gente che, soprattutto nei luoghi dove il contagio deve ancora giungere, pare non essere minimamente spaventata (nonostante abbia buone ragioni per esserlo). Sembra quasi di leggere il monito (ripetuto all’infinito) di Burioni: le restrizioni approvate dal governo sono fondamentali per fermare il contagio e lo sono, soprattutto, nelle zone dove il contagio non è ancora arrivato.

(…) Ma ciò che fa nascere un’altra e più forte maraviglia, è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo. All’arrivo di quelle nuove de’ paesi che n’erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine?

È un atteggiamento comune, in fondo. Finché le cose non ci toccano, non ce ne curiamo. Così, anche i Milanesi, nonostante arrivassero in città terribili notizie dai paesi vicini, pare non si preoccupassero della situazione. Egoismo italico, forse. Le cose devono arrivare a noi, altrimenti non le vediamo.

Sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo. La medesima miscredenza, la medesima, per dir meglio, cecità e fissazione prevaleva nel senato, nel Consiglio de’ decurioni, in ogni magistrato.

Miscredenza, dice Manzoni. Menefreghismo, potremmo dir noi. La gente e le istituzioni non si rendono ancora conto della gravità dell’epidemia (epidemia che, si ricordi bene, e come dice lo stesso Manzoni, spopolò mezza Italia).

Fonte- Il Dolomiti

Annamaria… a dopo

L’INFERMIERE

Grazie infermieri/e, siete sempre in prima linea, al servizio degli ammalati con tenacia e responsabilità,
sapete ascoltare e interpretare i bisogni dei pazienti, con tempestività e grande professionalità.

Grazie infermieri/e, della vostra generosa disponibilità, siete veramente persone speciali e di cuore,
svolgete il servizio agli ammalati con amore, gentilezza, di fondamentale importanza, che vi dona onore.

Grazie infermieri/e, sapete trasformare le difficoltà che incontrate nei reparti degenza, in forza e umanità,
trasmettete agli ammalati, buon umore, calma, serenità, luce e speranza, svolgendo un servizio di qualità.

Grazie infermieri/e, assieme alla terapia praticata con impegno, sicurezza e grande professionalità,
non fate mai mancare ai pazienti, un carezza, un sorriso, che sono una sana medicina, fatta con bontà.

Grazie infermieri/e, siete meravigliosi, vi organizzate con efficienza il vostro lavoro in collaborazione,
dentro un programma per obiettivi da raggiungere alti, per la salute degli ammalati, ogni vita salvata vi da grande soddisfazione.

Grazie infermieri/e, che non fate mai pesare, la stanchezza sui malati, per i turni di lavoro duri per la mancanza di personale,
sapete mantenere nervi saldi, occhi vigili, massima concentrazione su ogni prestazione.

Grazie infermieri/e, sapete lavorare con scienza, coscienza, utilizzando al meglio ogni vostra risorsa umana,
le avversità le fate diventare un’opportunità, per raggiungere l’ obiettivo, salute e benessere agli ammalati.

Grazie infermieri/e, del vostro sacrificio e impegno per combattere la nuova infezione, il coronavirus e di praticare i valori della vita,
ora cerchiamo di restare tutti uniti assieme a voi e a tutti gli operatori sanitari, praticando i principi universali per tutti i cittadini, di prevenzione, cura e riabilitazione, andrà bene, ce la faremo.

FRANCESCO LENA

SAN VALENTINO IN GIAPPONE

San Valentino, il giorno piu’ romantico dell’anno, si festeggia ovunque. Ma in Giappone ha una particolarità diversa dalla nostra.

Il cioccolato, è il protagonista di questa ricorrenza per gli innamorati. Al proprio amato/a. Ma non solo! Cioccolato per gli amici, per i parenti, per i colleghi e anche per se stessi. La ricorrenza non si esaurisce solo oggi ma…leggete l’articolo e scoprirete cosa succede dopo un mese.
Dunque Buon San Valentino a tutti e regalate e regalatevi il cioccolato che oltre ad essere buono contiene feniletilemina. La stessa sostanza rilasciata dal nostro cervello quando si è innamorati.

Ecco come si festeggia nel Paese del Sol Levante San Valentino.

Niente fiori o regali: solo cioccolato, e solo dalle ragazze verso i ragazzi. E per aumentare la pioggia di cioccolato che cade sul Giappone, le donne non si limitano a regalare cioccolato ai propri innamorati, ma fanno diversi regali praticamente a tutti gli amici e conoscenti di sesso maschile che fanno parte della loro vita, compresi amici, parenti, padri, nonni, i colleghi di lavoro e superiori.

In manga e anime non sono rare le scene in cui una ragazza dona del cioccolato in una confezione a forma di cuore al suo amato, con tutto l’imbarazzo del caso.

Ovviamente, per evitare confusione e imbarazzo, esistono diversi tipi di cioccolato, da regalare a seconda della persona. Perché ricordiamolo: i giapponesi sono persone organizzate, che non lasciano niente al caso, nemmeno il cioccolato di San Valentino!

Tipi di cioccolato
Giri choko: la cosiddetta”cioccolata dell’obbligo”. Questo è il cioccolato che si regala ai colleghi di lavoro, molto spesso più per obbligo sociale che per vero affetto. Una ragazza giapponese a San Valentino regala mediamente 25 Giri choko, che per fortuna costano meno (circa 4,00€) rispetto alla Honmei choko, dato che le confezioni sono più piccole e meno rifinite. I Giri choko non hanno un significato particolare, ed è accettabile anche portare una scatola grande di cioccolatini in ufficio e offrirli a ciascuno;

Tomo choko: la “cioccolata dell’amico”. Cioccolato che si regala ad amici, sia maschi che femmine, ma solo quelli più stretti;

Jibun choko: il”self chocolate”. Questo è il cioccolato che ci si auto-regala, magari come premio per un periodo di lavoro o studio particolarmente impegnativo, o semplicemente per coccolarsi un po’. Secondo un sondaggio, le persone spendono molto per questa categoria di cioccolatini;

Honmei choko: la traduzione letterale sarebbe “cioccolata del prediletto”. Questo è il cioccolato di San Valentino per eccellenza, quello destinato al ragazzo amato, al proprio fidanzato o marito, e a volte è accompagnato da una vera e propria confessione d’amore. Questa cioccolata viene spesso preparata in casa con le proprie mani e confezionata con attenzione, oppure comprata nei negozi scegliendo però confezioni di cioccolato prestigioso e costoso (15,00€ di media). In questo caso la confezione e la presentazione sono curate minuziosamente, per sottolineare l’importanza che il ragazzo riveste nella vita della ragazza in questione e i sentimenti che si provano per lui.

Ricambiare: il White Day
Esattamente un mese dopo San Valentino, il 14 marzo, si festeggia il White Day, una festività esistente quasi solamente in Giappone. Durante il White Day, i ragazzi che hanno ricevuto della cioccolata in regalo il giorno di San Valentino, dovrebbero ricambiare regalando a loro volta della cioccolata bianca, da qui il nome della ricorrenza.

Anche per i ragazzi varrebbe la distinzione dei vari tipi di cioccolata fatta sopra, ma nella realtà i ragazzi regalano il cioccolato solo alla ragazza che amano. C’è da dire però, che insieme alla cioccolata, i ragazzi spesso aggiungono dei regali come peluche o addirittura dei gioielli o accessori e lingerie. Il punto in comune però è sempre il colore bianco, simbolo di purezza.

Sembra una cosa un po’ anacronistica forse, ma è importante che un ragazzo ricambi spendendo di più rispetto a quanto speso dalla ragazza in precedenza. Se il dono dovesse avere un valore simile, sembrerebbe che il ragazzo non ricambia sinceramente i sentimenti della ragazza.

Quindi, se da un lato c’è l’insopportabile (per noi occidentali) aspetto patriarcale della situazione, in cui una donna è “costretta socialmente” a regalare cioccolatini anche a uomini marginali della propria vita – e magari a volte persone non proprio amate come responsabili e superiori – dall’altra c’è la contropartita di un regalo anche piuttosto costoso un mese dopo.

L’origine di San Valentino in Giappone

愛しています
Aishiteimasu

San Valentino sostanzialmente è una festa commerciale con l’abito da Cupido, qui come in Giappone. In ogni caso ha un origine un po’ diversa dalla nostra, eccola in breve.

Era il 1936 quando un immigrato russo proprietario di una ditta dolciaria di Kobe, la Morozoff, cerca di introdurre in Giappone questa tradizione già nota in occidente, al solo scopo di poter aumentare le proprie vendite.

In quegli anni però nel Paese del Sol Levante si respirava un forte anti-occidentalismo che fece sì che l’iniziativa finisse in un fallimento totale. La Morozoff ci riprovò anni dopo, nel 1952, riscuotendo ancora una volta gli stessi risultati scarsi.

Da allora c’è più di un’azienda che ha cercato di attribuirsi la “paternità” della festa, ma sono tutte società dolciarie che avevano come fine ultimo la vendita dei propri prodotti.

Una di queste è la Mary’s Chocolate Company un’azienda di cioccolato di Tokyo che nel 1958 pare essere riuscita a far breccia nella popolazione con una campagna pubblicitaria con la conseguenza di riuscire a introdurre questa ricorrenza che da allora ha avuto un successo sempre maggiore, soprattutto tra i giovani.

Fonte- cultura pop

Annamaria… a dopo

25 DICEMBRE, NATALE. UNA DATA, UN SIMBOLO

Grazie ai vigili del fuoco, sempre attenti!

https://www.gazzettadalba.it/2019/12/appello-dei-vigili-del-fuoco-di-notte-spegnete-le-luci-dellalbero-di-natale/

Il pericolo, purtroppo, è anche fuori casa, soprattutto nelle str con tutta questa gioventù insofferente alle regole. Sempre prigionieri di questi benedetti ma anche maledetti telefonini. Mentre attraversano la strada dove non si deve, guidando ubriachi e drogati (recentemente a Roma due sedicenni sono morte) Una società allo sbando dove si è perso il valore della vita e della legalità. Arricchirsi con pochiade sacrifici magari portando nel proprio zainetto cifre astronomiche per spacciare droga e ammazzando un ragazzo senza pietà (è successo recentemente a Roma).

Soldi, droga, mafia ( sempre recentemente c è stata una retata ma i media non ne parlano).
Politici e professionisti corrotti, ladri che ogni giorno si espongono con il loro faccione a farci prediche in tv e su internet). Dall alto dei loro mega guadagni! Poi a Milano, Milano eh? La città ritenuta al primo posto, per qualità della vita. La città che doveva realizzare il villaggio natalizio più grande d Europa e che doveva essere il fiore all occhiello per la città è stato un flop, un disastro e gli organizzatori hanno dato la colpa alla pioggia! Si alla pioggia! Omettendo che ci sono stati dei sequestri perché non a norma sicurezza degli operai che lavoravano in situazioni pericolose. Nessuno o pochi si prendono più responsabilità dei propri errori, del loro essere violenti e bugiardi. Mariti che ammazzano mogli e amanti. Anche incinte.
E come se niente fosse vanno a fare colazione e dal barbiere subito dopo (è successo a Palermo). Insomma una società falsa scoraggiante dove non puoi più fidarti del vicino di casa, dei componenti della famiglia. Esiste solo un valore: i soldi! Anche nelle separazioni di coppie non emerge quasi mai che molti delitti vengono commessi anche per il denaro. I soldi facili grazie a qualche foto sui social, i soldi facili spacciando droga, rubando ai poveri, prendendo o donando mazzette per ottenere facili guadagni, come alcune aziende, anche statali. Insomma l elenco sarebbe lungo. Viviamo una società malata dove un ingegnere muore misteriosamente dopo aver scoperto che la propria azienda sta operando a discapito della salute dei cittadini. Succede anche questo : l’ onesto deve essere allontanato. Tornando al Natale direi basta far credere ai bambini che i regali li porta babbo natale. Non illudiamoli sapendo che prima o poi, più prima che poi, scopriranno la verità. E prenderanno la loro più grande e precoce delusione. Diamo merito ai nonni ai genitori agli zii che anche in situazioni precarie economiche rinunciano a qualcosa pur di vedere felici i bambini quando apriranno i regali che hanno chiesto, sotto l albero. Perché dare merito a qualcuno che non esiste? Mi fermo qui. Scusate e comunque sia buon natale a tutti con un pizzico di nostalgia di quando a Natale il massimo dei regali per i piccoli erano un paio di scarpe nuove e i dolcetti fatti in casa. Non esistono più quei tempi. Però, può tornare di moda l’ umanità perché con l’ umanità migliora l’ umore.

Annamaria
BUONE FESTE!

13 DICEMBRE SANTA LUCIA


In alcune città d’Italia, ma soprattutto a Siracusa, (mia città natale) oggi si festeggia Santa Lucia che ,ancor prima di babbo natale, porta i doni ai bambini. In breve vi ricordo la sua storia: si racconta  che Lucia fosse una bella fanciulla siciliana, figlia di un ricco nobile di Siracusa e tutti la conoscevano per la sua dolcezza ed amorevolezza. A quel tempo in Sicilia imperversava il paganesimo e Lucia mostrando un certo interesse per il Vangelo, decise di convertirsi al cristianesimo. I suoi genitori avevano deciso di farla sposare, ma Lucia non ne volle sapere per ben due motivi; il futuro sposo non era cristiano e perché lei aveva deciso di dedicare la sua vita al Signore. Questa decisione, però non venne rispettata dai famigliari della ragazza ed iniziò per lei una vera e propria persecuzione, con l’intento di farle cambiare idea


Quando fu certo che Lucia per nessun motivo non si sarebbe piegata al volere altrui, né rinnegava la propria fede, le vennero strappati gli occhi ed infine fu uccisa. Da allora Santa Lucia fu considerata la protettrice degli occhi e della vista, ed il giorno del suo martirio, che cade il 13 dicembre, inizia il suo viaggio col suo affabile e fedele asinello portando i doni ai bambini buoni! 

Oggi , quindi, grande festa in onore di Santa Lucia, Patrona Siracusa.

Tradizionali manifestazioni, “Lucia di Svezia e Settimana Svedese” e “Fiera di Santa Lucia”. 
In occasione dei festeggiamenti di Santa Lucia ,si svolge, com’è tradizione dal 1970, la manifestazione “Lucia di Svezia e Settimana Svedese”, una sorta di gemellaggio fra Siracusa e la Svezia nel nome di Santa Lucia. La manifestazione ha il fine di accostare  la festività cristiana, che si celebra a Siracusa in occasione della celebrazione della santa patrona, alla tradizione svedese. Il 20 dicembre, in occasione della processione per l’ottava di Santa Lucia, Siracusa ospita “Lucia di Svezia”, una giovane fanciulla svedese, accompagnata da due “ancelle”, che in Svezia rappresenta Lucia, con il capo cinto di una corona di candele, come quelle che facevano luce alla Santa nella notte permanente delle catacombe siracusane.


Il corpo di Santa Lucia è  conservato nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia in Venezia
Ci sono alcune ipotesi che spiegano perchè si trovi a Venezia, eccone due. 

1…il 13 dicembre 304. Il corpo di Lucia fu deposto nelle catacombe ove da subito elargì miracoli, poi fu spostato nella chiesa eretta in suo onore, in seguito fu trasportato a Costantinopoli ed in fine fu traslato a Venezia dove tutto riposa accanto al corpo di S. Geremia. Le spoglie sono però prive di un braccio perso lungo i vari spostamenti e sono rivestite di porpora rossa ricamata, il volto è coperto da una maschera d’argento donata da Papa Giovanni XXIII. 
il suo corpo fu spostato perchè l’imperatore volle rubarlo, per far diminuire questo culto, quindi alcuni sacerdoti del posto nascosero la salma e la trasferirono a Venezia in una chiesa anonima. 


2…nel 822 il generale bizantino Maniace trasferisce da Siracusa a Costantinopoli i corpi di Santa Lucia per sottrarli al pericolo di invasione di Siracusa da parte dei Saraceni; nel 1204 durante la quarta Crociata, il doge di Venezia Enrico Dandolo, trova a Costantinopoli queste spoglie, le porta a Venezia nel monastero di san Giorgio, prima, e successivamente nel 1280 le colloca in una chiesa che dedica a Santa Lucia. Le spoglie furono ricondotte a Venezia insieme ad altra “preda bellica”, i famosi quattro cavalli di bronzo. Il corpo di Santa Lucia è oggi conservato nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia in Venezia


Oggi e’ un momento di gioia e di emozione per i Siracusani. Ritengo, che sia giusto  far tornare il corpo della Santa nella sua città.


 Annamaria…a dopo

TIK TOK L’APP DEL MOMENTO

 

L’app del momento? Si chiama Tiktok.
Se nei precedenti social, Instagram e Facebook,  avevate raggiunto un decente numero di follower, ora bisogna ricominciare da capo.
I ragazzi e non solo, ne vanno pazzi. A dirlo sono i numeri: l’app, disponibile in 34 lingue, ha ogni giorno 150 milioni di utenti attivi (500 milioni di utenti attivi mensilmente), ed è stata l’app più scaricata al mondo nel primo trimestre del 2018, con circa 45,8 milioni di download.

Ecco cos’è, come funziona e cosa ci si trova.

Tiktok arriva dalla Cina. Creata da Zhang Yiming, nel 2016, inizialmente è nata come piattaforma di video musicali amatoriali e in questi ultimi 3 anni ha allargato il suo bacino a tutti i tipi di brevi video.
Alex Zhu co-fondatore di Musical.ly e ora vice presidente senior di TikTok, aveva dichiarato entusiasta : «Vogliamo catturare la creatività e la conoscenza del mondo sotto questo nuovo nome e ricordare a tutti di fare tesoro di ogni prezioso momento della vita. Combinare musical.ly e TikTok è una scelta naturale data la missione condivisa di entrambe le esperienze: vogliamo dar vita a una comunità in cui tutti possano essere creatori». Mia nipote Benedetta si diverte tantissimo…

La musica di cui dispone TikTok sull’applicazione è molto ampia con una grande varietà di stili, tra cui i più in voga hip-hop e musica elettronica.
Oltre a quello, l’evoluzione dell’App su scala mondiale ha portato alla creazione di contenuti molto diversi, ora disponibili in grande quantità.
Danza, umorismo, moda e bellezza: ogni ambito sta scoprendo un nuovo modo di comunicare sfruttando le potenzialità del mezzo.

Ecco come funziona.
In primis bisogna scaricare l’applicazione sul proprio device e iscriversi con il proprio numero di telefono o la propria mail.
Una volta installata l’app ci troveremo di fronte a un’interfaccia simile a quella Instagram e Facebook: dalla pagina principale potremo accedere ai contenuti caricati dagli altri utenti, quelli seguiti e anche quelli suggeriti per te direttamente dal sistema.
Mentre guardiamo un video, sulla destra troveremo la foto in piccolo del profilo dell’utente che l’ha caricato: premendo sulla foto entreremo nel suo profilo, mentre cliccando su “+” inizieremo a seguire l’utente.

Infine, come si crea un video con TikTok?
Semplicissimo: basta premere sull’icona “+” al centro e seguire la procedura guidata (piuttosto semplice) proposta dall’app.
Disponibile sia su Android che su iOS.

By Grazia

Annamaria…a dopo

GREEN CHRISTMAS 2019

Torna alla Fonderia Napoleonica Eugenia per la settimana edizione
Il mercatino natalizio “green” di Milano

Dopo un anno di pausa, il week end del 7 e 8 dicembre, ponte di S. Ambrogio, ritorna Green Christmas alla sua settima edizione a Milano, per ricordarci che – anche a Natale! – non è il rosso, ma il verde il nostro colore preferito. Il mercatino natalizio più “eco” della città, ispirato, nella scelta dei suoi espositori, a una filosofia di vita “naturale”, sensibile, da molto prima che la sostenibilità diventasse tendenza mediatica, all’economia circolare, al “riduci, riusa, ricicla!”, all’upcycling e a tutto quello che viene ancora realizzato artigianalmente, dalle mani dell’uomo e non dalle macchine.

Le parole chiave sono dunque rimaste le stesse: biologico, ecologico, artigianale, locale, solidale, non senza un’attenzione alla bellezza, tra natura, arte e design, com’è nella vocazione della città del Salone e del quadrilatero della moda.

Abiti tinti con erbe e fiori, lane e sete di recupero da vecchi magazzini o industrie fallite per un abbigliamento anticonformista di ottima qualità, attento alla filiera produttiva e unico nel suo genere (nessuno avrà il capo uguale al tuo!) che valorizza la sapienza artigiana; materiali ecosostenibili e cruelty-free, canapa biologica (che non è soggetta a muffe e acari), lino e cotone più delicati sul corpo; prodotti bio con selezionati ingredienti naturali per la cura del corpo – dai saponi ai lip labbra – tante vitamine, sostanze idratanti e antiossidanti amiche della pelle e dell’ambiente, senza conservanti, coloranti o profumazioni artificiali; oggetti di design per la casa in legno o carta; creazioni artistiche in ceramica, vetro e terracotta fatte a mano; illustrazioni; gioielli che restituiscono nuova vita a materiali di scarto, accanto a metalli preziosi come rame e argento; materassi e guanciali in semi e cotoni naturali; intimo in canapa e bambù; e poi miele, lavanda, burro di karitè e – per scaldarci – un tazza di tè alle erbe!

A Green Christmas troverete i regali più “buoni” e “sani”, non solo perché materiali e filiera non danneggiano la nostra amata madre Terra, ma anche perché sostengono l’artigianato italiano (per il Mondo… ci stiamo attrezzando: in questa edizione un espositore arriva dall’Africa e uno dal Giappone).

Quest’anno, oltre ai grandi classici che non riusciamo ad abbandonare, ci sono diverse novità, come le creazioni di Marta Mondelli firmate “Festina Lente”: una selezione di candele profumatissime colate a mano usando solo cera di soia naturale, stoppini in fibra vegetale, essenze vegane e cruently-free; i gioielli di “Open your heart” creati da Gatha Alessia Bidini. recuperando vecchie serrature di porte, chiavi e antiche maniglie; i bijoux di Lorella Tamberi Canal che ha pensato a una “dolcissima” mini-collezione di sciami di piccole api su pendenti di orecchini, ciondoli e bracciali – un richiamo alla salvaguardia di queste preziose impollinatrici, garanti della biodiversità naturale. Vi viene in mente qualcosa di più green?

La straordinarietà della location che ospita la manifestazione, la Fonderia Napoleonica Eugenia, offre certamente un ambiente suggestivo, dove fare shopping diventa un viaggio nella storia secolare della fusione del bronzo oltre che una gioia per gli occhi. Un fascinoso sito di archeologia industriale rimasto com’era nel 1800, nel cuore del vecchio quartiere Isola: sotto le sue travi di legno si respira ancora il richiamo dei lavori manuali e la bellezza plasmata da gesti antichi. Nelle fornaci della Fonderia sono state realizzate le campane di San Marco a Venezia e i portoni del Duomo di Milano.

Per i visitatori c’è anche la possibilità (su prenotazione) di visitare lo spazio museale realizzato negli antichi ambienti di lavoro della fabbrica, dove sono conservati documenti, fotografie, strumenti e attrezzature legati all’attività di fusione artistica.
Appuntamento a Green Christmas 2019 – naturalmente con la raccomandazione di utilizzare i mezzi pubblici o il car sharing!

Apertura dalle 10.00 alle 19.00 di sabato e domenica
Visite guidate al momento (se ci sono posti) o su prenotazione tramite mail alla fonderia.

Fonderia Napoleonica Eugenia
Via Thaon di Revel 21, 20159 Milano
www.fonderianapoleonica.it
Per info e prenotazioni
[email protected]
Ufficio stampa
Valeria Zanoni
cell. 393 0552272
[email protected]

Annamaria… a dopo

A MILANO IL PIU’ GRANDE VILLAGGIO DI BABBO NATALE

 

Dal 22 novembre al 30 dicembre 2019, l’Ippodromo Snai di San Siro (ingresso da via Diomede 16) si trasformerà in una sorta di Rovaniemi, la cittadina lappone dove secondo la leggenda si trova la vera casa di Babbo Natale.

Infatti, quest’anno, il capoluogo lombardo ospiterà Il Sogno del Natale 2019, ovvero il più grande villaggio di Babbo Natale mai realizzato in Italia.

Organizzata in mondi tematici, in un’area di oltre 30mila mq, dove scherzare con gli elfi, scoprire i segreti della fabbrica di giocattoli, lasciarti incantare dai giochi di luce, guardare le animazioni teatrali, entrare nell’ ufficio postale e scrivere la lettera, da consegnare direttamente nelle mani del padrone di casa: Babbo Natale in persona.

Varcato il cancello, troveremo attori e acrobati professionisti travestiti da elfi e puppets giganti, pronti ad accogliere i visitatori e condurli nei padiglioni e nelle aree esterne, raccontando aneddoti misteriosi sulle creature che popolano il villaggio.


Il percorso di visita principale si snoderà tra la Grande Fabbrica dei Giocattoli, la Casa degli Elfi su due piani, la Casa di Babbo Natale (costituita da molteplici ambienti di fantasia) e infine il Ricovero delle Renne, in cui viene custodita la Grande Slitta di Babbo Natale.
Il secondo percorso del Villaggio è il Mondo della Letterina, a sua volta costituito dalla Stanza della Scrittura – in cui i bambini, aiutati dagli Elfi, potranno stilare la loro lista dei desideri da mandare a Babbo Natale – e l’Ufficio Postale, dove verranno timbrate e imbucate le letterine.
Il Borgo degli Elfi rappresenta il terzo mondo, ovvero un pittoresco mercatino in stile nordico popolato dagli aiutanti di Babbo Natale dove sarà possibile dedicarsi ai regali natalizi.
Non mancherà l’area food, con casette di legno trasformate in stand gastronomici per tutti i gusti, e l’area giostre e giochi pensata per i più piccoli.
Il percorso esterno del Villaggio sarà visitabile anche a bordo di un trenino colorato che farà tappa nei vari mondi da esplorare.

Questi gli orari di visita :

Da lunedì a giovedì: 14-21
Venerdì, sabato e prefestivi: 10-23
Domenica e festivi: 10-21
24 dicembre (Vigilia di Natale): 10-18
25 dicembre: 16-22
26 dicembre: 10-21

I biglietti hanno i seguenti costi:

Biglietto giornaliero (da lun a ven): adulti 13 euro – Bambini (fino a 12 anni) 10 euro
Sabato e domenica: adulti 16 euro – Bambini (fino a 12 anni) 13 euro
Fast Lane Silver (salta coda valido solo sabato e domenica): adulti 23 euro – Bambini (fino a 12 anni) 18 euro
Open Gold (salta coda valido tutti i giorni): adulti 28 euro – Bambini (fino a 12 anni) 23 euro
I bambini fino al primo anno di età non pagano. Gli over 65, da lunedì a venerdì, pagano 10 euro.

Fonte milanoweekend

Annamaria…a dopo

“ORA FARO’ LUCE COME SE FOSSE GIORNO”- NIKOLA TESLA, STORIA DI UN GENIO TRUFFATO

 

 

Nikola Tesla: giuste o sbagliate alcune sue tesi, a mio avviso, è stato il piu’ grande e il piu’ dimenticato. Anche gli scienziati sono figli del proprio tempo e possono fare errori del proprio tempo. Newton, per dire, praticava anche l’alchimia… (clandestina)

 

Fu uno dei più grandi inventori di tutti i tempi. Nikola Tesla, scienziato serbo-croato immigrato negli Stati Uniti nel 1884, registrò tanti brevetti quanti il suo rivale Thomas Alva Edison. Ma non riuscì altrettanto bene a beneficiare delle sue idee: ogni volta fu privato dei meritati guadagni. Proprio per questo la sua figura attira oggi tanta simpatia e considerazione.

Lo scienziato sfortunato. Nikola Tesla, serbo-croato trapiantato negli Usa nel 1884, fu uno dei più grandi inventori di tutti i tempi. Ma fu privato ogni volta dei guadagni relativi ai suoi più di 200 brevetti.

Uno schiocco di dita e lo spettacolo inizia: è una sera del 1891 e sul palco c’è Nikola Tesla, scienziato serbo-croato emigrato negli Usa. Per un istante una rossa palla di fuoco avvampa nella sua mano. Con cautela l’uomo, altissimo, lascia scivolare le fiamme sul suo frac bianco, poi sui capelli neri. Infine il mago, che con stupore del pubblico è del tutto illeso, ripone il misterioso fuoco in una scatola di legno.

«Ora farò luce come se fosse giorno» dichiara Tesla. Ed ecco che il teatro delle sue esibizioni, il laboratorio sulla newyorkese South Fifth Avenue, risplende di una luce straordinariamente chiara. Poi l’inventore balza su una piattaforma collegata a un generatore di tensione elettrica.

Lentamente lo scienziato alza il regolatore, fino a quando il suo corpo è esposto a una tensione di due milioni di volt. Le scariche elettriche crepitano intorno al suo busto. Fulmini e fiamme gli guizzano dalle mani.

Quando Tesla spegne la tensione, così riferiranno gli spettatori, intorno a lui scintilla un bagliore azzurrognolo.

Spettacolari scariche elettriche scaturiscono da una struttura a bobina, generate da tensioni superiori ai 12 milioni di volt. Così nel 1899 Nikola Tesla sperimentava se la corrente elettrica potesse essere trasportata attraverso l’aria, come le onde radio. Ma il “mago dell’elettricità” era anche uno showman: sembra seduto tra le scariche mortali, ma è tutta apparenza. Il trucco? Una doppia esposizione.

IL DOMATORE DI ELETTRONI. Il “mago dell’elettricità” amava incantare l’alta società di New York con i suoi allestimenti. E mostrare ai giornalisti la potenza e la sicurezza del sistema di corrente elettrica da lui sviluppato. Le spettacolari esibizioni facevano parte della sua propaganda nella guerra per l’elettrificazione del mondo.

È una guerra che Tesla (seppure contro la sua volontà) combatté contro un altro inventore, altrettanto famoso. Un uomo dall’indole così diversa da personificare l’esatto opposto di Tesla: Thomas Alva Edison. Disinvolto, furbo, abile negli affari. Per gli americani Tesla era al contrario un “poeta della scienza”, un teorico e uno sfortunato cervellone, le cui idee erano “grandiose, ma del tutto inutili”.

Edison misurava il valore di una scoperta dalla quantità di dollari arrivati alla sua azienda. Per Tesla invece non si trattava solo di denaro: l’obiettivo di un’invenzione, sosteneva, consiste in primo luogo nello sfruttamento delle forze naturali per le necessità umane.

VINCITORE PERDENTE. Sarà alla fine proprio Tesla a vincere la battaglia per la corrente elettrica. Eppure – come successe spesso nella sua vita – ne uscirà perdente. Ed è proprio come perdente che oggi è tornato a incantare il pubblico: il numero dei libri e dei siti web che lo riguardano è in aumento, su YouTube ci sono video a lui dedicati, un gruppo rock ha scelto di chiamarsi Tesla. E una casa automobilistica finanziata dai fondatori di Google è stata battezzata Tesla Motor.

La misteriosa forza dell’elettricità affascinò Tesla sin dall’infanzia. Nato il 10 luglio del 1856 da genitori serbi nel villaggio croato di Smiljan, da bambino vedeva fulmini abbaglianti.

«In alcuni casi l’aria intorno a me si riempiva di lingue di fuoco animate» ricorderà Tesla nella sua autobiografia. Di solito queste visioni si accompagnavano a immagini interiori. Con gli occhi della mente Tesla osservava ambienti e oggetti tanto chiaramente da non riuscire a distinguere realtà e immaginazione.

MENTE GENIALE. Con il tempo imparò a controllare queste suggestioni: viaggiava con il pensiero in città e Paesi stranieri, intrattenendosi con le persone e stringendo amicizie.

La forza della sua immaginazione si manifesta all’età di 17 anni, quando inizia a “occuparsi seriamente delle invenzioni”. Non aveva bisogno di alcun modello, disegno o esperimento per sviluppare i congegni: l’intero processo creativo aveva luogo nella sua mente. Lì costruiva le sue apparecchiature, correggeva gli errori, le metteva in azione. «Per me è del tutto indifferente costruire una turbina nella mia testa o in officina» scrisse «riesco persino a notare quando va fuori bilanciamento».

Nel 1875 il 19enne Nikola ricevette una borsa di studio al Politecnico di Graz, in Stiria. Il suo impegno sui libri era ossessivo, a volte dalle tre del mattino alle undici di sera, e nel primo anno superò nove esami con il massimo dei voti. «Ero posseduto da una vera e propria mania: dovevo concludere tutto ciò che iniziavo» ricordò. Quando si accinse a leggere Voltaire, apprese con sgomento che “quel mostro” aveva scritto un centinaio di libri. Ma affrontò comunque la mastodontica impresa.

MANIE OSSESSIVE. Il giovane continuava a essere soggetto a comportamenti compulsivi. Nutriva una forte avversione verso perle e orecchini, provava disgusto per i capelli delle altre persone. Sentiva caldo davanti a una pesca. Ripeteva alcune attività in modo che le ripetizioni fossero divisibili per tre. Contava i passi mentre camminava, calcolava il volume del contenuto delle tazzine di caffè, dei piatti fondi, degli alimenti. «Se non lo faccio, il cibo non mi piace» annotò.


A Graz, Tesla, s’imbatté infine in un misterioso oggetto di studio che lo accompagnerà per il resto della vita: l’elettricità. Gran parte degli uomini, a quel tempo, consideravano la corrente elettrica una linfa misteriosa che scorreva lungo i fili grazie all’ intervento di una mano fantasma. Tesla volle padroneggiare le leggi di questo fluido. E istintivamente si convinse che il futuro apparteneva a un sistema non ancora applicabile: la corrente alternata. Un generatore di corrente continua la produce grazie a un magnete permanente e a una bobina che ruota all’ interno dell’apparecchiatura; nel caso invece di un generatore di corrente alternata, il magnete ruota al centro e produce la corrente nelle bobine collocate all’ esterno.

Il vantaggio consiste nel fatto che non è necessario prelevare la corrente elettrica da una bobina rotante, utilizzando contatti striscianti che sprizzano scintille. Essa si forma invece nella parte esterna, statica, del generatore.

All’ epoca tutti gli apparecchi elettrici erano alimentati in corrente continua, quella che scorre incessantemente nella stessa direzione 

Gli scienziati del tempo giudicavano impensabili motori elettrici alimentati a corrente alternata. Ma Tesla credeva nella propria intuizione. Nella sua mente sperimentava un motore a corrente alternata dopo l’altro. Con il pensiero seguiva il veloce movimento alternato della corrente elettrica che frusciava nei circuiti di commutazione, all’i nizio senza successo.

Corrente continua o alternata? Nel primo caso la corrente elettrica fornita da una batteria (1) scorre nel circuito al quale è collegata la lampadina in una sola direzione. La corrente alternata invece, come quella che esce da una presa elettrica (2 e 3), cambia continuamente direzione. Ma anche così, la lampadina si accende senza interruzioni.

INTUIZIONE FULMINEA. Ci vollero sette anni prima che Tesla, impiegato in una compagnia telefonica di Budapest, arrivasse a una svolta. In una sera del 1882, durante una passeggiata nel parco della città, la soluzione gli si presentò alla mente “come un fulmine”. Tesla afferrò un bastone e disegnò nella polvere il diagramma di un motore assolutamente innovativo, nel quale le bobine esterne, attraversate dal flusso di corrente alternata, generavano un campo magnetico rotante. In questo modo si creavano le forze che mettevano in moto il rotore interno

Il motore elettrico secondo Tesla: la corrente alternata scorre nelle bobine (1) e genera campi magnetici le cui forze e i cui versi (rosso: polo nord; verde: polo sud) cambiano di continuo. Questi campi inducono nel rotore (2) una corrente elettrica che crea un ulteriore campo magnetico, in interazione con i primi. Si creano così forze che mettono in moto il rotore.
Come in delirio, nelle settimane successive Tesla sviluppò ulteriori motori, dinamo e trasformatori; tutti necessitavano di corrente alternata, o la producevano. «Uno stato spirituale di completa felicità come non lo avevo mai provato nella vita» scrisse. «Le idee mi si presentavano in un flusso ininterrotto. L’unica difficoltà era riuscire a fissarle».

Tesla si rese conto che la corrente alternata offriva un vantaggio decisivo rispetto a quella continua: grazie alle sue proprietà fisiche, poteva essere trasportata via cavo per centinaia di chilometri, con perdite quasi nulle. Con la corrente continua, invece, si poteva farlo solo per brevi tratti.

IN AMERICA. Due anni più tardi, nel 1884, si licenziò dall’azienda e prese la strada di New York, armato di una lettera di raccomandazione. Voleva lavorare con il grande Thomas Alva Edison e convincerlo del valore della sua pionieristica scoperta. Il magnate della lampadina aveva costruito la prima centrale elettrica pubblica al mondo nel centro di Manhattan. Ma la corrente prodotta era in grado di illuminare soltanto i lampioni elettrici nel raggio di un centinaio di metri. Per questo Edison progettò di coprire la città con una rete di generatori.

La lettera di raccomandazione procurò a Tesla un colloquio con Edison. Fin dal primo incontro fu però disilluso: quando espose le caratteristiche del suo sistema elettrico, l’americano gli replicò irritato di smetterla con quella follia. «La gente vuole la corrente continua, ed è l’unica cosa di cui intendo occuparmi».

IL FURTO DI EDISON. A ogni modo, Edison riconobbe il talento tecnico del giovane serbo e lo assunse, promettendogli un premio di 50mila dollari nel caso riuscisse a migliorare le prestazioni delle dinamo a corrente continua. Tesla accettò l’offerta. Dopo quasi un anno di duro lavoro, poté annunciare al capo i propri successi: le modifiche alle dinamo di Edison erano concluse, l’efficienza era aumentata in modo sostanziale. Ma la retribuzione promessa non arrivò. Edison si rifiutò di pagare il premio: «Tesla, lei non capisce il senso dell’umorismo americano» si giustificò.

Indignato, Tesla si licenziò. Più tardi scrisse sul (presunto) genio del secolo: «Se Edison dovesse cercare un ago in un pagliaio, si metterebbe a esaminare con la frenesia di un’ape un filo dopo l’altro, fino a trovare l’oggetto cercato. Con dispiacere ho assistito al suo modo di procedere, ben consapevole che un po’ di teoria e di calcolo gli avrebbero risparmiato il 90% del lavoro».

MEGLIO SOLI CHE MALE ACCOMPAGNATI. Il suo eccellente lavoro per la Edison Electric Light Company fece però conoscere Tesla nella cerchia degli specialisti. Subito dopo il licenziamento, il 29enne accettò l’offerta di un gruppo di investitori e fondò una sua azienda, la Tesla Electric Light and Manufacturing Company. Ma ancora una volta le sue speranze non si realizzarono. Invece di preparare all’immissione sul mercato i sistemi in corrente alternata, su richiesta dei finanziatori si ritrovò a costruire innovative illuminazioni per strade e fabbriche.

Tesla si dedicò meticolosamente allo sviluppo di una lampada ad arco e depositò svariati brevetti. Ma dopo aver portato a termine i suoi incarichi, fu estromesso dall’azienda e imbrogliato sui compensi. «Seguì un periodo di lotta» ricordò seccamente l’inventore. Per un anno si trovò a sbarcare il lunario lavorando, a chiamata, nella costruzione di strade.

SVOLTA. Ma all’inizio del 1887 il suo destino prese una piega inaspettata: il capo della squadra di costruzione venne a sapere del presunto motore dei miracoli ideato da Tesla e lo mise in contatto con Alfred K. Brown, il direttore della Western Union Telegraph Company. Le compagnie telegrafiche necessitavano di energia elettrica; e Brown era interessato alla corrente alternata, che poteva essere trasmessa su grandi distanze senza perdite. Non lontano dalla Edison Company, a Manhattan, i due presero in affitto uno spazioso laboratorio nel quale Tesla poté finalmente accelerare la trasposizione pratica del suo sistema in corrente alternata.

LA GUERRA DELLA CORRENTE ELETTRICA. Ebbe così inizio la guerra della corrente elettrica: Tesla depositava un brevetto dopo l’altro per i componenti del suo innovativo motore, teneva conferenze, inscenava le sue dimostrazioni davanti a un pubblico entusiasta e presto catturò l’attenzione dell’industriale George Westinghouse.

Westinghouse, egli stesso ingegnere e inventore, era entrato nel mercato elettrico da qualche anno, acquistando svariati brevetti. Diversamente da Edison, credeva nella redditività della nuova tecnica. Acquistò i brevetti di Tesla, stabilendo il pagamento di un diritto di licenza da 2,5 dollari per ogni cavallo vapore venduto dell’“elettricità di Tesla”. E scese in campo nella battaglia per la corrente alternata.

Grazie alle ridotte perdite di energia, Westinghouse poté erigere le sue centrali all’ esterno delle città. Inoltre i suoi cavi di rame erano meno spessi di quelli richiesti dalla corrente continua, e i costi per le linee elettriche erano minori di quelli sostenuti dalla concorrenza.

Westinghouse riuscì a vendere l’elettricità a prezzi più favorevoli di Edison e presto si ritrovò ad avere più clienti. Ma quest’ultimo passò al contrattacco: raccolse informazioni sugli incidenti che coinvolgevano la corrente alternata, scrisse pamphlet e fece pressione sui politici.

IL GIOCO SPORCO DI EDISON. Pagò giovani studenti perché catturassero cani e gatti che, durante esibizioni ufficiali, legava a placche di metallo, facendo poi passare la corrente alternata nel loro corpo sussultante. Chiedeva infine agli spettatori: «È questa l’invenzione che le nostre amate donne dovrebbero usare per cucinare?».

Nel gennaio del 1889 nello Stato di New York entrò in vigore una nuova legge: gli assassini sarebbero stati condannati a morte tramite corrente elettrica. Edison perorò la causa della corrente alternata. Nell’ agosto del 1890 un uomo (William Kemmler) morì sulla prima sedia elettrica: tramite corrente alternata. L’interruttore dovette essere premuto due volte prima che il condannato smettesse di sussultare.

Ma la campagna di diffamazione promossa da Edison non raggiunse i suoi obiettivi. Nel giro di due anni Westinghouse costruì oltre 30 centrali elettriche e rifornì 130 città americane con la corrente alternata di Tesla. Nel 1893 fu lanciato il bando per l’illuminazione dell’Expo di Chicago: Westinghouse offrì quasi un milione di dollari meno di Edison.

Dal novembre del 1896 in poi, in tutto il mondo le città installarono quasi unicamente centrali a corrente alternata. Nikola Tesla stava per diventare uno degli uomini più ricchi del pianeta: secondo il contratto di licenza avrebbe dovuto incassare una percentuale per ogni motore elettrico venduto, e per ogni utilizzo dei brevetti sulla corrente alternata. Ma gli investitori spinsero Westinghouse a modificare il contratto.

INGENUO O MAGNANIMO? L’imprenditore disse chiaramente a Tesla che dalla sua decisione dipendeva il destino dell’azienda. Tesla, che in Westinghouse vedeva un amico, strappò il contratto e barattò la percentuale per i brevetti con un importo forfettario di 216mila dollari. In questo modo perse ogni diritto non soltanto sugli onorari già guadagnati, presumibilmente 12 milioni di dollari, ma anche sui miliardi che si sarebbero prodotti in futuro.

Per Tesla il denaro non era importante: ciò che contava era la diffusione della sua tecnica. L’inventore era già immerso in nuovi compiti. Immaginava un mondo in cui tutti gli uomini avrebbero ricevuto energia gratuita e illimitata. Per Tesla le reti elettriche erano soltanto uno stadio intermedio nel percorso verso un sistema senza fili, in grado di spedire intorno al globo informazioni ed energia.

ENERGIA A DISTANZA. Nel 1898 sviluppò il primo radiocomando a distanza. L’anno successivo da un laboratorio situato vicino a Colorado Springs riuscì a inviare onde radio a una distanza superiore ai 1.000 chilometri.

Con queste bobine venivano prodotte correnti alternate a voltaggio elevato, che Tesla voleva utilizzare per la telegrafia senza fili a grande distanza. Ma nel 1906 interruppe i tentativi.
Nel 1900 Tesla trovò un finanziatore per la costruzione di una futuristica torre-antenna a Long Island: il suo obiettivo era inviare negli strati superiori dell’atmosfera onde altamente energetiche per distribuire l’energia intorno al globo. Ma poco prima dell’ultimazione del progetto, l’investitore si ritirò: se chiunque nel mondo avesse potuto utilizzare senza controllo l’energia prodotta a Long Island, da dove sarebbero venuti i guadagni? Tesla ne ricavò un esaurimento nervoso da cui faticò a riprendersi. Nel 1917 l’impalcatura di acciaio della torre fu fatta esplodere e i rottami venduti per mille dollari.

Nello stesso anno l’inventore avrebbe dovuto ricevere la prestigiosa Medaglia Edison. Ma Tesla rifiutò: l’onorificenza avrebbe dato lustro solo allo stesso Edison. Bernard Arthur Behrend, presidente della giuria, lo persuase ad accettarla. «Se privassimo il mondo industriale di tutto ciò che è nato dal lavoro di Tesla» disse Behrend «le nostre ruote smetterebbero di girare, le vetture elettriche e i treni si fermerebbero, le città sarebbero buie e le fabbriche morte e inutili. Il suo lavoro ha una tale portata da essere diventato il fondamento stesso della nostra industria».

Nonostante la fama e i suoi 700 brevetti, il mago dell’elettricità non ebbe mai successo economico.

Il 7 gennaio del 1943, a 86 anni, Nikola Tesla, l’inventore più disinteressato della Storia, morì povero in canna in una camera d’albergo di New York.

 

By Focus- Tratto da Geo Magazine n. 48

Annamaria… a dopo

LE TASSE PIU’ ASSURDE E PAZZE DELLA STORIA

 

Non c’è nulla di certo al mondo, tranne la morte e le tasse”, diceva Benjamin Franklin. Il detto è sempre attuale.
Ci lamentiamo, ancora oggi,  per le tasse che dobbiamo pagare. Possiamo, pero’, consolarci pensando che nel corso dei secoli è stato tassato davvero di tutto dalla  barba alle le finestre e poi ancora  il celibato e ,addirittura, la vedovanza.

 Ieri come oggi le tasse sono indispensabili per mandare avanti la macchina dello Stato e garantire servizi ai cittadini.

Il punto è che a volte i governanti si sono fatti prendere la mano. Tanto che nel corso dei secoli non sono mancati esempi di tributi davvero bizzarri ed eccentrici.


Un vespasiano romano: le toilette prendono il nome dall’imperatore Vespasiano, che per primo ebbe l’idea di tassare la raccolta delle urine per uso “industriale”. L’imposizione fiscale romana in realtà era abbastanza equa. Peggiorò invece con la pesante riforma di Diocleziano (III secolo d.C.).

ALLA ROMANA. A ogni territorio conquistato, per esempio, Roma chiedeva il pagamento di un esoso tributo, a meno che i suoi abitanti non si arrendessero pacificamente. Ma non era tutto. Durante la sua opera moralizzatrice, Augusto (27 a. C.-14 d. C.) introdusse un’imposta sui senatori che non avevano ancora preso moglie, allo scopo di salvaguardare l’istituzione della famiglia.

L’imperatore Vespasiano, più di mezzo secolo dopo, pensò di rimpolpare invece le casse dello Stato con la tassa sull’ urina, raccolta e utilizzata dai conciatori nei bagni pubblici.

Le donne nel Medioevo non avevano diritti. Quelle che se la passavano peggio erano le donne di condizione umile, più soggette a soprusi e nate con la vocazione al matrimonio (o al voto). Nell’immagine, Giovanna d’Arco, celebrata come santa dalla Chiesa cattolica e come paladina dei diritti femminili dalla tradizione.

Con lo sviluppo del sistema feudale, in Europa si finì per pagare tasse su tutto, a discrezione e piacere di signorotti e feudatari. I contadini versavano dazi per tagliare l’erba (erbatico) e la legna, per abbeverare gli animali o attingere acqua dalle fonti, per raccogliere ghiande e frutti e per attraversare ponti (pontatico).

Si pagava persino la pesca di rane negli stagni e di pesci in acqua dolce o salata, nonché la sosta sulle rive di fiumi e laghi. Le entrate più consistenti arrivavano però attraverso il cosiddetto focatico, la tassa sul focolare domestico che ogni famiglia possedeva per cucinare e forgiare gli attrezzi, e l’imbottato, l’imposta che tutta la comunità pagava in base ai prodotti agricoli che si possedevano.

TASSA SULLA VEDOVANZA Una delle tasse più curiose fu introdotta dalla Spagna del XIV secolo, nel pieno delle guerre tra spagnoli e musulmani per la conquista della penisola iberica. Allora le vedove erano tenute al pagamento di un’imposta di due maravedis (circa 35 euro) nel caso in cui avessero deciso di risposarsi entro i primi 12 mesi trascorsi dalla morte del marito.

Una volta risposate, infine, rischiavano di essere vendute come serve insieme al nuovo coniuge, se per caso si fosse scoperto che il primo marito era ancora vivo (le notizie che arrivavano dalla Terrasanta non erano mai certe). Dalla tassa sul secondo matrimonio erano esenti gli uomini.


PARRUCCA MIA, QUANTO MI COSTI… Tra il XVII e il XVIII secolo la parrucca era la regina del look in Italia, Francia e Inghilterra. Fino a quando il primo ministro William Pitt, nel 1795, decise di imporre una tassa sulla polvere per parrucche, sia per la scarsità di farina con la quale veniva prodotta, sia per la necessità di fare cassa.

A guidare la protesta contro questo tributo fu il duca di Bedford, che abbandonò le parrucche per un’acconciatura al naturale, con riga di lato fissata da cera per capelli, e invitò i suoi amici nobili a fare lo stesso. Ben presto le parrucche sparirono così dall’ uso comune per restare relegate solo ad alcuni ambienti di corte o ai tribunali.

AL FREDDO E AL BUIO. Nella Polonia del ’700 l’imposta più odiata fu quella sui camini di casa, essenziali per sopravvivere al freddo dell’Est. Gli abitanti di città e campagne pagavano infatti una certa somma di denaro per ogni canna fumaria che possedevano.

Moltissimi chiusero letteralmente i camini, finendo così per riempire di fumo le case. E facendo moltiplicare i casi di intossicazione da monossido di carbonio e i danni all’interno degli edifici.

Negli stessi anni in Europa comparve l’imposta su porte e finestre: maggiori erano le quantità di luce e aria che entravano in casa, più alta era la cifra da versare. Immediata la reazione dei contribuenti, che in ogni parte d’Europa cominciarono a murare le finestre meno utili.


La battaglia più importante di Pietro il Grande, incoronato zar di Russia nel 1682, fu quella di occidentalizzare e modernizzare il Paese, al termine di un lungo viaggio in Europa che lo convinse a cambiare la tradizione. Una delle norme che impose fu il taglio della barba, considerata una moda tradizionale e superata. |  Lo zar  invitò i suoi ufficiali e i dipendenti di corte a tagliarsi la barba, emblema della cultura ortodossa (secondo il credo chi non la portava faceva un affronto a Dio). Impose invece una tassa per chi avesse continuato a essere barbuto. Come ricevuta del pagamento veniva consegnato un gettone di rame da portare sempre con sé. Chi ne fosse stato trovato sprovvisto, avrebbe subìto il taglio immediato della barba.

I celibi, sotto la dittatura fascista, non se la passavano meglio dei barbuti russi: in Italia a partire dal 1927, fu istituita infatti la famosa tassa sul celibato (che ricordava l’omonima tassa di Augusto, non a caso molto ammirato da Mussolini): l’ideologia di regime, infatti, esaltava il matrimonio e una prole numerosa quali requisiti per la grandezza di una nazione.

By Focus

Annamaria… a dopo