A MILANO IL PIU’ GRANDE VILLAGGIO DI BABBO NATALE

 

Dal 22 novembre al 30 dicembre 2019, l’Ippodromo Snai di San Siro (ingresso da via Diomede 16) si trasformerà in una sorta di Rovaniemi, la cittadina lappone dove secondo la leggenda si trova la vera casa di Babbo Natale.

Infatti, quest’anno, il capoluogo lombardo ospiterà Il Sogno del Natale 2019, ovvero il più grande villaggio di Babbo Natale mai realizzato in Italia.

Organizzata in mondi tematici, in un’area di oltre 30mila mq, dove scherzare con gli elfi, scoprire i segreti della fabbrica di giocattoli, lasciarti incantare dai giochi di luce, guardare le animazioni teatrali, entrare nell’ ufficio postale e scrivere la lettera, da consegnare direttamente nelle mani del padrone di casa: Babbo Natale in persona.

Varcato il cancello, troveremo attori e acrobati professionisti travestiti da elfi e puppets giganti, pronti ad accogliere i visitatori e condurli nei padiglioni e nelle aree esterne, raccontando aneddoti misteriosi sulle creature che popolano il villaggio.


Il percorso di visita principale si snoderà tra la Grande Fabbrica dei Giocattoli, la Casa degli Elfi su due piani, la Casa di Babbo Natale (costituita da molteplici ambienti di fantasia) e infine il Ricovero delle Renne, in cui viene custodita la Grande Slitta di Babbo Natale.
Il secondo percorso del Villaggio è il Mondo della Letterina, a sua volta costituito dalla Stanza della Scrittura – in cui i bambini, aiutati dagli Elfi, potranno stilare la loro lista dei desideri da mandare a Babbo Natale – e l’Ufficio Postale, dove verranno timbrate e imbucate le letterine.
Il Borgo degli Elfi rappresenta il terzo mondo, ovvero un pittoresco mercatino in stile nordico popolato dagli aiutanti di Babbo Natale dove sarà possibile dedicarsi ai regali natalizi.
Non mancherà l’area food, con casette di legno trasformate in stand gastronomici per tutti i gusti, e l’area giostre e giochi pensata per i più piccoli.
Il percorso esterno del Villaggio sarà visitabile anche a bordo di un trenino colorato che farà tappa nei vari mondi da esplorare.

Questi gli orari di visita :

Da lunedì a giovedì: 14-21
Venerdì, sabato e prefestivi: 10-23
Domenica e festivi: 10-21
24 dicembre (Vigilia di Natale): 10-18
25 dicembre: 16-22
26 dicembre: 10-21

I biglietti hanno i seguenti costi:

Biglietto giornaliero (da lun a ven): adulti 13 euro – Bambini (fino a 12 anni) 10 euro
Sabato e domenica: adulti 16 euro – Bambini (fino a 12 anni) 13 euro
Fast Lane Silver (salta coda valido solo sabato e domenica): adulti 23 euro – Bambini (fino a 12 anni) 18 euro
Open Gold (salta coda valido tutti i giorni): adulti 28 euro – Bambini (fino a 12 anni) 23 euro
I bambini fino al primo anno di età non pagano. Gli over 65, da lunedì a venerdì, pagano 10 euro.

Fonte milanoweekend

Annamaria…a dopo

“ORA FARO’ LUCE COME SE FOSSE GIORNO”- NIKOLA TESLA, STORIA DI UN GENIO TRUFFATO

 

 

Nikola Tesla: giuste o sbagliate alcune sue tesi, a mio avviso, è stato il piu’ grande e il piu’ dimenticato. Anche gli scienziati sono figli del proprio tempo e possono fare errori del proprio tempo. Newton, per dire, praticava anche l’alchimia… (clandestina)

 

Fu uno dei più grandi inventori di tutti i tempi. Nikola Tesla, scienziato serbo-croato immigrato negli Stati Uniti nel 1884, registrò tanti brevetti quanti il suo rivale Thomas Alva Edison. Ma non riuscì altrettanto bene a beneficiare delle sue idee: ogni volta fu privato dei meritati guadagni. Proprio per questo la sua figura attira oggi tanta simpatia e considerazione.

Lo scienziato sfortunato. Nikola Tesla, serbo-croato trapiantato negli Usa nel 1884, fu uno dei più grandi inventori di tutti i tempi. Ma fu privato ogni volta dei guadagni relativi ai suoi più di 200 brevetti.

Uno schiocco di dita e lo spettacolo inizia: è una sera del 1891 e sul palco c’è Nikola Tesla, scienziato serbo-croato emigrato negli Usa. Per un istante una rossa palla di fuoco avvampa nella sua mano. Con cautela l’uomo, altissimo, lascia scivolare le fiamme sul suo frac bianco, poi sui capelli neri. Infine il mago, che con stupore del pubblico è del tutto illeso, ripone il misterioso fuoco in una scatola di legno.

«Ora farò luce come se fosse giorno» dichiara Tesla. Ed ecco che il teatro delle sue esibizioni, il laboratorio sulla newyorkese South Fifth Avenue, risplende di una luce straordinariamente chiara. Poi l’inventore balza su una piattaforma collegata a un generatore di tensione elettrica.

Lentamente lo scienziato alza il regolatore, fino a quando il suo corpo è esposto a una tensione di due milioni di volt. Le scariche elettriche crepitano intorno al suo busto. Fulmini e fiamme gli guizzano dalle mani.

Quando Tesla spegne la tensione, così riferiranno gli spettatori, intorno a lui scintilla un bagliore azzurrognolo.

Spettacolari scariche elettriche scaturiscono da una struttura a bobina, generate da tensioni superiori ai 12 milioni di volt. Così nel 1899 Nikola Tesla sperimentava se la corrente elettrica potesse essere trasportata attraverso l’aria, come le onde radio. Ma il “mago dell’elettricità” era anche uno showman: sembra seduto tra le scariche mortali, ma è tutta apparenza. Il trucco? Una doppia esposizione.

IL DOMATORE DI ELETTRONI. Il “mago dell’elettricità” amava incantare l’alta società di New York con i suoi allestimenti. E mostrare ai giornalisti la potenza e la sicurezza del sistema di corrente elettrica da lui sviluppato. Le spettacolari esibizioni facevano parte della sua propaganda nella guerra per l’elettrificazione del mondo.

È una guerra che Tesla (seppure contro la sua volontà) combatté contro un altro inventore, altrettanto famoso. Un uomo dall’indole così diversa da personificare l’esatto opposto di Tesla: Thomas Alva Edison. Disinvolto, furbo, abile negli affari. Per gli americani Tesla era al contrario un “poeta della scienza”, un teorico e uno sfortunato cervellone, le cui idee erano “grandiose, ma del tutto inutili”.

Edison misurava il valore di una scoperta dalla quantità di dollari arrivati alla sua azienda. Per Tesla invece non si trattava solo di denaro: l’obiettivo di un’invenzione, sosteneva, consiste in primo luogo nello sfruttamento delle forze naturali per le necessità umane.

VINCITORE PERDENTE. Sarà alla fine proprio Tesla a vincere la battaglia per la corrente elettrica. Eppure – come successe spesso nella sua vita – ne uscirà perdente. Ed è proprio come perdente che oggi è tornato a incantare il pubblico: il numero dei libri e dei siti web che lo riguardano è in aumento, su YouTube ci sono video a lui dedicati, un gruppo rock ha scelto di chiamarsi Tesla. E una casa automobilistica finanziata dai fondatori di Google è stata battezzata Tesla Motor.

La misteriosa forza dell’elettricità affascinò Tesla sin dall’infanzia. Nato il 10 luglio del 1856 da genitori serbi nel villaggio croato di Smiljan, da bambino vedeva fulmini abbaglianti.

«In alcuni casi l’aria intorno a me si riempiva di lingue di fuoco animate» ricorderà Tesla nella sua autobiografia. Di solito queste visioni si accompagnavano a immagini interiori. Con gli occhi della mente Tesla osservava ambienti e oggetti tanto chiaramente da non riuscire a distinguere realtà e immaginazione.

MENTE GENIALE. Con il tempo imparò a controllare queste suggestioni: viaggiava con il pensiero in città e Paesi stranieri, intrattenendosi con le persone e stringendo amicizie.

La forza della sua immaginazione si manifesta all’età di 17 anni, quando inizia a “occuparsi seriamente delle invenzioni”. Non aveva bisogno di alcun modello, disegno o esperimento per sviluppare i congegni: l’intero processo creativo aveva luogo nella sua mente. Lì costruiva le sue apparecchiature, correggeva gli errori, le metteva in azione. «Per me è del tutto indifferente costruire una turbina nella mia testa o in officina» scrisse «riesco persino a notare quando va fuori bilanciamento».

Nel 1875 il 19enne Nikola ricevette una borsa di studio al Politecnico di Graz, in Stiria. Il suo impegno sui libri era ossessivo, a volte dalle tre del mattino alle undici di sera, e nel primo anno superò nove esami con il massimo dei voti. «Ero posseduto da una vera e propria mania: dovevo concludere tutto ciò che iniziavo» ricordò. Quando si accinse a leggere Voltaire, apprese con sgomento che “quel mostro” aveva scritto un centinaio di libri. Ma affrontò comunque la mastodontica impresa.

MANIE OSSESSIVE. Il giovane continuava a essere soggetto a comportamenti compulsivi. Nutriva una forte avversione verso perle e orecchini, provava disgusto per i capelli delle altre persone. Sentiva caldo davanti a una pesca. Ripeteva alcune attività in modo che le ripetizioni fossero divisibili per tre. Contava i passi mentre camminava, calcolava il volume del contenuto delle tazzine di caffè, dei piatti fondi, degli alimenti. «Se non lo faccio, il cibo non mi piace» annotò.


A Graz, Tesla, s’imbatté infine in un misterioso oggetto di studio che lo accompagnerà per il resto della vita: l’elettricità. Gran parte degli uomini, a quel tempo, consideravano la corrente elettrica una linfa misteriosa che scorreva lungo i fili grazie all’ intervento di una mano fantasma. Tesla volle padroneggiare le leggi di questo fluido. E istintivamente si convinse che il futuro apparteneva a un sistema non ancora applicabile: la corrente alternata. Un generatore di corrente continua la produce grazie a un magnete permanente e a una bobina che ruota all’ interno dell’apparecchiatura; nel caso invece di un generatore di corrente alternata, il magnete ruota al centro e produce la corrente nelle bobine collocate all’ esterno.

Il vantaggio consiste nel fatto che non è necessario prelevare la corrente elettrica da una bobina rotante, utilizzando contatti striscianti che sprizzano scintille. Essa si forma invece nella parte esterna, statica, del generatore.

All’ epoca tutti gli apparecchi elettrici erano alimentati in corrente continua, quella che scorre incessantemente nella stessa direzione 

Gli scienziati del tempo giudicavano impensabili motori elettrici alimentati a corrente alternata. Ma Tesla credeva nella propria intuizione. Nella sua mente sperimentava un motore a corrente alternata dopo l’altro. Con il pensiero seguiva il veloce movimento alternato della corrente elettrica che frusciava nei circuiti di commutazione, all’i nizio senza successo.

Corrente continua o alternata? Nel primo caso la corrente elettrica fornita da una batteria (1) scorre nel circuito al quale è collegata la lampadina in una sola direzione. La corrente alternata invece, come quella che esce da una presa elettrica (2 e 3), cambia continuamente direzione. Ma anche così, la lampadina si accende senza interruzioni.

INTUIZIONE FULMINEA. Ci vollero sette anni prima che Tesla, impiegato in una compagnia telefonica di Budapest, arrivasse a una svolta. In una sera del 1882, durante una passeggiata nel parco della città, la soluzione gli si presentò alla mente “come un fulmine”. Tesla afferrò un bastone e disegnò nella polvere il diagramma di un motore assolutamente innovativo, nel quale le bobine esterne, attraversate dal flusso di corrente alternata, generavano un campo magnetico rotante. In questo modo si creavano le forze che mettevano in moto il rotore interno

Il motore elettrico secondo Tesla: la corrente alternata scorre nelle bobine (1) e genera campi magnetici le cui forze e i cui versi (rosso: polo nord; verde: polo sud) cambiano di continuo. Questi campi inducono nel rotore (2) una corrente elettrica che crea un ulteriore campo magnetico, in interazione con i primi. Si creano così forze che mettono in moto il rotore.
Come in delirio, nelle settimane successive Tesla sviluppò ulteriori motori, dinamo e trasformatori; tutti necessitavano di corrente alternata, o la producevano. «Uno stato spirituale di completa felicità come non lo avevo mai provato nella vita» scrisse. «Le idee mi si presentavano in un flusso ininterrotto. L’unica difficoltà era riuscire a fissarle».

Tesla si rese conto che la corrente alternata offriva un vantaggio decisivo rispetto a quella continua: grazie alle sue proprietà fisiche, poteva essere trasportata via cavo per centinaia di chilometri, con perdite quasi nulle. Con la corrente continua, invece, si poteva farlo solo per brevi tratti.

IN AMERICA. Due anni più tardi, nel 1884, si licenziò dall’azienda e prese la strada di New York, armato di una lettera di raccomandazione. Voleva lavorare con il grande Thomas Alva Edison e convincerlo del valore della sua pionieristica scoperta. Il magnate della lampadina aveva costruito la prima centrale elettrica pubblica al mondo nel centro di Manhattan. Ma la corrente prodotta era in grado di illuminare soltanto i lampioni elettrici nel raggio di un centinaio di metri. Per questo Edison progettò di coprire la città con una rete di generatori.

La lettera di raccomandazione procurò a Tesla un colloquio con Edison. Fin dal primo incontro fu però disilluso: quando espose le caratteristiche del suo sistema elettrico, l’americano gli replicò irritato di smetterla con quella follia. «La gente vuole la corrente continua, ed è l’unica cosa di cui intendo occuparmi».

IL FURTO DI EDISON. A ogni modo, Edison riconobbe il talento tecnico del giovane serbo e lo assunse, promettendogli un premio di 50mila dollari nel caso riuscisse a migliorare le prestazioni delle dinamo a corrente continua. Tesla accettò l’offerta. Dopo quasi un anno di duro lavoro, poté annunciare al capo i propri successi: le modifiche alle dinamo di Edison erano concluse, l’efficienza era aumentata in modo sostanziale. Ma la retribuzione promessa non arrivò. Edison si rifiutò di pagare il premio: «Tesla, lei non capisce il senso dell’umorismo americano» si giustificò.

Indignato, Tesla si licenziò. Più tardi scrisse sul (presunto) genio del secolo: «Se Edison dovesse cercare un ago in un pagliaio, si metterebbe a esaminare con la frenesia di un’ape un filo dopo l’altro, fino a trovare l’oggetto cercato. Con dispiacere ho assistito al suo modo di procedere, ben consapevole che un po’ di teoria e di calcolo gli avrebbero risparmiato il 90% del lavoro».

MEGLIO SOLI CHE MALE ACCOMPAGNATI. Il suo eccellente lavoro per la Edison Electric Light Company fece però conoscere Tesla nella cerchia degli specialisti. Subito dopo il licenziamento, il 29enne accettò l’offerta di un gruppo di investitori e fondò una sua azienda, la Tesla Electric Light and Manufacturing Company. Ma ancora una volta le sue speranze non si realizzarono. Invece di preparare all’immissione sul mercato i sistemi in corrente alternata, su richiesta dei finanziatori si ritrovò a costruire innovative illuminazioni per strade e fabbriche.

Tesla si dedicò meticolosamente allo sviluppo di una lampada ad arco e depositò svariati brevetti. Ma dopo aver portato a termine i suoi incarichi, fu estromesso dall’azienda e imbrogliato sui compensi. «Seguì un periodo di lotta» ricordò seccamente l’inventore. Per un anno si trovò a sbarcare il lunario lavorando, a chiamata, nella costruzione di strade.

SVOLTA. Ma all’inizio del 1887 il suo destino prese una piega inaspettata: il capo della squadra di costruzione venne a sapere del presunto motore dei miracoli ideato da Tesla e lo mise in contatto con Alfred K. Brown, il direttore della Western Union Telegraph Company. Le compagnie telegrafiche necessitavano di energia elettrica; e Brown era interessato alla corrente alternata, che poteva essere trasmessa su grandi distanze senza perdite. Non lontano dalla Edison Company, a Manhattan, i due presero in affitto uno spazioso laboratorio nel quale Tesla poté finalmente accelerare la trasposizione pratica del suo sistema in corrente alternata.

LA GUERRA DELLA CORRENTE ELETTRICA. Ebbe così inizio la guerra della corrente elettrica: Tesla depositava un brevetto dopo l’altro per i componenti del suo innovativo motore, teneva conferenze, inscenava le sue dimostrazioni davanti a un pubblico entusiasta e presto catturò l’attenzione dell’industriale George Westinghouse.

Westinghouse, egli stesso ingegnere e inventore, era entrato nel mercato elettrico da qualche anno, acquistando svariati brevetti. Diversamente da Edison, credeva nella redditività della nuova tecnica. Acquistò i brevetti di Tesla, stabilendo il pagamento di un diritto di licenza da 2,5 dollari per ogni cavallo vapore venduto dell’“elettricità di Tesla”. E scese in campo nella battaglia per la corrente alternata.

Grazie alle ridotte perdite di energia, Westinghouse poté erigere le sue centrali all’ esterno delle città. Inoltre i suoi cavi di rame erano meno spessi di quelli richiesti dalla corrente continua, e i costi per le linee elettriche erano minori di quelli sostenuti dalla concorrenza.

Westinghouse riuscì a vendere l’elettricità a prezzi più favorevoli di Edison e presto si ritrovò ad avere più clienti. Ma quest’ultimo passò al contrattacco: raccolse informazioni sugli incidenti che coinvolgevano la corrente alternata, scrisse pamphlet e fece pressione sui politici.

IL GIOCO SPORCO DI EDISON. Pagò giovani studenti perché catturassero cani e gatti che, durante esibizioni ufficiali, legava a placche di metallo, facendo poi passare la corrente alternata nel loro corpo sussultante. Chiedeva infine agli spettatori: «È questa l’invenzione che le nostre amate donne dovrebbero usare per cucinare?».

Nel gennaio del 1889 nello Stato di New York entrò in vigore una nuova legge: gli assassini sarebbero stati condannati a morte tramite corrente elettrica. Edison perorò la causa della corrente alternata. Nell’ agosto del 1890 un uomo (William Kemmler) morì sulla prima sedia elettrica: tramite corrente alternata. L’interruttore dovette essere premuto due volte prima che il condannato smettesse di sussultare.

Ma la campagna di diffamazione promossa da Edison non raggiunse i suoi obiettivi. Nel giro di due anni Westinghouse costruì oltre 30 centrali elettriche e rifornì 130 città americane con la corrente alternata di Tesla. Nel 1893 fu lanciato il bando per l’illuminazione dell’Expo di Chicago: Westinghouse offrì quasi un milione di dollari meno di Edison.

Dal novembre del 1896 in poi, in tutto il mondo le città installarono quasi unicamente centrali a corrente alternata. Nikola Tesla stava per diventare uno degli uomini più ricchi del pianeta: secondo il contratto di licenza avrebbe dovuto incassare una percentuale per ogni motore elettrico venduto, e per ogni utilizzo dei brevetti sulla corrente alternata. Ma gli investitori spinsero Westinghouse a modificare il contratto.

INGENUO O MAGNANIMO? L’imprenditore disse chiaramente a Tesla che dalla sua decisione dipendeva il destino dell’azienda. Tesla, che in Westinghouse vedeva un amico, strappò il contratto e barattò la percentuale per i brevetti con un importo forfettario di 216mila dollari. In questo modo perse ogni diritto non soltanto sugli onorari già guadagnati, presumibilmente 12 milioni di dollari, ma anche sui miliardi che si sarebbero prodotti in futuro.

Per Tesla il denaro non era importante: ciò che contava era la diffusione della sua tecnica. L’inventore era già immerso in nuovi compiti. Immaginava un mondo in cui tutti gli uomini avrebbero ricevuto energia gratuita e illimitata. Per Tesla le reti elettriche erano soltanto uno stadio intermedio nel percorso verso un sistema senza fili, in grado di spedire intorno al globo informazioni ed energia.

ENERGIA A DISTANZA. Nel 1898 sviluppò il primo radiocomando a distanza. L’anno successivo da un laboratorio situato vicino a Colorado Springs riuscì a inviare onde radio a una distanza superiore ai 1.000 chilometri.

Con queste bobine venivano prodotte correnti alternate a voltaggio elevato, che Tesla voleva utilizzare per la telegrafia senza fili a grande distanza. Ma nel 1906 interruppe i tentativi.
Nel 1900 Tesla trovò un finanziatore per la costruzione di una futuristica torre-antenna a Long Island: il suo obiettivo era inviare negli strati superiori dell’atmosfera onde altamente energetiche per distribuire l’energia intorno al globo. Ma poco prima dell’ultimazione del progetto, l’investitore si ritirò: se chiunque nel mondo avesse potuto utilizzare senza controllo l’energia prodotta a Long Island, da dove sarebbero venuti i guadagni? Tesla ne ricavò un esaurimento nervoso da cui faticò a riprendersi. Nel 1917 l’impalcatura di acciaio della torre fu fatta esplodere e i rottami venduti per mille dollari.

Nello stesso anno l’inventore avrebbe dovuto ricevere la prestigiosa Medaglia Edison. Ma Tesla rifiutò: l’onorificenza avrebbe dato lustro solo allo stesso Edison. Bernard Arthur Behrend, presidente della giuria, lo persuase ad accettarla. «Se privassimo il mondo industriale di tutto ciò che è nato dal lavoro di Tesla» disse Behrend «le nostre ruote smetterebbero di girare, le vetture elettriche e i treni si fermerebbero, le città sarebbero buie e le fabbriche morte e inutili. Il suo lavoro ha una tale portata da essere diventato il fondamento stesso della nostra industria».

Nonostante la fama e i suoi 700 brevetti, il mago dell’elettricità non ebbe mai successo economico.

Il 7 gennaio del 1943, a 86 anni, Nikola Tesla, l’inventore più disinteressato della Storia, morì povero in canna in una camera d’albergo di New York.

 

By Focus- Tratto da Geo Magazine n. 48

Annamaria… a dopo

LE TASSE PIU’ ASSURDE E PAZZE DELLA STORIA

 

Non c’è nulla di certo al mondo, tranne la morte e le tasse”, diceva Benjamin Franklin. Il detto è sempre attuale.
Ci lamentiamo, ancora oggi,  per le tasse che dobbiamo pagare. Possiamo, pero’, consolarci pensando che nel corso dei secoli è stato tassato davvero di tutto dalla  barba alle le finestre e poi ancora  il celibato e ,addirittura, la vedovanza.

 Ieri come oggi le tasse sono indispensabili per mandare avanti la macchina dello Stato e garantire servizi ai cittadini.

Il punto è che a volte i governanti si sono fatti prendere la mano. Tanto che nel corso dei secoli non sono mancati esempi di tributi davvero bizzarri ed eccentrici.


Un vespasiano romano: le toilette prendono il nome dall’imperatore Vespasiano, che per primo ebbe l’idea di tassare la raccolta delle urine per uso “industriale”. L’imposizione fiscale romana in realtà era abbastanza equa. Peggiorò invece con la pesante riforma di Diocleziano (III secolo d.C.).

ALLA ROMANA. A ogni territorio conquistato, per esempio, Roma chiedeva il pagamento di un esoso tributo, a meno che i suoi abitanti non si arrendessero pacificamente. Ma non era tutto. Durante la sua opera moralizzatrice, Augusto (27 a. C.-14 d. C.) introdusse un’imposta sui senatori che non avevano ancora preso moglie, allo scopo di salvaguardare l’istituzione della famiglia.

L’imperatore Vespasiano, più di mezzo secolo dopo, pensò di rimpolpare invece le casse dello Stato con la tassa sull’ urina, raccolta e utilizzata dai conciatori nei bagni pubblici.

Le donne nel Medioevo non avevano diritti. Quelle che se la passavano peggio erano le donne di condizione umile, più soggette a soprusi e nate con la vocazione al matrimonio (o al voto). Nell’immagine, Giovanna d’Arco, celebrata come santa dalla Chiesa cattolica e come paladina dei diritti femminili dalla tradizione.

Con lo sviluppo del sistema feudale, in Europa si finì per pagare tasse su tutto, a discrezione e piacere di signorotti e feudatari. I contadini versavano dazi per tagliare l’erba (erbatico) e la legna, per abbeverare gli animali o attingere acqua dalle fonti, per raccogliere ghiande e frutti e per attraversare ponti (pontatico).

Si pagava persino la pesca di rane negli stagni e di pesci in acqua dolce o salata, nonché la sosta sulle rive di fiumi e laghi. Le entrate più consistenti arrivavano però attraverso il cosiddetto focatico, la tassa sul focolare domestico che ogni famiglia possedeva per cucinare e forgiare gli attrezzi, e l’imbottato, l’imposta che tutta la comunità pagava in base ai prodotti agricoli che si possedevano.

TASSA SULLA VEDOVANZA Una delle tasse più curiose fu introdotta dalla Spagna del XIV secolo, nel pieno delle guerre tra spagnoli e musulmani per la conquista della penisola iberica. Allora le vedove erano tenute al pagamento di un’imposta di due maravedis (circa 35 euro) nel caso in cui avessero deciso di risposarsi entro i primi 12 mesi trascorsi dalla morte del marito.

Una volta risposate, infine, rischiavano di essere vendute come serve insieme al nuovo coniuge, se per caso si fosse scoperto che il primo marito era ancora vivo (le notizie che arrivavano dalla Terrasanta non erano mai certe). Dalla tassa sul secondo matrimonio erano esenti gli uomini.


PARRUCCA MIA, QUANTO MI COSTI… Tra il XVII e il XVIII secolo la parrucca era la regina del look in Italia, Francia e Inghilterra. Fino a quando il primo ministro William Pitt, nel 1795, decise di imporre una tassa sulla polvere per parrucche, sia per la scarsità di farina con la quale veniva prodotta, sia per la necessità di fare cassa.

A guidare la protesta contro questo tributo fu il duca di Bedford, che abbandonò le parrucche per un’acconciatura al naturale, con riga di lato fissata da cera per capelli, e invitò i suoi amici nobili a fare lo stesso. Ben presto le parrucche sparirono così dall’ uso comune per restare relegate solo ad alcuni ambienti di corte o ai tribunali.

AL FREDDO E AL BUIO. Nella Polonia del ’700 l’imposta più odiata fu quella sui camini di casa, essenziali per sopravvivere al freddo dell’Est. Gli abitanti di città e campagne pagavano infatti una certa somma di denaro per ogni canna fumaria che possedevano.

Moltissimi chiusero letteralmente i camini, finendo così per riempire di fumo le case. E facendo moltiplicare i casi di intossicazione da monossido di carbonio e i danni all’interno degli edifici.

Negli stessi anni in Europa comparve l’imposta su porte e finestre: maggiori erano le quantità di luce e aria che entravano in casa, più alta era la cifra da versare. Immediata la reazione dei contribuenti, che in ogni parte d’Europa cominciarono a murare le finestre meno utili.


La battaglia più importante di Pietro il Grande, incoronato zar di Russia nel 1682, fu quella di occidentalizzare e modernizzare il Paese, al termine di un lungo viaggio in Europa che lo convinse a cambiare la tradizione. Una delle norme che impose fu il taglio della barba, considerata una moda tradizionale e superata. |  Lo zar  invitò i suoi ufficiali e i dipendenti di corte a tagliarsi la barba, emblema della cultura ortodossa (secondo il credo chi non la portava faceva un affronto a Dio). Impose invece una tassa per chi avesse continuato a essere barbuto. Come ricevuta del pagamento veniva consegnato un gettone di rame da portare sempre con sé. Chi ne fosse stato trovato sprovvisto, avrebbe subìto il taglio immediato della barba.

I celibi, sotto la dittatura fascista, non se la passavano meglio dei barbuti russi: in Italia a partire dal 1927, fu istituita infatti la famosa tassa sul celibato (che ricordava l’omonima tassa di Augusto, non a caso molto ammirato da Mussolini): l’ideologia di regime, infatti, esaltava il matrimonio e una prole numerosa quali requisiti per la grandezza di una nazione.

By Focus

Annamaria… a dopo

LA VIOLENZA ECONOMICA SULLE DONNE

Questo è un articolo che dovrebbe essere di aiuto a quelle donne che ancora non sanno che nel rapporto sentimentale, di coppia, esiste anche la “violenza economica”. E’ immaginabile che la maggior parte delle vittime sono proprio le donne, ma non dimentichiamo che molte donne sono violente e approfittatrici, pronte a tutto pur di avere un uomo che risolva i loro problemi.

Siamo abituati, ormai, a sentir parlare di violenza fisica o psicologica ma pochi conoscono che esiste anche il fenomeno della violenza economica che impedisce alle donne di uscire da un rapporto ormai malato.

Ebbene si, la violenza economica è molto più diffusa di quanto si pensi. Claudia Segre, Presidente Global Thinking Foundation (Fondazione no profit per l’educazione finanziaria) in un recente lavoro pubblicato su inGenere, ha raccolto diverse testimonianze dibattute alla Casa delle donne maltrattate di Milano. Cercando di dare dei consigli pratici per individuare per tempo il fenomeno e cercare di non lasciarsene travolgere. Oppure trovare la forza di denunciarlo.

Come riporta “La Repubblica.it”, la violenza economica accompagna ed aggrava le altre forme di violenza che purtroppo possono caratterizzare alcuni rapporti di coppia. E’ subdola, dicono le autrici, perché mira dritto all’indipendenza della donna, che spesso già subisce o sta per subire altre violenze. Limitandone fortemente la capacità di reazione, creando quel legame di dipendenza che impedisce la fuga da una situazione di vessazione. Come sopravvivi senza risorse economiche, e magari i propri figli ?

Secondo uno studio nell’ambito del progetto europeo WE GO – Women Economic Indipendence & Growth Opportuniy, proprio l’assenza di risorse economiche personali impedisce alle donne vittime di situazioni di violenza interna al nucleo familiare di provare a uscirne. Il fenomeno, visto i dati, è allarmante : il 53% delle donne sentite, oltre una su due, dichiara di aver subito qualche tipo di violenza economica. In un quarto dei casi nella forma di mancato accesso al reddito familiare, nel 19% nell’impossibilità di disporre dei propri soldi liberamente per seguire con i casi di “controllo” delle spese da parte del partner e arrivare a quel 10% in cui si vede negato il permesso di lavorare.

Nella Guida si danno consigli pratici e basi di educazione finanziaria, per avere i minimi strumenti per essere protagoniste della propria dimensione economica. Attenzione a questi indizi elencati secondo diversi gradi di gravità e…drizzate le antenne:

PRIMO LIVELLO
Avere un conto corrente insieme, con firme disgiunte, ma occuparsi in esclusiva della sua gestione
Consentire alla compagna di frequentare la banca per le pratiche ordinarie, ma occuparsi degli investimenti e delle operazioni straordinarie senza coinvolgerla nelle decisioni
Fingere l’esercizio della delega, “accompagnando” la compagna nello svolgimento delle attività

SECONDO LIVELLO
-Riconoscere un compenso periodico alla compagna ed esercitare un controllo nella sua gestione
-Pretendere rendiconti dettagliati delle spese
-Non consentire alla compagna l’accesso ai c/c e alla gestione del budget familiare
-Tenere la donna all’oscuro delle entrate della famiglia

TERZO LIVELLO
-Dare alla compagna esclusivamente i soldi per la spesa della famiglia, a cadenze settimanali o mensili e spesso in misura insufficiente.
-Non consentire alla donna di fare la spesa e non darle nemmeno il minimo necessario.
-Negare soldi per medicine o cure.
-Fare acquisti necessari alla compagna o ai figli, decidendoli direttamente lui.
-Impedire l’uso di bancomat o carta di credito, o sottrarli a proprio piacimento

QUARTO LIVELLO
-Dilapidare il capitale di famiglia all’insaputa della compagna
-Dilapidare il capitale della moglie
-Obbligare o convincere la donna a firmare documenti senza spiegarne l’utilizzo (possono essere trappole su mutui, ipoteche …)
-Far accedere la compagna a prestiti anche di piccoli importi, ma vincolanti dal punto di vista della credibilità creditizia
-Far indebitare la donna per beni intestati al compagno
-Far firmare alla donna assegni scoperti
-Convincere o obbligare la donna a fare da prestanome
-Far sottoscrivere alla donna fidejussioni a proprio favore
-Svuotare il c/c in previsione della separazione

 Info QUI

(“Svuotare il c/c in previsione della separazione”? Accidenti che allocca, sono stata! Ma il peggio doveva ancora arrivare…)

Annamaria… a dopo

SONO UNA MAMMA NON SONO UNA MARTIRE

Lo sfogo di una mamma (blogger) esausta, Danielle Campoamor, ha scritto un post pubblicato su Today che ha ricevuto migliaia di condivisioni e commenti:

“SONO LE 3 E 30 DEL MATTINO E NON HO DORMITO. UN’ALTRA TAZZA DI CAFFÈ È AL MIO FIANCO, FREDDANDOSI MENTRE FINISCO UN ALTRO ARTICOLO E SODDISFO UN’ALTRA SCADENZA. I PIATTI SONO STATI FINALMENTE SISTEMATI, I PANNI LAVATI PIEGATI A CASACCIO, LA SALA DA PRANZO RELATIVAMENTE PULITO E LA MIA FAMIGLIA STA DORMENDO PROFONDAMENTE NELL’ALTRA STANZA; IL DEBOLE RUSSARE DI MIO FIGLIO E DI SUO PADRE POSSONO ESSERE SENTITI IN UN ADORABILE UNISONO.

NON MI SONO DOCCIATA. NON HO MANGIATO. NON HO AVUTO UN MOMENTO DI SILENZIO SENZA PENSIERI. NON SONO STATA DA SOLA E NON HO AVUTO UN BRICIOLO DI SPAZIO PERSONALE E NON MI SONO SENTITA ME STESSA.

E QUANDO CONDIVIDO QUESTO SENSO DI STANCHEZZA E STRESS E DI INADEGUATEZZA SCHIACCIANTE CON GLI ALTRI, SPECIALMENTE CON LE MADRI, MI VIENE DETTO CHE QUESTA È UNA PARTE DELLA MATERNITÀ. INFATTI, IL PIÙ DELLE VOLTE , LE STESSE STORIE DI ESAURIMENTO E FOLLIA BORDERLINE SONO CONDIVISE CON UNO STRANO SENSO DI ORGOGLIO E DI REALIZZAZIONE.

DOPO TUTTO, QUESTA SENSAZIONE – QUESTO SENSO DI MANCANZA DI EGOISMO – È TUTTO CIÒ CHE RIGUARDA LA MATERNITÀ.

MI È STATO DETTO CHE STIAMO FACENDO BENE .

IO, NELLA MIA STANCHEZZA E FAME E NELLA MIA DEVASTATA AUTOSTIMA, STO FACENDO BENE COME MADRE.

E MI HANNO DETTO CHE SE DAVVERO HO A CUORE LA MIA FAMIGLIA E IL LORO BENESSERE , QUESTO SENTIMENTO È DESTINATO AD ESSERE UN NORMALE, PARTE DI TUTTI I GIORNI DELLA MIA VITA PER IL PROSSIMO FUTURO.

CONTINUERÒ A SACRIFICARMI FINO AL PUNTO DI FOLLIA . TUTTO QUELLO CHE FACCIO – DALLA MIA CARRIERA AL MIO LAVORO IN CASA ALLE LE MIE SCELTE PERSONALI, AI MIEI ACQUISTI IMMINENTI, AI PICCOLI DETTAGLI IN MEZZO – DOVREBBE ESSERE , E SARÀ, PER IL MIGLIORAMENTO DELLA MIA FAMIGLIA.

RICORDERÒ COSTANTEMENTE A ME STESSA CHE SEMPLICEMENTE NON SI TRATTA PIÙ DI ME, E SE – PER QUALCHE ORRIBILE RAGIONE EGOISTICA – FINISCO PER FARLO PER ME, STO FACENDO DEL MALE A MIO FIGLIO E AL IL MIO COMPAGNO E ALLA FAMIGLIA CHE ABBIAMO CREATO.

MA IN QUESTO MOMENTO, ALLE 3:30 DEL MATTINO CON UN’ALTRA TAZZA DI CAFFÈ E UN’ALTRA SCADENZA INCOMBENTE E UN’ALTRA LISTA INFINITA DI NECESSITÀ, DEVO SOLO FINIRE PER SENTIRE CHE CE L’HO FATTA, E MI CHIEDO PERCHÉ?

PERCHÉ CONSIDERIAMO LA MATERNITÀ COME UN MARTIRIO?

PERCHÉ ABBIAMO CONVINTO LE DONNE CHE ESSERE UNA MADRE DECENTE SIGNIFICA IMPEGNARSI IN CIÒ CHE PUÒ SOLO ESSERE DESCRITTO COME AUTODISTRUZIONE ATTENTAMENTE CALCOLATA?

PERCHÉ IL DETERIORAMENTO DELLA SALUTE MENTALE E FISICA SONO CONSIDERATI COME UN PUNTO DI RIFERIMENTO DI SUCCESSO DELL’ESSERE GENITORI, ANCHE SE PRESENTATI COME UNO SCHERZO O UNA PARTE ESILARANTE DELLA GENITORIALITÀ?

PERCHÉ I MIEI AMICI – CAVOLO, ANCHE ME STESSA – PORTANO IN GIRO LA FATICA COME DISTINTIVI DI ONORE , AVVISATI DA VETERANI DI UNA GUERRA CHE SIAMO DESTINATI A CONTINUARE, GIORNO DOPO GIORNO ?

QUINDI, IN QUESTO MOMENTO ALLE 3:30 DEL MATTINO, HO DECISO CHE ABBASTANZA È ABBASTANZA.

LE MADRI NON HANNO BISOGNO DI CONSIGLI SU COME CONTINUARE A SPINGERE SE STESSE AD UN LIMITE CHE EVITEREBBERO ATTIVAMENTE SE DI FATTO LO RAGGIUNGESSERO.

LE MADRI NON HANNO BISOGNO DI “SALVA TEMPO ” O ” STRUMENTI ORGANIZZATIVI ” PER SPREMERE OGNI SECONDO DELLA LORO GIORNATA, QUANDO NON UN SOLO DI QUEI SECONDI STANCHI SARANNO SPESI PER SE STESSE.

LE MADRI NON HANNO BISOGNO DI SENTIRSI DIRE CHE DIMENTICANDO CHI SONO O IGNORANDO CIÒ DI CUI HANNO BISOGNO O DECIDENDO CHE ESSE NON HANNO IMPORTANZA, CIÒ IN QUALCHE MODO LE RENDE MADRI MIGLIORI .

LE MADRI NON HANNO BISOGNO DI ESSERE CONVINTE CHE PERDERE IL LORO SENSO DI SÉ È INDICATIVO DELLA LORO DEVOZIONE ETERNA O DI AMORE INSONDABILE .

LE MADRI DI NON HANNO BISOGNO DI CREDERE CHE “VIVERE LA LORO VITA PER LA LORO FAMIGLIA” LE RENDE GENITORI PIÙ RESPONSABILI, PIÙ AMOREVOLI, O PIÙ ATTENTI.

INVECE , LE MADRI HANNO BISOGNO CHE VENGA LORO RICORDATO CHE NON POSSONO PRENDERSI CURA DI QUALCUNO, SE PRIMA NON SI PRENDONO CURA DI SE STESSE.

LE MADRI HANNO BISOGNO DI SENTIRSI DIRE CHE VA BENE ESSERE EGOISTI . IN REALTÀ, UN ATTO DI EGOISMO POTREBBE NON SOLO GIOVARE A LORO , MA A TUTTA LA FAMIGLIA.

LE MADRI HANNO BISOGNO CHE VENGA LORO RICORDATO CHE LA LORO FELICITÀ PERSONALE SARÀ SOLO DI AIUTO ALLA LORO FAMIGLIA , PERCHÉ SONO LE LORO RISATE, LA LORO PROSPERITÀ E EUFORIA CHE POSSONO CREARE UN AMBIENTE IN CUI LA LORO FAMIGLIA È SICURO DI PROSPERARE.

LE MADRI HANNO BISOGNO DI ESSERE RASSICURATE CHE AVERE QUALCOSA AL DI FUORI DELLE LORO FAMIGLIE – UN HOBBY, UNA CARRIERA, AMICI SENZA FIGLI, UN MOMENTO DI SILENZIO – NON È SOLO QUALCOSA CHE È DI VITALE IMPORTANZA PER IL LORO BENESSERE FISICO E MENTALE, MA QUALCOSA CHE LORO MERITANO PIENAMENTE.

LE MADRI HANNO BISOGNO DI ESSERE A POSTO CON L’AVERE UNA VITA VISSUTA PER LORO, E CHE PUR SE L’AVERE CURA, IL NUTRIRE, L’OCCUPARSI DELLA LORO FAMIGLIA PUÒ RAPPRESENTARE UNA GRANDE PARTE DI QUELLA VITA, QUELLA VITA È ANCORA LA LORO.

SONO LE 3:30 DEL MATTINO E MI SENTO RINNOVATA. NON È A CAUSA DELLA QUARTA TAZZA DI CAFFÈ CHE APPENA PRESO, O PER IL SENSO DI REALIZZAZIONE CHE PROVO DOPO AVER SODDISFATTO LA MIA ULTIMA SCADENZA, MA PERCHÉ HO DECISO CHE LA MIA FELICITÀ È IMPORTANTE QUANTO QUELLA DI MIO COMPAGNO E DEL MIO COMPAGNO.

E’ PERCHÉ HO FINALMENTE REALIZZATO CHE SONO UNA MAMMA. NON UNA MARTIRE.”

 

Essere mamme non significa sacrificarsi sempre e comunque, non vuol dire trascurarsi, non vuol dire mettersi sempre all’ ultimo posto perché così la famiglia sta meglio. Non sta affatto meglio, anzi in seguito quando i figli saranno cresciuti ti renderai conto che puo’ anche essere stato un errore. Una mamma deve darsi valore come persona e non soltanto come appendice di qualcuno.Se una mamma trova dello spazio per sé,  indipendentemente dal tempo, bastano dieci minuti e ne gioveranno tutti. E un giorno i figli una mamma così la ringrazieranno perché si renderanno conto che hanno una mamma indipendente, non menefreghista intendiamoci, ma ancora libera di darsi un valore come persona e non solo come accessorio di qualcuno.

Annamaria… a dopo

FATICA DA EMPATIA?

Recentemente il “Journal of Experimental Psychology: General” ha pubblicato i risultati di 11 esperimenti su circa 1200 persone. Questo è quanto è emerso: anche quando manifestare empatia non comporta metter mano al portafogli o lasciarsi investire da racconti deprimenti, fatichiamo a provare empatia perché richiede un importante investimento mentale. Uno sforzo che spesso preferiamo evitare.

RIUSCIRE A “VEDERSI”. L’empatia, la capacità di capire i sentimenti degli altri riconoscendoli come fossero propri, è una caratteristica che ha permesso ai sapiens di cooperare e diventare maestri nella comunicazione interpersonale. È anche una sensibilità che viene meno in alcune condizioni psicopatologiche, come i disturbi della personalità, ed è pertanto particolarmente studiata. Alcuni scienziati della Penn State University (USA) e dell’Università di Toronto (Canada) hanno formulato un test psicologico per capire se e quanto gli sforzi cognitivi – la “fatica mentale” – possano agire da deterrenti nella disponibilità a empatizzare.

Nei test messi a punto sono stati utilizzati due mazzi di carte con i volti di bambini rifugiati. Per un mazzo, veniva semplicemente chiesto di descrivere i protagonisti delle carte; per un altro, di provare empatia per queste persone. I partecipanti potevano scegliere liberamente da quale dei due mazzi pescare, e quindi quale delle due azioni svolgere. In un caso, il mazzo “empatia” prevedeva anche foto di persone sorridenti: calarsi nei loro panni non implicava necessariamente solidarizzare con una condizione deprimente.

NESSUN COINVOLGIMENTO. In tutti gli esperimenti, i volontari hanno pescato dal mazzo “empatia” solo nel 35% dei casi, indipendentemente dal suo contenuto, mostrando una spiccata preferenza per il mazzo che non richiedeva uno sforzo di immedesimazione. I partecipanti hanno marcatamente tentato di smarcarsi dai compiti di empatia anche quando questo avrebbe implicato emozioni positive. Senza contare che nessuno dei test coinvolgeva l’aspetto economico: in nessun caso è stato chiesto di aiutare i protagonisti delle foto con somme di denaro vero o fittizio.

TROPPO GRAVOSO. Nei questionari complementari allo studio, la maggior parte delle persone ha descritto la richiesta a empatizzare come un compito impegnativo, dal punto di vista cognitivo: un’incombenza sulla quale si sentivano “meno preparati”, rispetto alla semplice descrizione di immagini.

SEI NATO PER QUESTO. Quando però gli scienziati hanno fatto credere ai volontari che fossero più portati degli altri nei compiti di empatia, i partecipanti sono stati più propensi a immergersi nelle realtà di estranei, scegliendo le carte dal mazzo più “difficile”. Secondo gli scienziati, è la dimostrazione che, in alcune condizioni, l’empatia può essere incoraggiata.

By Focus

Annamaria… a dopo

CARNEVALE 2019

“La prossima guerra mondiale 
 
sarà combattuta con le pietre.”

Albert Einstein


Non abbiamo tregua. Nemmeno il tempo di smaltire le feste e i dolci dell’epifania che già siamo proiettati alla festa delle mascherine e dei travestimenti.



Carnevale è tempo di travestimenti! 
Una volta il travestimento aveva uno scopo ben preciso, che oggi non si usa più, ci si nascondeva dietro una maschera, occultando la propria identità, ci si comportava come meglio si credeva, per chi non aveva il coraggio delle proprie azioni a viso scoperto. La maschera come parola sia di lingua greca e latina “Mettere una maschera sul volto, ha il significato di assumere quella personalità e mostrare quel carattere”.
Il carnevale è tempo di scherzi, di trasgressione, di allegria, di carri pittoreschi con mille colori e scenografie, per strappare un sorriso. Come dicevo carnevale tempo di gioia che va d’accordo con la burla e si sposa con il buonumore.
Mascherandosi si potevano invertire i ruoli, ci si burlava dei potenti ed era ammesso di fare la caricatura di vizi o malcostume. Mostrare il vero volto, è un percorso molto difficile accettarsi con il vero volto di chi sei, ecco che allora indossiamo maschere di protezione e copertura e nascondiamo la nostra vera personalità.
La maschera deve essere quello che sei, tutti abbiamo una maschera da mostrare, nella vita, la maschera deve essere quello che sei, non nascondere la reale identità, usa la maschera di quello che sei, quella del cuore, una maschera che tutti noi una volta abbiamo messo.
Che dietro la tua maschera ci siano sogni da raccogliere con mille mani pronte a raccoglierli.
Rido davanti alla convinzione che certa gente crede di avere delle capacità teatrali credendo di possedere credibilità nella parte che mostrano al pubblico.


Con monologhi persuasivi e forme di gentilezza.
Il sipario è uno, e atto dopo atto, la verità fa perdere la memoria… agli attori teatranti.
Prima o poi si getta la maschera.
Gugli.

Annamaria… a dopo

1 MARZO “M’ILLUMINO DI MENO”

Torna, il primo marzo, la giornata dedicata al risparmio energetico e agli stili di vita sostenibili. L’iniziativa, ideata da Caterpillar e Rai Radio 2, nata nel 2005, ha lo scopo di sensibilizzare le persone sul tema del risparmio energetico, coinvolgendo gli ascoltatori della trasmissione, che a loro volta hanno divulgato il messaggio e lo spirito dell’iniziativa.

Di strada se ne è fatta in questi anni: le lampadine a incandescenza che il programma invitava a sostituire oggi non ci sono più, ma ciò non significa che non ci siano altri temi su cui focalizzare l’attenzione delle persone. Come l’economia circolare! Il primo marzo l’imperativo è riciclare, riutilizzare i materiali e tagliare gli sprechi.

Quindi, quest’anno oltre a spegnere le luci che non servono e a riflettere su quanta energia viene quotidianamente sprecata, concentriamoci anche a trovare nuova vita a ciò che normalmente consideriamo un rifiuto.

Come sempre a M’illumino di meno aderiscono anche intere città e monumenti: piazze italiane e luoghi d’interesse quali la Torre di Pisa o il Colosseo, ma anche il Quirinale, Camera e Senato si spegneranno in segno di adesione alla campagna di sensibilizzazione. E la forza di M’illumino di Meno ha anche superato i confini nazionali, visto che in passato si sono spenti anche la Torre Eiffel, il Foreign Office e la Ruota del Prater di Vienna.

Aderiscono all’ iniziativa anche diversi musei, che organizzano visite a bassa luminosità, le scuole che prendono l’occasione di discutere di temi ambientali e diverse attività colgono l’occasione per proporre servizi a lume di candela.

Tante adesioni a diversi livelli che testimoniano come negli anni M’illumino di Meno sia diventata una vera e diffusa festa degli stili di vita sostenibili.
C’è mancato poco che diventasse legge dello Stato: due proposte, alla Camera e al Senato, hanno chiesto l’istituzione della Giornata nazionale del risparmio energetico. L’economia circolare è una buona, anzi ottima, pratica sostenibile: dà alle cose una seconda opportunità, poi una terza e altre ancora.

Ed ecco il decalogo per il risparmio energetico:

spegnere le luci quando non servono
spegnere e non lasciare in stand by gli apparecchi elettronici.
sbrinare frequentemente il frigorifero; tenere la serpentina pulita e distanziata dal muro in modo che possa circolare l’aria.
mettere il coperchio sulle pentole quando si bolle l’acqua ed evitare sempre che la fiamma sia più ampia del fondo della pentola.
se si ha troppo caldo abbassare i termosifoni invece di aprire le finestre.
ridurre gli spifferi degli infissi riempiendoli di materiale che non lascia passare aria.
utilizzare le tende per creare intercapedini davanti ai vetri, gli infissi, le porte esterne.
non lasciare tende chiuse davanti ai termosifoni.
inserire apposite pellicole isolanti e riflettenti tra i muri esterni e i termosifoni.
utilizzare l’automobile il meno possibile, condividerla con chi fa lo stesso tragitto. Utilizzare la bicicletta per gli spostamenti in città.
Segnatevi quindi sul calendario questa data: il primo marzo risparmiate energia, riciclate, camminate!

Prepariamoci allora a spegnere le luci e dedicare una giornata al nostro pianeta!

Annamaria… a dopo

LA MODA DEI CAPELLI LUNGHI IN EPOCA VITTORIANA


L’epoca Vittoriana abbraccia un lunghissimo periodo di tempo fra il 1837 e il 1901 in cui la società europea cambiò radicalmente. Nonostante per “Vittoriana” si intenda soltanto letteralmente le varie nazioni della società del Regno Unito dell’epoca, le mode e la cultura dell’epoca si estesero sovente anche in paesi limitrofi, come Francia, Italia o Germania e specialmente negli Stati Uniti d’America.

Fra le mode dell’epoca si nota sicuramente quella del corsetto e della crinolina, e più in genere in abiti simili a sculture, che a volte mettevano in pericolo la vita delle indossatrici. Più in alto, in testa, la moda era dei capelli lunghi, portati alla ribalta dall’ Imperatrice Sissi d’Austria, che notoriamente dedicava un giorno della settimana esclusivamente alla loro cura.

“I capelli sono la corona di una donna”

Questo detto accompagnava le ragazze sin dalla più tenera età, in cui iniziavano a far crescere una chioma che le avrebbe accompagnato per moltissimi anni. I capelli venivano tenuti raccolti sino a circa 16 anni, spesso in trecce ed acconciature simili, per poi essere utilizzati come base per acconciature fantasiose e finemente decorate.

La regola era: mai tagliarli

Il taglio dei capelli non era fra le ipotesi, a meno che una donna non fosse malata. Una chioma che raggiungesse le gambe indicava quindi uno stato di salute eccellente, e veniva mostrata con orgoglio dalla donna soltanto fra le lenzuola del letto coniugale. I capelli erano infatti trattati quasi come un “feticcio” erotico, da mostrare al partner soltanto durante l’intimità. Al di fuori della stanza da letto i capelli erano sempre raccolti e acconciati in modo da non svelare la loro effettiva lunghezza.

Grazie alla diffusione di un’altra invenzione di epoca Vittoriana, la fotografia, oggi possiamo osservare moltissime immagini della moda dell’epoca. Fra le fotografie delle donne si notano subito le 7 sorelle Sutherland, che furono le più famose promotrici della moda e di prodotti legati a capigliature extra-lunghe.

Questa è la loro (triste) storia 

Le sorelle Sutherland erano figlie di un vagabondo del Vermont, Fletcher Sutherland, e di sua moglie Mary (che morì molto giovane nel 1867). Si chiamavano Sarah, Victoria, Isabella, Grace, Naomi, Dora e Mary. Cresciute nella povertà più assoluta, a Cambria (NY), le sorelle oltre a cavarsela molto bene nel canto avevano come caratteristica i loro lunghissimi capelli neri, sinonimo di forza e di salute.

Dote che cercò di sfruttare il padre facendole assumere dal circo Barnum & Bailey dove nel 1882 si esibirono vestite di bianco, e cantarono in armonia accompagnate dal pianoforte. Per quanto le loro voci fossero incantevoli, il finale era così sensazionale da lasciare tutti a bocca aperta, quando al termine della canzone, si giravano spalle al pubblico slegando le sette fluenti e lunghissime chiome. Prima scendevano fino alle spalle, poi fino alle ginocchia, poi fino ai piedi e ancora più giù, nella fossa dell’orchestra.

 

Nel 1885 Naomi sposò Henry Bailey, il nipote del coproprietario del circo, che rese quelle capigliature un business milionario. Iniziò alla fine di ogni spettacolo, a pubblicizzare una lozione per capelli, la ricetta era stata inventata dalla defunta madre delle sorelle e veniva venduta a 50 centesimi a bottiglia.

La lozione The Seven Sutherland Sisters’ Hair Grower, brevettata nel 1890, si rivelò da subito un clamoroso successo e nel giro di quattro anni furono vendute due milioni e mezzo di bottiglie, per un fatturato di oltre tre milioni di dollari.

Le sorelle Sutherland si ritrovarono di colpo ricche sfondate e tornarono ad abitare nella propria cittadina natale dove costruirono un’enorme villa in stile vittoriano proprio dove si trovava un tempo la povera baracca del padre. Ma questo periodo di spensieratezza non era destinato a durare, perché una serie di sfortune e tragedie attendevano le sorelle Sutherland.

Per prima morì Naomi, moglie di Henry Bailey. Le sorelle in un primo momento vagliarono l’idea di costruire un mausoleo da 30.000 dollari, ma il progetto venne abbandonato e infine il corpo di Naomi, venne sepolto nel lotto di famiglia senza nemmeno una lapide. Fra i vari cercatori di fortuna attirati dal patrimonio milionario delle Sutherland vi era anche Fredrick Castlemaine, un latin lover di 27 anni dal fascino irresistibile.

L’uomo dapprima fece intendere di voler sposare Dora, ma alla fine colse tutti di sorpresa sposando Isabella, di 40 anni. Fredrick risultò essere dipendente da oppio e morfina, e aveva un’altra pessima abitudine: sparava spaventando i contadini che poi rabboniva elargendo forti somme di denaro. Mentre seguiva le sorelle in tour, una mattina del 1897 si suicidò. La moglie disperata costruì per lui un mausoleo di granito, costato 10.000 dollari; ma non vi depose subito il corpo.

Le sorelle lo misero in una bara con il coperchio di vetro ed ogni giorno andavano a cantare per Fredrick. Dopo 10 giorni l’odore era così nauseabondo che dovette intervenire l’autorità sanitaria e il corpo venne finalmente messo nel mausoleo. Isabella lo visitò ogni notte per due anni fino a quando non sposò un altro latin lover, Alonzo Swain, anch’egli molto più giovane di lei. Swain fomentò litigi e attriti fra Isabella e le altre sorelle, e infine riuscì a convincerla a lasciare la casa, vendere la sua parte di azioni dell’impresa di famiglia, e investirle in una nuova lozione che avrebbe fatto concorrenza alla famosa The Seven Sutherlands; ma questa avventura commerciale fallì miseramente. Alonzo scomparve, e Isabella morì in miseria.

Victoria, che non era mai stata considerata una bellezza, a cinquant’anni sposò un ragazzo di soli diciannove.
Le sorelle ne rimasero così scandalizzate da non rivolgerle più la parola fino a quando non fu sul letto di morte. La più giovane delle sorelle, Mary, cominciò ad essere rinchiusa nella sua stanza per lunghi periodi, a causa di violenti attacchi psicotici.

La fortuna di famiglia stava svanendo anche a causa di una rivoluzione: le donne cominciarono a tagliarsi i capelli a caschetto. Nel 1926, le tre sorelle rimaste (Mary, Grace e Dora) si recarono ad Hollywood per partecipare alla realizzazione di un film tratto dalle loro vite. Mentre si trovavano là, Dora restò uccisa in un incidente automobilistico. Il film fu annullato.

Le due sorelle rimanenti erano talmente al verde da non avere nemmeno i soldi per cremare Dora e quindi non ne reclamarono il corpo. Mary e Grace tornarono alla villa dove cercarono di mantenere viva la loro attività che però finì definitivamente nel 1936.
La loro villa bruciò e Mary terminò i suoi anni in un manicomio mentre Grace morì all’età di 92 anni, nel 1946, e il suo corpo venne sepolto in una tomba senza nome.

Vicky & Annamaria by web

BUON SAN VALENTINO !

L’amore immaturo dice: “Ti amo perché ho bisogno di te”. L’amore maturo dice: “Ho bisogno di te, perché ti amo” (Frost)



Un dolcissimo San Valentino, per tutti gli innamorati ,con una “dolce ricetta”e quache informazione…

 

La mente si lascia sempre abbindolare dal cuore. (F. de la Rochefoucauld)



Dolce di Cupido



Ingredienti per più porzioni:

3 etti di biscotti secchi, 2 vaschette di mascarpone (per un totale di mezzo chilo), 4 etti di frutti di bosco misti surgelati o freschi, 1 vasetto di yogurt ai frutti di bosco, 1 limone, 4 cucchiai di zucchero semolato, 2 cucchiai di rum, 6 cucchiai di zucchero a velo, 2 etti di panna da montare per decorare.


Preparazione:

Raccogliere i frutti di bosco in una ciotola, versare sopra lo zucchero semolato e il succo di limone e mescolare.

Versare il mascarpone in una ciotola, aggiungere il vasetto di yogurt e 4 cucchiai di zucchero a velo e mescolare. Aggiungere tre quarti dei frutti di bosco e mescolare nuovamente.

Foderare uno stampo a forma di cuore con pellicola trasparente da cucina. Versare uno strato di composto sul fondo dello stampo e disporre sopra uno strato di biscotti tagliati su misura. Spalmare sopra i biscotti uno strato di composto e ripetere l’operazione fino a esaurimento degli ingredienti, terminando con un ultimo strato di biscotti.

Coprire il dolce con un foglio di pellicola e mettere in frigo a rassodare per circa 3 ore.

Sformare il dolce rovesciandolo su un piatto. Montare la panna e dolcificarla con 2 cucchiai di zucchero a velo, mescolando con cautela, poi distribuirla sulla superficie del dolce.

Aggiungere ai frutti di bosco tenuti da parte il rum, mescolare e versare il composto sopra la panna.

 

Perché tu mi oda le mie parole a volte si assottigliano come le orme  dei gabbiani sulle spiagge.(Pablo Neruda)



Ed ora vediamo come nasce la festa di San Valentino: ha origine da una tradizione romana, i Lupercalia, dedicata a Fauno, dio dell’agricoltura e ai mitici fondatori della città di Roma, Romolo e Remo. Nell’occasione, alcuni giovani facevano un pellegrinaggio presso la caverna dove, secondo la leggenda, i due fratelli erano stati allattati.

 



Qui, sacrificavano un capretto, tagliavano la sua pelle in strisce con cui toccavano le giovani donne della città: questo rituale avrebbe dovuto favorirne la fertilità e la gravidanza. Nell’epoca cristiana, la festa fu mantenuta, anche se spostata dal 15 al 14 Febbraio ma spogliata dei suoi elementi pagani e dedicata a San Valentino.


Esistono due versioni diverse per quanto riguarda la vita del santo e il suo martirio, e la Chiesa Cattolica riconosce tre santi con il nome di Valentino. Di uno di questi, nato in Africa, si conosce però molto poco e non è pertanto legato alla festa.

 



Secondo una delle versioni, il santo sarebbe stato un sacerdote martirizzato per aver sposato clandestinamente delle giovani coppie durante il regno dell’Imperatore Claudio Secondo, il quale aveva proibito le nozze tra giovani per poter reclutare più soldati nelle legioni.


L’altra versione invece sostiene che Valentino avrebbe tentato di far fuggire dei cristiani dalle prigioni romane, dove ricevevano un trattamento molto duro. A seguito della sua cattura, avrebbe spedito una lettera alla donna che amava, concludendola con l’espressione “il tuo Valentino”; alcuni fanno risalire a questo episodio l’usanza di spedire cartoline in occasione della festa.

 



Si hanno testimonianze della celebrazione della festa già nel Medioevo, anche se certamente non si svolgeva in maniera simile a quanto avviene ora, ma si trattava di un semplice scambio di auguri, probabilmente in forma non scritta dato il diffuso analfabetismo.

Nel corso dei secoli, la popolarità della ricorrenza andò scemando fino al Diciassettesimo secolo, quando riguadagnò consensi soprattutto nei Paesi Anglosassoni, da cui è stata “esportata” anche in Italia.

Annamaria…a dopo