LE TASSE PIU’ ASSURDE E PAZZE DELLA STORIA

 

Non c’è nulla di certo al mondo, tranne la morte e le tasse”, diceva Benjamin Franklin. Il detto è sempre attuale.
Ci lamentiamo, ancora oggi,  per le tasse che dobbiamo pagare. Possiamo, pero’, consolarci pensando che nel corso dei secoli è stato tassato davvero di tutto dalla  barba alle le finestre e poi ancora  il celibato e ,addirittura, la vedovanza.

 Ieri come oggi le tasse sono indispensabili per mandare avanti la macchina dello Stato e garantire servizi ai cittadini.

Il punto è che a volte i governanti si sono fatti prendere la mano. Tanto che nel corso dei secoli non sono mancati esempi di tributi davvero bizzarri ed eccentrici.


Un vespasiano romano: le toilette prendono il nome dall’imperatore Vespasiano, che per primo ebbe l’idea di tassare la raccolta delle urine per uso “industriale”. L’imposizione fiscale romana in realtà era abbastanza equa. Peggiorò invece con la pesante riforma di Diocleziano (III secolo d.C.).

ALLA ROMANA. A ogni territorio conquistato, per esempio, Roma chiedeva il pagamento di un esoso tributo, a meno che i suoi abitanti non si arrendessero pacificamente. Ma non era tutto. Durante la sua opera moralizzatrice, Augusto (27 a. C.-14 d. C.) introdusse un’imposta sui senatori che non avevano ancora preso moglie, allo scopo di salvaguardare l’istituzione della famiglia.

L’imperatore Vespasiano, più di mezzo secolo dopo, pensò di rimpolpare invece le casse dello Stato con la tassa sull’ urina, raccolta e utilizzata dai conciatori nei bagni pubblici.

Le donne nel Medioevo non avevano diritti. Quelle che se la passavano peggio erano le donne di condizione umile, più soggette a soprusi e nate con la vocazione al matrimonio (o al voto). Nell’immagine, Giovanna d’Arco, celebrata come santa dalla Chiesa cattolica e come paladina dei diritti femminili dalla tradizione.

Con lo sviluppo del sistema feudale, in Europa si finì per pagare tasse su tutto, a discrezione e piacere di signorotti e feudatari. I contadini versavano dazi per tagliare l’erba (erbatico) e la legna, per abbeverare gli animali o attingere acqua dalle fonti, per raccogliere ghiande e frutti e per attraversare ponti (pontatico).

Si pagava persino la pesca di rane negli stagni e di pesci in acqua dolce o salata, nonché la sosta sulle rive di fiumi e laghi. Le entrate più consistenti arrivavano però attraverso il cosiddetto focatico, la tassa sul focolare domestico che ogni famiglia possedeva per cucinare e forgiare gli attrezzi, e l’imbottato, l’imposta che tutta la comunità pagava in base ai prodotti agricoli che si possedevano.

TASSA SULLA VEDOVANZA Una delle tasse più curiose fu introdotta dalla Spagna del XIV secolo, nel pieno delle guerre tra spagnoli e musulmani per la conquista della penisola iberica. Allora le vedove erano tenute al pagamento di un’imposta di due maravedis (circa 35 euro) nel caso in cui avessero deciso di risposarsi entro i primi 12 mesi trascorsi dalla morte del marito.

Una volta risposate, infine, rischiavano di essere vendute come serve insieme al nuovo coniuge, se per caso si fosse scoperto che il primo marito era ancora vivo (le notizie che arrivavano dalla Terrasanta non erano mai certe). Dalla tassa sul secondo matrimonio erano esenti gli uomini.


PARRUCCA MIA, QUANTO MI COSTI… Tra il XVII e il XVIII secolo la parrucca era la regina del look in Italia, Francia e Inghilterra. Fino a quando il primo ministro William Pitt, nel 1795, decise di imporre una tassa sulla polvere per parrucche, sia per la scarsità di farina con la quale veniva prodotta, sia per la necessità di fare cassa.

A guidare la protesta contro questo tributo fu il duca di Bedford, che abbandonò le parrucche per un’acconciatura al naturale, con riga di lato fissata da cera per capelli, e invitò i suoi amici nobili a fare lo stesso. Ben presto le parrucche sparirono così dall’ uso comune per restare relegate solo ad alcuni ambienti di corte o ai tribunali.

AL FREDDO E AL BUIO. Nella Polonia del ’700 l’imposta più odiata fu quella sui camini di casa, essenziali per sopravvivere al freddo dell’Est. Gli abitanti di città e campagne pagavano infatti una certa somma di denaro per ogni canna fumaria che possedevano.

Moltissimi chiusero letteralmente i camini, finendo così per riempire di fumo le case. E facendo moltiplicare i casi di intossicazione da monossido di carbonio e i danni all’interno degli edifici.

Negli stessi anni in Europa comparve l’imposta su porte e finestre: maggiori erano le quantità di luce e aria che entravano in casa, più alta era la cifra da versare. Immediata la reazione dei contribuenti, che in ogni parte d’Europa cominciarono a murare le finestre meno utili.


La battaglia più importante di Pietro il Grande, incoronato zar di Russia nel 1682, fu quella di occidentalizzare e modernizzare il Paese, al termine di un lungo viaggio in Europa che lo convinse a cambiare la tradizione. Una delle norme che impose fu il taglio della barba, considerata una moda tradizionale e superata. |  Lo zar  invitò i suoi ufficiali e i dipendenti di corte a tagliarsi la barba, emblema della cultura ortodossa (secondo il credo chi non la portava faceva un affronto a Dio). Impose invece una tassa per chi avesse continuato a essere barbuto. Come ricevuta del pagamento veniva consegnato un gettone di rame da portare sempre con sé. Chi ne fosse stato trovato sprovvisto, avrebbe subìto il taglio immediato della barba.

I celibi, sotto la dittatura fascista, non se la passavano meglio dei barbuti russi: in Italia a partire dal 1927, fu istituita infatti la famosa tassa sul celibato (che ricordava l’omonima tassa di Augusto, non a caso molto ammirato da Mussolini): l’ideologia di regime, infatti, esaltava il matrimonio e una prole numerosa quali requisiti per la grandezza di una nazione.

By Focus

Annamaria… a dopo

LA VIOLENZA ECONOMICA SULLE DONNE

Questo è un articolo che dovrebbe essere di aiuto a quelle donne che ancora non sanno che nel rapporto sentimentale, di coppia, esiste anche la “violenza economica”. E’ immaginabile che la maggior parte delle vittime sono proprio le donne, ma non dimentichiamo che molte donne sono violente e approfittatrici, pronte a tutto pur di avere un uomo che risolva i loro problemi.

Siamo abituati, ormai, a sentir parlare di violenza fisica o psicologica ma pochi conoscono che esiste anche il fenomeno della violenza economica che impedisce alle donne di uscire da un rapporto ormai malato.

Ebbene si, la violenza economica è molto più diffusa di quanto si pensi. Claudia Segre, Presidente Global Thinking Foundation (Fondazione no profit per l’educazione finanziaria) in un recente lavoro pubblicato su inGenere, ha raccolto diverse testimonianze dibattute alla Casa delle donne maltrattate di Milano. Cercando di dare dei consigli pratici per individuare per tempo il fenomeno e cercare di non lasciarsene travolgere. Oppure trovare la forza di denunciarlo.

Come riporta “La Repubblica.it”, la violenza economica accompagna ed aggrava le altre forme di violenza che purtroppo possono caratterizzare alcuni rapporti di coppia. E’ subdola, dicono le autrici, perché mira dritto all’indipendenza della donna, che spesso già subisce o sta per subire altre violenze. Limitandone fortemente la capacità di reazione, creando quel legame di dipendenza che impedisce la fuga da una situazione di vessazione. Come sopravvivi senza risorse economiche, e magari i propri figli ?

Secondo uno studio nell’ambito del progetto europeo WE GO – Women Economic Indipendence & Growth Opportuniy, proprio l’assenza di risorse economiche personali impedisce alle donne vittime di situazioni di violenza interna al nucleo familiare di provare a uscirne. Il fenomeno, visto i dati, è allarmante : il 53% delle donne sentite, oltre una su due, dichiara di aver subito qualche tipo di violenza economica. In un quarto dei casi nella forma di mancato accesso al reddito familiare, nel 19% nell’impossibilità di disporre dei propri soldi liberamente per seguire con i casi di “controllo” delle spese da parte del partner e arrivare a quel 10% in cui si vede negato il permesso di lavorare.

Nella Guida si danno consigli pratici e basi di educazione finanziaria, per avere i minimi strumenti per essere protagoniste della propria dimensione economica. Attenzione a questi indizi elencati secondo diversi gradi di gravità e…drizzate le antenne:

PRIMO LIVELLO
Avere un conto corrente insieme, con firme disgiunte, ma occuparsi in esclusiva della sua gestione
Consentire alla compagna di frequentare la banca per le pratiche ordinarie, ma occuparsi degli investimenti e delle operazioni straordinarie senza coinvolgerla nelle decisioni
Fingere l’esercizio della delega, “accompagnando” la compagna nello svolgimento delle attività

SECONDO LIVELLO
-Riconoscere un compenso periodico alla compagna ed esercitare un controllo nella sua gestione
-Pretendere rendiconti dettagliati delle spese
-Non consentire alla compagna l’accesso ai c/c e alla gestione del budget familiare
-Tenere la donna all’oscuro delle entrate della famiglia

TERZO LIVELLO
-Dare alla compagna esclusivamente i soldi per la spesa della famiglia, a cadenze settimanali o mensili e spesso in misura insufficiente.
-Non consentire alla donna di fare la spesa e non darle nemmeno il minimo necessario.
-Negare soldi per medicine o cure.
-Fare acquisti necessari alla compagna o ai figli, decidendoli direttamente lui.
-Impedire l’uso di bancomat o carta di credito, o sottrarli a proprio piacimento

QUARTO LIVELLO
-Dilapidare il capitale di famiglia all’insaputa della compagna
-Dilapidare il capitale della moglie
-Obbligare o convincere la donna a firmare documenti senza spiegarne l’utilizzo (possono essere trappole su mutui, ipoteche …)
-Far accedere la compagna a prestiti anche di piccoli importi, ma vincolanti dal punto di vista della credibilità creditizia
-Far indebitare la donna per beni intestati al compagno
-Far firmare alla donna assegni scoperti
-Convincere o obbligare la donna a fare da prestanome
-Far sottoscrivere alla donna fidejussioni a proprio favore
-Svuotare il c/c in previsione della separazione

 Info QUI

(“Svuotare il c/c in previsione della separazione”? Accidenti che allocca, sono stata! Ma il peggio doveva ancora arrivare…)

Annamaria… a dopo

SONO UNA MAMMA NON SONO UNA MARTIRE

Lo sfogo di una mamma (blogger) esausta, Danielle Campoamor, ha scritto un post pubblicato su Today che ha ricevuto migliaia di condivisioni e commenti:

“SONO LE 3 E 30 DEL MATTINO E NON HO DORMITO. UN’ALTRA TAZZA DI CAFFÈ È AL MIO FIANCO, FREDDANDOSI MENTRE FINISCO UN ALTRO ARTICOLO E SODDISFO UN’ALTRA SCADENZA. I PIATTI SONO STATI FINALMENTE SISTEMATI, I PANNI LAVATI PIEGATI A CASACCIO, LA SALA DA PRANZO RELATIVAMENTE PULITO E LA MIA FAMIGLIA STA DORMENDO PROFONDAMENTE NELL’ALTRA STANZA; IL DEBOLE RUSSARE DI MIO FIGLIO E DI SUO PADRE POSSONO ESSERE SENTITI IN UN ADORABILE UNISONO.

NON MI SONO DOCCIATA. NON HO MANGIATO. NON HO AVUTO UN MOMENTO DI SILENZIO SENZA PENSIERI. NON SONO STATA DA SOLA E NON HO AVUTO UN BRICIOLO DI SPAZIO PERSONALE E NON MI SONO SENTITA ME STESSA.

E QUANDO CONDIVIDO QUESTO SENSO DI STANCHEZZA E STRESS E DI INADEGUATEZZA SCHIACCIANTE CON GLI ALTRI, SPECIALMENTE CON LE MADRI, MI VIENE DETTO CHE QUESTA È UNA PARTE DELLA MATERNITÀ. INFATTI, IL PIÙ DELLE VOLTE , LE STESSE STORIE DI ESAURIMENTO E FOLLIA BORDERLINE SONO CONDIVISE CON UNO STRANO SENSO DI ORGOGLIO E DI REALIZZAZIONE.

DOPO TUTTO, QUESTA SENSAZIONE – QUESTO SENSO DI MANCANZA DI EGOISMO – È TUTTO CIÒ CHE RIGUARDA LA MATERNITÀ.

MI È STATO DETTO CHE STIAMO FACENDO BENE .

IO, NELLA MIA STANCHEZZA E FAME E NELLA MIA DEVASTATA AUTOSTIMA, STO FACENDO BENE COME MADRE.

E MI HANNO DETTO CHE SE DAVVERO HO A CUORE LA MIA FAMIGLIA E IL LORO BENESSERE , QUESTO SENTIMENTO È DESTINATO AD ESSERE UN NORMALE, PARTE DI TUTTI I GIORNI DELLA MIA VITA PER IL PROSSIMO FUTURO.

CONTINUERÒ A SACRIFICARMI FINO AL PUNTO DI FOLLIA . TUTTO QUELLO CHE FACCIO – DALLA MIA CARRIERA AL MIO LAVORO IN CASA ALLE LE MIE SCELTE PERSONALI, AI MIEI ACQUISTI IMMINENTI, AI PICCOLI DETTAGLI IN MEZZO – DOVREBBE ESSERE , E SARÀ, PER IL MIGLIORAMENTO DELLA MIA FAMIGLIA.

RICORDERÒ COSTANTEMENTE A ME STESSA CHE SEMPLICEMENTE NON SI TRATTA PIÙ DI ME, E SE – PER QUALCHE ORRIBILE RAGIONE EGOISTICA – FINISCO PER FARLO PER ME, STO FACENDO DEL MALE A MIO FIGLIO E AL IL MIO COMPAGNO E ALLA FAMIGLIA CHE ABBIAMO CREATO.

MA IN QUESTO MOMENTO, ALLE 3:30 DEL MATTINO CON UN’ALTRA TAZZA DI CAFFÈ E UN’ALTRA SCADENZA INCOMBENTE E UN’ALTRA LISTA INFINITA DI NECESSITÀ, DEVO SOLO FINIRE PER SENTIRE CHE CE L’HO FATTA, E MI CHIEDO PERCHÉ?

PERCHÉ CONSIDERIAMO LA MATERNITÀ COME UN MARTIRIO?

PERCHÉ ABBIAMO CONVINTO LE DONNE CHE ESSERE UNA MADRE DECENTE SIGNIFICA IMPEGNARSI IN CIÒ CHE PUÒ SOLO ESSERE DESCRITTO COME AUTODISTRUZIONE ATTENTAMENTE CALCOLATA?

PERCHÉ IL DETERIORAMENTO DELLA SALUTE MENTALE E FISICA SONO CONSIDERATI COME UN PUNTO DI RIFERIMENTO DI SUCCESSO DELL’ESSERE GENITORI, ANCHE SE PRESENTATI COME UNO SCHERZO O UNA PARTE ESILARANTE DELLA GENITORIALITÀ?

PERCHÉ I MIEI AMICI – CAVOLO, ANCHE ME STESSA – PORTANO IN GIRO LA FATICA COME DISTINTIVI DI ONORE , AVVISATI DA VETERANI DI UNA GUERRA CHE SIAMO DESTINATI A CONTINUARE, GIORNO DOPO GIORNO ?

QUINDI, IN QUESTO MOMENTO ALLE 3:30 DEL MATTINO, HO DECISO CHE ABBASTANZA È ABBASTANZA.

LE MADRI NON HANNO BISOGNO DI CONSIGLI SU COME CONTINUARE A SPINGERE SE STESSE AD UN LIMITE CHE EVITEREBBERO ATTIVAMENTE SE DI FATTO LO RAGGIUNGESSERO.

LE MADRI NON HANNO BISOGNO DI “SALVA TEMPO ” O ” STRUMENTI ORGANIZZATIVI ” PER SPREMERE OGNI SECONDO DELLA LORO GIORNATA, QUANDO NON UN SOLO DI QUEI SECONDI STANCHI SARANNO SPESI PER SE STESSE.

LE MADRI NON HANNO BISOGNO DI SENTIRSI DIRE CHE DIMENTICANDO CHI SONO O IGNORANDO CIÒ DI CUI HANNO BISOGNO O DECIDENDO CHE ESSE NON HANNO IMPORTANZA, CIÒ IN QUALCHE MODO LE RENDE MADRI MIGLIORI .

LE MADRI NON HANNO BISOGNO DI ESSERE CONVINTE CHE PERDERE IL LORO SENSO DI SÉ È INDICATIVO DELLA LORO DEVOZIONE ETERNA O DI AMORE INSONDABILE .

LE MADRI DI NON HANNO BISOGNO DI CREDERE CHE “VIVERE LA LORO VITA PER LA LORO FAMIGLIA” LE RENDE GENITORI PIÙ RESPONSABILI, PIÙ AMOREVOLI, O PIÙ ATTENTI.

INVECE , LE MADRI HANNO BISOGNO CHE VENGA LORO RICORDATO CHE NON POSSONO PRENDERSI CURA DI QUALCUNO, SE PRIMA NON SI PRENDONO CURA DI SE STESSE.

LE MADRI HANNO BISOGNO DI SENTIRSI DIRE CHE VA BENE ESSERE EGOISTI . IN REALTÀ, UN ATTO DI EGOISMO POTREBBE NON SOLO GIOVARE A LORO , MA A TUTTA LA FAMIGLIA.

LE MADRI HANNO BISOGNO CHE VENGA LORO RICORDATO CHE LA LORO FELICITÀ PERSONALE SARÀ SOLO DI AIUTO ALLA LORO FAMIGLIA , PERCHÉ SONO LE LORO RISATE, LA LORO PROSPERITÀ E EUFORIA CHE POSSONO CREARE UN AMBIENTE IN CUI LA LORO FAMIGLIA È SICURO DI PROSPERARE.

LE MADRI HANNO BISOGNO DI ESSERE RASSICURATE CHE AVERE QUALCOSA AL DI FUORI DELLE LORO FAMIGLIE – UN HOBBY, UNA CARRIERA, AMICI SENZA FIGLI, UN MOMENTO DI SILENZIO – NON È SOLO QUALCOSA CHE È DI VITALE IMPORTANZA PER IL LORO BENESSERE FISICO E MENTALE, MA QUALCOSA CHE LORO MERITANO PIENAMENTE.

LE MADRI HANNO BISOGNO DI ESSERE A POSTO CON L’AVERE UNA VITA VISSUTA PER LORO, E CHE PUR SE L’AVERE CURA, IL NUTRIRE, L’OCCUPARSI DELLA LORO FAMIGLIA PUÒ RAPPRESENTARE UNA GRANDE PARTE DI QUELLA VITA, QUELLA VITA È ANCORA LA LORO.

SONO LE 3:30 DEL MATTINO E MI SENTO RINNOVATA. NON È A CAUSA DELLA QUARTA TAZZA DI CAFFÈ CHE APPENA PRESO, O PER IL SENSO DI REALIZZAZIONE CHE PROVO DOPO AVER SODDISFATTO LA MIA ULTIMA SCADENZA, MA PERCHÉ HO DECISO CHE LA MIA FELICITÀ È IMPORTANTE QUANTO QUELLA DI MIO COMPAGNO E DEL MIO COMPAGNO.

E’ PERCHÉ HO FINALMENTE REALIZZATO CHE SONO UNA MAMMA. NON UNA MARTIRE.”

 

Essere mamme non significa sacrificarsi sempre e comunque, non vuol dire trascurarsi, non vuol dire mettersi sempre all’ ultimo posto perché così la famiglia sta meglio. Non sta affatto meglio, anzi in seguito quando i figli saranno cresciuti ti renderai conto che puo’ anche essere stato un errore. Una mamma deve darsi valore come persona e non soltanto come appendice di qualcuno.Se una mamma trova dello spazio per sé,  indipendentemente dal tempo, bastano dieci minuti e ne gioveranno tutti. E un giorno i figli una mamma così la ringrazieranno perché si renderanno conto che hanno una mamma indipendente, non menefreghista intendiamoci, ma ancora libera di darsi un valore come persona e non solo come accessorio di qualcuno.

Annamaria… a dopo

FATICA DA EMPATIA?

Recentemente il “Journal of Experimental Psychology: General” ha pubblicato i risultati di 11 esperimenti su circa 1200 persone. Questo è quanto è emerso: anche quando manifestare empatia non comporta metter mano al portafogli o lasciarsi investire da racconti deprimenti, fatichiamo a provare empatia perché richiede un importante investimento mentale. Uno sforzo che spesso preferiamo evitare.

RIUSCIRE A “VEDERSI”. L’empatia, la capacità di capire i sentimenti degli altri riconoscendoli come fossero propri, è una caratteristica che ha permesso ai sapiens di cooperare e diventare maestri nella comunicazione interpersonale. È anche una sensibilità che viene meno in alcune condizioni psicopatologiche, come i disturbi della personalità, ed è pertanto particolarmente studiata. Alcuni scienziati della Penn State University (USA) e dell’Università di Toronto (Canada) hanno formulato un test psicologico per capire se e quanto gli sforzi cognitivi – la “fatica mentale” – possano agire da deterrenti nella disponibilità a empatizzare.

Nei test messi a punto sono stati utilizzati due mazzi di carte con i volti di bambini rifugiati. Per un mazzo, veniva semplicemente chiesto di descrivere i protagonisti delle carte; per un altro, di provare empatia per queste persone. I partecipanti potevano scegliere liberamente da quale dei due mazzi pescare, e quindi quale delle due azioni svolgere. In un caso, il mazzo “empatia” prevedeva anche foto di persone sorridenti: calarsi nei loro panni non implicava necessariamente solidarizzare con una condizione deprimente.

NESSUN COINVOLGIMENTO. In tutti gli esperimenti, i volontari hanno pescato dal mazzo “empatia” solo nel 35% dei casi, indipendentemente dal suo contenuto, mostrando una spiccata preferenza per il mazzo che non richiedeva uno sforzo di immedesimazione. I partecipanti hanno marcatamente tentato di smarcarsi dai compiti di empatia anche quando questo avrebbe implicato emozioni positive. Senza contare che nessuno dei test coinvolgeva l’aspetto economico: in nessun caso è stato chiesto di aiutare i protagonisti delle foto con somme di denaro vero o fittizio.

TROPPO GRAVOSO. Nei questionari complementari allo studio, la maggior parte delle persone ha descritto la richiesta a empatizzare come un compito impegnativo, dal punto di vista cognitivo: un’incombenza sulla quale si sentivano “meno preparati”, rispetto alla semplice descrizione di immagini.

SEI NATO PER QUESTO. Quando però gli scienziati hanno fatto credere ai volontari che fossero più portati degli altri nei compiti di empatia, i partecipanti sono stati più propensi a immergersi nelle realtà di estranei, scegliendo le carte dal mazzo più “difficile”. Secondo gli scienziati, è la dimostrazione che, in alcune condizioni, l’empatia può essere incoraggiata.

By Focus

Annamaria… a dopo

CARNEVALE 2019

“La prossima guerra mondiale 
 
sarà combattuta con le pietre.”

Albert Einstein


Non abbiamo tregua. Nemmeno il tempo di smaltire le feste e i dolci dell’epifania che già siamo proiettati alla festa delle mascherine e dei travestimenti.



Carnevale è tempo di travestimenti! 
Una volta il travestimento aveva uno scopo ben preciso, che oggi non si usa più, ci si nascondeva dietro una maschera, occultando la propria identità, ci si comportava come meglio si credeva, per chi non aveva il coraggio delle proprie azioni a viso scoperto. La maschera come parola sia di lingua greca e latina “Mettere una maschera sul volto, ha il significato di assumere quella personalità e mostrare quel carattere”.
Il carnevale è tempo di scherzi, di trasgressione, di allegria, di carri pittoreschi con mille colori e scenografie, per strappare un sorriso. Come dicevo carnevale tempo di gioia che va d’accordo con la burla e si sposa con il buonumore.
Mascherandosi si potevano invertire i ruoli, ci si burlava dei potenti ed era ammesso di fare la caricatura di vizi o malcostume. Mostrare il vero volto, è un percorso molto difficile accettarsi con il vero volto di chi sei, ecco che allora indossiamo maschere di protezione e copertura e nascondiamo la nostra vera personalità.
La maschera deve essere quello che sei, tutti abbiamo una maschera da mostrare, nella vita, la maschera deve essere quello che sei, non nascondere la reale identità, usa la maschera di quello che sei, quella del cuore, una maschera che tutti noi una volta abbiamo messo.
Che dietro la tua maschera ci siano sogni da raccogliere con mille mani pronte a raccoglierli.
Rido davanti alla convinzione che certa gente crede di avere delle capacità teatrali credendo di possedere credibilità nella parte che mostrano al pubblico.


Con monologhi persuasivi e forme di gentilezza.
Il sipario è uno, e atto dopo atto, la verità fa perdere la memoria… agli attori teatranti.
Prima o poi si getta la maschera.
Gugli.

Annamaria… a dopo

1 MARZO “M’ILLUMINO DI MENO”

Torna, il primo marzo, la giornata dedicata al risparmio energetico e agli stili di vita sostenibili. L’iniziativa, ideata da Caterpillar e Rai Radio 2, nata nel 2005, ha lo scopo di sensibilizzare le persone sul tema del risparmio energetico, coinvolgendo gli ascoltatori della trasmissione, che a loro volta hanno divulgato il messaggio e lo spirito dell’iniziativa.

Di strada se ne è fatta in questi anni: le lampadine a incandescenza che il programma invitava a sostituire oggi non ci sono più, ma ciò non significa che non ci siano altri temi su cui focalizzare l’attenzione delle persone. Come l’economia circolare! Il primo marzo l’imperativo è riciclare, riutilizzare i materiali e tagliare gli sprechi.

Quindi, quest’anno oltre a spegnere le luci che non servono e a riflettere su quanta energia viene quotidianamente sprecata, concentriamoci anche a trovare nuova vita a ciò che normalmente consideriamo un rifiuto.

Come sempre a M’illumino di meno aderiscono anche intere città e monumenti: piazze italiane e luoghi d’interesse quali la Torre di Pisa o il Colosseo, ma anche il Quirinale, Camera e Senato si spegneranno in segno di adesione alla campagna di sensibilizzazione. E la forza di M’illumino di Meno ha anche superato i confini nazionali, visto che in passato si sono spenti anche la Torre Eiffel, il Foreign Office e la Ruota del Prater di Vienna.

Aderiscono all’ iniziativa anche diversi musei, che organizzano visite a bassa luminosità, le scuole che prendono l’occasione di discutere di temi ambientali e diverse attività colgono l’occasione per proporre servizi a lume di candela.

Tante adesioni a diversi livelli che testimoniano come negli anni M’illumino di Meno sia diventata una vera e diffusa festa degli stili di vita sostenibili.
C’è mancato poco che diventasse legge dello Stato: due proposte, alla Camera e al Senato, hanno chiesto l’istituzione della Giornata nazionale del risparmio energetico. L’economia circolare è una buona, anzi ottima, pratica sostenibile: dà alle cose una seconda opportunità, poi una terza e altre ancora.

Ed ecco il decalogo per il risparmio energetico:

spegnere le luci quando non servono
spegnere e non lasciare in stand by gli apparecchi elettronici.
sbrinare frequentemente il frigorifero; tenere la serpentina pulita e distanziata dal muro in modo che possa circolare l’aria.
mettere il coperchio sulle pentole quando si bolle l’acqua ed evitare sempre che la fiamma sia più ampia del fondo della pentola.
se si ha troppo caldo abbassare i termosifoni invece di aprire le finestre.
ridurre gli spifferi degli infissi riempiendoli di materiale che non lascia passare aria.
utilizzare le tende per creare intercapedini davanti ai vetri, gli infissi, le porte esterne.
non lasciare tende chiuse davanti ai termosifoni.
inserire apposite pellicole isolanti e riflettenti tra i muri esterni e i termosifoni.
utilizzare l’automobile il meno possibile, condividerla con chi fa lo stesso tragitto. Utilizzare la bicicletta per gli spostamenti in città.
Segnatevi quindi sul calendario questa data: il primo marzo risparmiate energia, riciclate, camminate!

Prepariamoci allora a spegnere le luci e dedicare una giornata al nostro pianeta!

Annamaria… a dopo

LA MODA DEI CAPELLI LUNGHI IN EPOCA VITTORIANA


L’epoca Vittoriana abbraccia un lunghissimo periodo di tempo fra il 1837 e il 1901 in cui la società europea cambiò radicalmente. Nonostante per “Vittoriana” si intenda soltanto letteralmente le varie nazioni della società del Regno Unito dell’epoca, le mode e la cultura dell’epoca si estesero sovente anche in paesi limitrofi, come Francia, Italia o Germania e specialmente negli Stati Uniti d’America.

Fra le mode dell’epoca si nota sicuramente quella del corsetto e della crinolina, e più in genere in abiti simili a sculture, che a volte mettevano in pericolo la vita delle indossatrici. Più in alto, in testa, la moda era dei capelli lunghi, portati alla ribalta dall’ Imperatrice Sissi d’Austria, che notoriamente dedicava un giorno della settimana esclusivamente alla loro cura.

“I capelli sono la corona di una donna”

Questo detto accompagnava le ragazze sin dalla più tenera età, in cui iniziavano a far crescere una chioma che le avrebbe accompagnato per moltissimi anni. I capelli venivano tenuti raccolti sino a circa 16 anni, spesso in trecce ed acconciature simili, per poi essere utilizzati come base per acconciature fantasiose e finemente decorate.

La regola era: mai tagliarli

Il taglio dei capelli non era fra le ipotesi, a meno che una donna non fosse malata. Una chioma che raggiungesse le gambe indicava quindi uno stato di salute eccellente, e veniva mostrata con orgoglio dalla donna soltanto fra le lenzuola del letto coniugale. I capelli erano infatti trattati quasi come un “feticcio” erotico, da mostrare al partner soltanto durante l’intimità. Al di fuori della stanza da letto i capelli erano sempre raccolti e acconciati in modo da non svelare la loro effettiva lunghezza.

Grazie alla diffusione di un’altra invenzione di epoca Vittoriana, la fotografia, oggi possiamo osservare moltissime immagini della moda dell’epoca. Fra le fotografie delle donne si notano subito le 7 sorelle Sutherland, che furono le più famose promotrici della moda e di prodotti legati a capigliature extra-lunghe.

Questa è la loro (triste) storia 

Le sorelle Sutherland erano figlie di un vagabondo del Vermont, Fletcher Sutherland, e di sua moglie Mary (che morì molto giovane nel 1867). Si chiamavano Sarah, Victoria, Isabella, Grace, Naomi, Dora e Mary. Cresciute nella povertà più assoluta, a Cambria (NY), le sorelle oltre a cavarsela molto bene nel canto avevano come caratteristica i loro lunghissimi capelli neri, sinonimo di forza e di salute.

Dote che cercò di sfruttare il padre facendole assumere dal circo Barnum & Bailey dove nel 1882 si esibirono vestite di bianco, e cantarono in armonia accompagnate dal pianoforte. Per quanto le loro voci fossero incantevoli, il finale era così sensazionale da lasciare tutti a bocca aperta, quando al termine della canzone, si giravano spalle al pubblico slegando le sette fluenti e lunghissime chiome. Prima scendevano fino alle spalle, poi fino alle ginocchia, poi fino ai piedi e ancora più giù, nella fossa dell’orchestra.

 

Nel 1885 Naomi sposò Henry Bailey, il nipote del coproprietario del circo, che rese quelle capigliature un business milionario. Iniziò alla fine di ogni spettacolo, a pubblicizzare una lozione per capelli, la ricetta era stata inventata dalla defunta madre delle sorelle e veniva venduta a 50 centesimi a bottiglia.

La lozione The Seven Sutherland Sisters’ Hair Grower, brevettata nel 1890, si rivelò da subito un clamoroso successo e nel giro di quattro anni furono vendute due milioni e mezzo di bottiglie, per un fatturato di oltre tre milioni di dollari.

Le sorelle Sutherland si ritrovarono di colpo ricche sfondate e tornarono ad abitare nella propria cittadina natale dove costruirono un’enorme villa in stile vittoriano proprio dove si trovava un tempo la povera baracca del padre. Ma questo periodo di spensieratezza non era destinato a durare, perché una serie di sfortune e tragedie attendevano le sorelle Sutherland.

Per prima morì Naomi, moglie di Henry Bailey. Le sorelle in un primo momento vagliarono l’idea di costruire un mausoleo da 30.000 dollari, ma il progetto venne abbandonato e infine il corpo di Naomi, venne sepolto nel lotto di famiglia senza nemmeno una lapide. Fra i vari cercatori di fortuna attirati dal patrimonio milionario delle Sutherland vi era anche Fredrick Castlemaine, un latin lover di 27 anni dal fascino irresistibile.

L’uomo dapprima fece intendere di voler sposare Dora, ma alla fine colse tutti di sorpresa sposando Isabella, di 40 anni. Fredrick risultò essere dipendente da oppio e morfina, e aveva un’altra pessima abitudine: sparava spaventando i contadini che poi rabboniva elargendo forti somme di denaro. Mentre seguiva le sorelle in tour, una mattina del 1897 si suicidò. La moglie disperata costruì per lui un mausoleo di granito, costato 10.000 dollari; ma non vi depose subito il corpo.

Le sorelle lo misero in una bara con il coperchio di vetro ed ogni giorno andavano a cantare per Fredrick. Dopo 10 giorni l’odore era così nauseabondo che dovette intervenire l’autorità sanitaria e il corpo venne finalmente messo nel mausoleo. Isabella lo visitò ogni notte per due anni fino a quando non sposò un altro latin lover, Alonzo Swain, anch’egli molto più giovane di lei. Swain fomentò litigi e attriti fra Isabella e le altre sorelle, e infine riuscì a convincerla a lasciare la casa, vendere la sua parte di azioni dell’impresa di famiglia, e investirle in una nuova lozione che avrebbe fatto concorrenza alla famosa The Seven Sutherlands; ma questa avventura commerciale fallì miseramente. Alonzo scomparve, e Isabella morì in miseria.

Victoria, che non era mai stata considerata una bellezza, a cinquant’anni sposò un ragazzo di soli diciannove.
Le sorelle ne rimasero così scandalizzate da non rivolgerle più la parola fino a quando non fu sul letto di morte. La più giovane delle sorelle, Mary, cominciò ad essere rinchiusa nella sua stanza per lunghi periodi, a causa di violenti attacchi psicotici.

La fortuna di famiglia stava svanendo anche a causa di una rivoluzione: le donne cominciarono a tagliarsi i capelli a caschetto. Nel 1926, le tre sorelle rimaste (Mary, Grace e Dora) si recarono ad Hollywood per partecipare alla realizzazione di un film tratto dalle loro vite. Mentre si trovavano là, Dora restò uccisa in un incidente automobilistico. Il film fu annullato.

Le due sorelle rimanenti erano talmente al verde da non avere nemmeno i soldi per cremare Dora e quindi non ne reclamarono il corpo. Mary e Grace tornarono alla villa dove cercarono di mantenere viva la loro attività che però finì definitivamente nel 1936.
La loro villa bruciò e Mary terminò i suoi anni in un manicomio mentre Grace morì all’età di 92 anni, nel 1946, e il suo corpo venne sepolto in una tomba senza nome.

Vicky & Annamaria by web

BUON SAN VALENTINO !

L’amore immaturo dice: “Ti amo perché ho bisogno di te”. L’amore maturo dice: “Ho bisogno di te, perché ti amo” (Frost)



Un dolcissimo San Valentino, per tutti gli innamorati ,con una “dolce ricetta”e quache informazione…

 

La mente si lascia sempre abbindolare dal cuore. (F. de la Rochefoucauld)



Dolce di Cupido



Ingredienti per più porzioni:

3 etti di biscotti secchi, 2 vaschette di mascarpone (per un totale di mezzo chilo), 4 etti di frutti di bosco misti surgelati o freschi, 1 vasetto di yogurt ai frutti di bosco, 1 limone, 4 cucchiai di zucchero semolato, 2 cucchiai di rum, 6 cucchiai di zucchero a velo, 2 etti di panna da montare per decorare.


Preparazione:

Raccogliere i frutti di bosco in una ciotola, versare sopra lo zucchero semolato e il succo di limone e mescolare.

Versare il mascarpone in una ciotola, aggiungere il vasetto di yogurt e 4 cucchiai di zucchero a velo e mescolare. Aggiungere tre quarti dei frutti di bosco e mescolare nuovamente.

Foderare uno stampo a forma di cuore con pellicola trasparente da cucina. Versare uno strato di composto sul fondo dello stampo e disporre sopra uno strato di biscotti tagliati su misura. Spalmare sopra i biscotti uno strato di composto e ripetere l’operazione fino a esaurimento degli ingredienti, terminando con un ultimo strato di biscotti.

Coprire il dolce con un foglio di pellicola e mettere in frigo a rassodare per circa 3 ore.

Sformare il dolce rovesciandolo su un piatto. Montare la panna e dolcificarla con 2 cucchiai di zucchero a velo, mescolando con cautela, poi distribuirla sulla superficie del dolce.

Aggiungere ai frutti di bosco tenuti da parte il rum, mescolare e versare il composto sopra la panna.

 

Perché tu mi oda le mie parole a volte si assottigliano come le orme  dei gabbiani sulle spiagge.(Pablo Neruda)



Ed ora vediamo come nasce la festa di San Valentino: ha origine da una tradizione romana, i Lupercalia, dedicata a Fauno, dio dell’agricoltura e ai mitici fondatori della città di Roma, Romolo e Remo. Nell’occasione, alcuni giovani facevano un pellegrinaggio presso la caverna dove, secondo la leggenda, i due fratelli erano stati allattati.

 



Qui, sacrificavano un capretto, tagliavano la sua pelle in strisce con cui toccavano le giovani donne della città: questo rituale avrebbe dovuto favorirne la fertilità e la gravidanza. Nell’epoca cristiana, la festa fu mantenuta, anche se spostata dal 15 al 14 Febbraio ma spogliata dei suoi elementi pagani e dedicata a San Valentino.


Esistono due versioni diverse per quanto riguarda la vita del santo e il suo martirio, e la Chiesa Cattolica riconosce tre santi con il nome di Valentino. Di uno di questi, nato in Africa, si conosce però molto poco e non è pertanto legato alla festa.

 



Secondo una delle versioni, il santo sarebbe stato un sacerdote martirizzato per aver sposato clandestinamente delle giovani coppie durante il regno dell’Imperatore Claudio Secondo, il quale aveva proibito le nozze tra giovani per poter reclutare più soldati nelle legioni.


L’altra versione invece sostiene che Valentino avrebbe tentato di far fuggire dei cristiani dalle prigioni romane, dove ricevevano un trattamento molto duro. A seguito della sua cattura, avrebbe spedito una lettera alla donna che amava, concludendola con l’espressione “il tuo Valentino”; alcuni fanno risalire a questo episodio l’usanza di spedire cartoline in occasione della festa.

 



Si hanno testimonianze della celebrazione della festa già nel Medioevo, anche se certamente non si svolgeva in maniera simile a quanto avviene ora, ma si trattava di un semplice scambio di auguri, probabilmente in forma non scritta dato il diffuso analfabetismo.

Nel corso dei secoli, la popolarità della ricorrenza andò scemando fino al Diciassettesimo secolo, quando riguadagnò consensi soprattutto nei Paesi Anglosassoni, da cui è stata “esportata” anche in Italia.

Annamaria…a dopo



GRUPPI FACEBOOK, UTENTI CANCELLATI

 

“Bufale.net” fa un po’ di chiarezza riguardo agli utenti cancellati nei vari gruppi Facebook.

 
 
 
 
 

Circola voce, da qualche giorno, che il social  ha eliminato delle persone dal gruppo ma non è così: semplicemente ha scorporato le persone invitate “a loro insaputa”

Laddove in passato l’admin poteva semplicemente invitare chiunque ed i loro prossimi parenti al suo gruppo e godere del numero di utenti, ora Facebook introduce una serie di passi.

 

Innanzitutto, gli utenti invitati non saranno più parte automatica del gruppo, ma dovranno decidere se accettare, fino a quel momento restando in un limbo di utenti non conteggiati.

 

L’admin a questo punto potrà sollecitare una risposta, ma mai più arbitrariamente decidere di ammettere utenti.

Il che comporta sostanzialmente due conseguenze scambiate da molti come eliminazione delle persone dal gruppo:

 

Molti gruppi si sono trovati “alleggeriti” degli utenti invitati ma che non hanno accettato

Molti gruppi ora non potranno più crescere automaticamente con gli inviti ricevuti, ma dovranno accettare una forma di consenso dell’utente finale.

E questo non possiamo certo negare sia un bene.

Bene tradotto però da molti moderatori ed amministratori nel panico di segnalazioni sempre uguali.

 

-Facebook ha eliminato dal gruppo tantissimi membri che non hanno mai partecipato attivamente. Vi prego, se interessati, di richiedere l’iscrizione…

 

-X chi si trova eliminato dal mio gruppo non sono stata io ma Facebook sta combinando un casino ad eliminare da tutti i gruppi nomi che non sono attivi! X chi volesse può rientrare!

 

-Chi è nel gruppo ****** x nn essere eliminato METTA UN POST Xche fACEBOOK ha introdotto che chi nn partecipa viene eliminato in automatico

 

-Per il disguido causato da fb che ha eliminato delle persone dal gruppo, chi è interessato a rimanere mandi un commento, grazie

 

 

Nessun disguido: semplicemente un metodo più razionale, in un certo senso migliore e più consapevole, di fare comunità.

Come potete vedere, Facebook non ha eliminato delle persone dal gruppo: semplicemente ha scorporato le persone invitate “a loro insaputa”

Annamaria… a dopo

I RACCONTI DELLA BEFANA

Racconto di Achille Campanile

 

Scopa o disco volante

Questa notte la Befana apparirà a cavallo della solita scopa o scenderà da un disco volante?
Un tempo la Befana non viaggiava certo in treno o in aereo; non possedeva neppure un cavallo e, tanto meno, un razzo.
La vecchia Befana viaggiava in modo curiosissimo: a cavallo di una scopa.
Mento sporgente, occhiali, calzette, scopa, cappellaccio in testa, sacco…
Gli attrezzi della Befana erano semplici; viveva all’ombra della cappa del camino, tra il gatto e le pentole, in attesa di fare il suo viaggio annuale.
Che festa per la città, la sera che doveva arrivare!
La vecchia occhiaIuta appariva a tarda ora, a cavallo della sua scopa e scendeva sulla terra addormentata zigzagando tra una stella e l’altra.

 

Racconto di Salvatore Gotta – Melchiorre, Gaspare, Baldassarre, i Re Magi

Il pastore Gelindo era sceso dai suoi monti fino a Gerusalemme per vendere qualche dozzina di formaggetti, poi che là, nella grande città, la numerosa gente venuta per il censimento ancora affollava le strade e gremiva gli alberghi.
Con il cesto sotto il braccio egli camminava lento e gridava:
Oh, formaggi e formaggetti! Chi ne vuoI comprare? A buon prezzo, a buon prezzo!
Veramente pareva che quel suo grido lungo e sempre uguale infastidisse più che non allettasse i passanti. I quali non si degnavano manco di guardargli nel cesto e, giunti presso di lui, levavano le mani con gesto sprezzante come per dirgii:
Non sappiamo che farci dei tuoi formaggi a buon prezzo
Il pastore Gelindo aveva il viso glabro ed ossuto, l’occhio fisso ed ingenuo, l’aria semplice e fantasiosa come tutti i pastori: epperò quella numerosa gente agghindata all’ultima moda, scettica Il e furba, lo guardava ridente, come se dovesse apprestargli una burla ad ogni passo.
Ehi, buon uomo, quanto all’etto la ricotta?
Due donne, avvicinateglisi, rialzarono i bianchi umidi lini nel paniere e guardarono.
Cinque o sei ragazzacci gli si aggrupparono intorno e con spinte e sghignazzate e vane domande tanto lo stordirono che egli ad un tratto gridò:
Oh, insomma, andate al diavolo!
Se ne andarono di corsa quei furfanti ridendo, e il pastore
Gelindo si avvide intanto che gli avevano tolto un sacchetto di ricotta:
– Ah, birbanti! Ah, ladroni! Sono cose da fare con un povero forestiere? Nella città, bisogna pur dirlo, c’è della gran canaglia.
Povero me! Son venuto fin qui sperando di tirare qualche soldo perché lassù a Betlemme si muore di fame, e ho fatto un bel guadagno!
Era giunto, intanto, ad una vasta piazza dove la turba si affollava di più che altrove e specialmente davanti a un grandioso palazzo.
Che cosa c’è? Che cosa c’è?
S’udirono squillar tube d’argento: la folla si divise in due ali, si prostrò al suolo: un cocchio tutto d’oro avanzava lentamente, scortato da una falange di pretoriani a cavallo.
E: il re..
Il re Erode!
Gelindo si protese a grandi spinte, cercò di farsi avanti, impedito dal cesto che urtava nei fianchi della gente.
Piano, ohi, con questo cesto! Villano!
Scarpone!
Indietro!
A un tratto s’ebbe un urto così violento che cadde in terra, il cesto gli si rovesciò e i formaggetti e la ricotta andarono a finire sotto i grossi piedi di un filisteo.
Oh la mia roba! La mia roba!
Raccattato quel poco che poté salvare, avvilito e malconcio, il pastore se ne stava in disparte contro il muro, quand’ecco tre individui stranissimi, vestiti riccamente come maschere, gli vennero
vicino e gli parlarono con dolcezza.
Amico, amico! – disse l’uno che aveva il viso nero come la spranga dell’alare. – Amico, accostatevi.
Gelindo, irritato, ché temeva non dovesse finir più la sequela de’ suoi danni in quel giorno sfortunato, rispose malamente:
Eh, via! Vadano pei fatti loro, signore maschere.
Un altro dei tre re, ch’era il più vecchio e aveva negli occhi il sole d’un deserto lontano, aggiunse:
Amico, siamo nuovi a queste contrade. Vorreste darci un prezioso ragguaglio.
Se vogliono comprare questa poca ricotta che mi resta; mi fanno una carità.
Ma se vogliono burlarsi di me… Il terzo, che mostrava nel volto severo la bellezza d’un’anima poetica, disse grave:
Buon uomo, ci occorre sapere il ricetto del Re che è nato pochi giorni or sono.
Oh, oh! Il Re che è nato pochi giorni or sono? Il re Erode è vecchio come un cuculo.
Almeno, saranno pochi giorni che a lui è nato un figlio?
Gelindo si restrinse nelle spalle:
Potrebbe darsi, ma io non ho sentito dir niente. Però io non sono di qui; io faccio il pastore e abito dalle parti di Betlemme e vado capitando in città di sette in quattro per vendere cacio e ricotta.
Ne vogliono comprare?
Voi siete un pastore? – disse il vecchio illuminandosi in viso e alzando gli occhi al cielo. – Oh che l’Eterno sia benedetto!
Mostraci tu la dimora del re Erode. Quindi aspettaci sulla soglia.
Sarai la nostra guida fra questa gente rozza, perduta nella tenebra.
Vieni con noi; n’avrai la ricompensa per l’anima tua semplice che la luce del sogno può illuminare. Tu vedrai la nostra stella.
E il pastore Gelindo, che amava le stelle, sapeva cantare e sonar di zampogna, fu attratto dal mistero di quelle dolci parole e seguì i tre ignoti individui vestiti di fantastici colori.

La bella favola dei Re Magi, con tutto il suo umano calore, trasporta il tuo pensiero in un mondo lontano nel passato, tanto diverso dal tuo, in un’epoca di immensa importanza morale e storica.
Il povero pastorello Gelindo, solo tra la folla indifferente, attrae subito la tua simpatia e vorresti poterlo aiutare contro i malandrini che lo derubano.
Lo squillo delle trombe d’argento ti coglie di sorpresa e tutta la pompa della quale Erode ama circondarsi, mentre passa tra la folla che si scinde e prostra al suo passaggio, non ti affascina, ma ti appare come una ingiustizia rispetto alla povertà di Gelindo.
La scena appare ora totalmente diversa, come accade in teatro tra un calar e un rialzar di sipario: ti ritrovi nella sala del trono di Erode. Saresti anche tu intimidito di fronte ad un re così superbo, circondato da uno stuolo di personaggi importanti, sapientemente descritti da accenti ricchi di pittorica vigoria. Nota come il loro linguaggio sia pieno di pomposa ricercatezza, per accrescere l’importanza dell’insieme.
Bellissime, piene di una misteriosa musicalità, sono le presentazioni dei tre Re Magi i quali, col riferimento ad una forza arcana ed irresistibile che ha condotto i loro passi sino a Gerusalemme, turbano nell’intimo il re e gli alti dignitari.
Gelindo, ispirato dal ricordo, è piacevolmente semplice nelle colorite espressioni contro se stesso, tipiche della parlata popolare, e guida di tre re verso Betlemme.

Annamaria… a dopo